Ansia, determinazione e speranza: gli stati d’animo di chi si è diplomato nel 2025

Scopriamo come vivono le scelte i diplomati tra pressione, incertezza e capacità di reagire a un contesto sempre più complesso.

di Lucia Resta
15 aprile 2026
1 MIN READ

Se si guarda ai dati sugli stati d’animo dei diplomati 2025 che emergono dal report di AlmaDiploma, la prima impressione è quella di una contraddizione difficile da ignorare. Da un lato, l’ansia è lo stato emotivo più diffuso tra i compagni di classe, indicato dal 48,1% degli studenti. Dall’altro, quando si tratta di descrivere sé stessi alla vigilia della scelta post-diploma, l’aggettivo più utilizzato è “determinato”, scelto dal 21,5%. Due fotografie diverse, che sembrano raccontare storie opposte.

La prima restituisce l’immagine di una generazione attraversata da tensione, incertezza e pressione. La seconda, invece, parla di attivazione, di volontà di affrontare ciò che arriva, di una certa capacità di reagire. Non sono due letture alternative, ma due livelli che convivono nello stesso momento. È qui che il dato diventa interessante. Perché non siamo di fronte a una generazione semplicemente “in difficoltà”, ma a una generazione che vive un contesto complesso e allo stesso tempo prova a rispondere. L’ansia non cancella la determinazione, così come la determinazione non elimina l’ansia. Le due dimensioni coesistono e definiscono il modo in cui questi studenti si avvicinano a una delle fasi più delicate del loro percorso.

Questo doppio livello — collettivo e individuale — è il punto di partenza per leggere tutto il resto. Perché racconta non solo come si sentono i diplomati, ma come stanno imparando a stare dentro ciò che sentono.

L’ansia come stato dominante (ma normalizzato)

Il primo dato che emerge con chiarezza è la centralità dell’ansia. Tra tutti gli stati d’animo percepiti nel gruppo dei pari, è quello più diffuso, indicato dal 48,1% degli studenti, con un distacco significativo rispetto agli altri. Subito dopo compaiono emozioni diverse, come la felicità (27,5%) e l’insicurezza (25,8%), che contribuiscono a delineare un quadro complesso, ma meno dominante. Questo dato, però, va letto con attenzione. Non segnala necessariamente una condizione di emergenza, ma qualcosa di più strutturale. L’ansia non appare come un evento eccezionale o circoscritto, ma come uno stato diffuso, quasi atteso. È presente, riconosciuta, condivisa. In altre parole, è diventata parte del contesto. È proprio questa normalizzazione a renderla più difficile da interpretare.

Quando un’emozione è così diffusa, tende a perdere visibilità. Non viene più percepita come un segnale da interrogare, ma come una componente “normale” dell’esperienza scolastica e della fase di passaggio verso il futuro. E questo cambia il modo in cui viene vissuta. Non significa che pesi meno. Significa che viene integrata. Gli studenti imparano a convivere con questa tensione, a considerarla parte del processo, soprattutto nei momenti in cui le scelte si avvicinano e diventano più concrete. L’ansia, in questo senso, non blocca necessariamente, ma accompagna. Il punto, quindi, non è solo la sua presenza, ma il fatto che sia diventata uno sfondo condiviso. E quando uno stato emotivo diventa lo sfondo, smette di essere un’eccezione e diventa una condizione da cui partire.

La doppia percezione: io vs gli altri

Uno degli aspetti più interessanti che emerge dai dati è la distanza tra come gli studenti percepiscono il clima emotivo intorno a loro e come descrivono sé stessi. Da una parte vedono un contesto segnato dall’ansia e dall’incertezza, dall’altra tendono a rappresentarsi in modo più attivo e orientato all’azione. Alla vigilia della scelta post-diploma, infatti, lo stato d’animo più citato a livello individuale è “determinato” (21,5%), seguito da “entusiasta” e “interessato”. Questa differenza non è casuale. Racconta il modo in cui si costruisce l’identità in una fase di passaggio. Gli studenti riconoscono la complessità del contesto, ma allo stesso tempo cercano di posizionarsi al suo interno in modo attivo. È come se ci fosse una distanza tra ciò che si percepisce intorno e ciò che si sente necessario dichiarare per sé.

In parte, questo può essere letto come un meccanismo di adattamento. In un contesto percepito come incerto, mostrarsi determinati diventa un modo per tenere il controllo, per non restare fermi, per affrontare una scelta che richiede comunque una decisione. Non significa che l’ansia scompaia, ma che viene gestita, almeno a livello dichiarativo, attraverso una postura più orientata all’azione. Allo stesso tempo, questa doppia percezione evidenzia un elemento importante: il livello collettivo e quello individuale non coincidono. Ciò che si vede negli altri non è necessariamente ciò che si riconosce in sé, e viceversa. Ed è proprio in questa distanza che si gioca una parte significativa del modo in cui gli studenti vivono questa fase. Perché non si tratta solo di ciò che provano, ma anche di come scelgono di raccontarlo.

La determinazione è reale o difensiva?

Dire “sono determinato” non è mai una frase neutra, soprattutto quando arriva in un momento come quello che precede una scelta importante. Dietro quella parola, nei dati, c’è molto più di una semplice sicurezza. C’è spesso il tentativo di tenere insieme cose diverse: aspettative, dubbi, pressione, voglia di andare avanti.

Il fatto che “determinato” sia lo stato d’animo più dichiarato alla vigilia del post-diploma non significa automaticamente che tutti gli studenti abbiano le idee chiare o si sentano davvero tranquilli. Significa piuttosto che, in quel momento, è la posizione che sentono di dover assumere. Quella che permette di affrontare una decisione, anche quando non è del tutto definita. In questo senso, la determinazione può avere due letture, che spesso convivono.

Da una parte è reale. Ci sono studenti che arrivano a quel passaggio con un percorso già costruito, con un’idea di futuro, con una direzione che li aiuta a muoversi con più sicurezza. Per loro, la determinazione è il risultato di un processo: è ciò che resta dopo aver fatto ordine tra le possibilità. Dall’altra, però, può essere anche una risposta alla pressione. Un modo per non restare bloccati, per non esporsi troppo all’incertezza, per non dare spazio a quella parte più fragile che comunque esiste. In questi casi, la determinazione non cancella il dubbio, ma lo copre, lo tiene sotto controllo, lo rende più gestibile. Non è una finzione, ma una strategia.

E questo non è necessariamente un problema. In molti casi, è proprio questo equilibrio che permette di andare avanti. Ma è importante riconoscerlo, perché aiuta a leggere meglio ciò che i dati mostrano: una generazione che non è semplicemente sicura o insicura, ma che si muove continuamente tra queste due dimensioni. Per questo, chiedersi se la determinazione sia “reale o difensiva” forse non è la domanda giusta. È entrambe le cose, nello stesso momento.

Il ruolo dell’incertezza nelle scelte

Se c’è un elemento che attraversa in modo costante questa fase, è l’incertezza. Non come eccezione, ma come condizione diffusa, che incide direttamente sul modo in cui gli studenti si avvicinano alle scelte. I dati lo mostrano con chiarezza: tra i diplomati che non hanno ancora una direzione definita, è più frequente uno stato d’animo come agitato, mentre diminuisce la presenza di emozioni come entusiasmo. Questo collegamento è fondamentale, perché rende evidente che le emozioni non sono un contorno della scelta, ma una parte del processo.

Quando manca una direzione, tutto diventa più faticoso. Non solo decidere, ma anche valutare le opzioni, immaginare scenari, dare un senso alle informazioni che arrivano. L’incertezza tende a moltiplicare le possibilità senza riuscire a ordinarle, e questo può generare una sensazione di blocco o di dispersione. Al contrario, quando esiste anche solo un’ipotesi di percorso, il quadro cambia. Non perché tutto diventi semplice, ma perché si crea un punto di riferimento. Una direzione, anche provvisoria, aiuta a ridurre la pressione, a selezionare le informazioni, a rendere il processo più gestibile. In questo senso, l’incertezza non è solo una fase inevitabile, ma una variabile che incide concretamente sulla qualità della scelta. Non va eliminata — perché è parte del processo — ma va gestita.

E proprio qui emerge uno degli aspetti più delicati: senza strumenti adeguati, l’incertezza rischia di trasformarsi in ansia; con gli strumenti giusti, può diventare invece uno spazio di esplorazione. La differenza, ancora una volta, non sta nella presenza del dubbio, ma nel modo in cui si riesce a stare dentro quel dubbio.

Differenze di genere

Anche sul piano degli stati d’animo emergono differenze che aiutano a leggere meglio il quadro complessivo. I dati mostrano che le studentesse tendono a percepirsi più spesso come “spaventate” o “agitate” rispetto ai loro coetanei maschi, che invece dichiarano con maggiore frequenza stati emotivi più positivi o neutri. Questa differenza non va interpretata in modo semplicistico, come se riguardasse una maggiore o minore fragilità. Piuttosto, dice qualcosa sul modo in cui le emozioni vengono vissute e soprattutto espresse.

Le ragazze sembrano avere una maggiore familiarità nel riconoscere e nominare ciò che provano, anche quando si tratta di stati emotivi più complessi o scomodi. I ragazzi, al contrario, tendono più spesso a restare su una rappresentazione meno esposta, che può apparire più stabile ma che non necessariamente riflette una minore presenza di tensione. In questo senso, il dato non misura solo ciò che si prova, ma anche ciò che si riesce — o si sceglie — di dire.

Questo ha un impatto diretto sul modo in cui si affrontano le scelte. Chi riconosce più chiaramente le proprie emozioni può avere strumenti diversi per gestirle, ma può anche percepire con maggiore intensità l’incertezza e la pressione. Chi le esplicita meno può sembrare più stabile, ma rischia di avere meno spazi per elaborarle. Ancora una volta, non si tratta di stabilire chi sta meglio o peggio, ma di riconoscere che il punto di partenza non è lo stesso. E questo è un elemento che qualsiasi percorso di orientamento dovrebbe tenere in considerazione, perché il modo in cui si vive una scelta passa anche da qui.

Felicità e speranza: segnali meno visibili

Accanto ai dati più evidenti — ansia, insicurezza, agitazione — ci sono altri stati d’animo che tendono a passare in secondo piano, ma che sono altrettanto importanti per leggere il quadro nel suo insieme. La felicità, ad esempio, è indicata dal 27,5% degli studenti, mentre la speranza si attesta al 13,7%. Numeri più bassi rispetto all’ansia, ma tutt’altro che marginali. Questi dati raccontano qualcosa che rischia di essere sottovalutato.

Nonostante la pressione, l’incertezza e la complessità del contesto, una parte significativa degli studenti continua a vivere questa fase anche come un momento di apertura. La fine della scuola non è solo un passaggio critico, ma anche una soglia che introduce possibilità nuove, spazi di scelta, margini di autonomia che prima non c’erano. La felicità, in questo senso, non è necessariamente euforia. È spesso più sottile: può essere legata all’idea di chiudere un ciclo, alla soddisfazione per un traguardo raggiunto, o semplicemente al fatto di poter iniziare qualcosa di diverso.

La speranza, invece, ha una natura ancora più interessante. È meno visibile, meno dichiarata, ma fondamentale. Non è certezza, né sicurezza. È la possibilità di immaginare che qualcosa possa funzionare, anche senza avere tutte le risposte. Ed è proprio questa combinazione a rendere il quadro più realistico. Perché gli stati d’animo dei diplomati 2025 non raccontano una generazione schiacciata dal negativo, ma una generazione che tiene insieme tensione e aspettativa. Che vive la complessità, ma non rinuncia a proiettarsi in avanti. E spesso, è proprio in questi segnali meno evidenti che si intravede la capacità di andare oltre la fase che stanno attraversando.

Il contesto conta: scuola, pandemia, futuro

Per comprendere davvero questi stati d’animo, è necessario uscire dal piano individuale e guardare al contesto in cui si sono formati. Perché ansia, determinazione e speranza non nascono nel vuoto, ma dentro un percorso scolastico e personale che, negli ultimi anni, è stato tutt’altro che lineare. I diplomati del 2025 hanno attraversato una fase unica: una parte della loro esperienza scolastica si è svolta in condizioni ordinarie, poi è stata interrotta dalla pandemia, trasformata dalla didattica a distanza e successivamente ricostruita attraverso una lunga fase di transizione verso la normalità. Questo passaggio, distribuito tra il 2019 e il 2025, non ha inciso solo sull’apprendimento, ma sul modo stesso di vivere la scuola.

La continuità si è spezzata, i riferimenti sono cambiati, le relazioni si sono modificate. E tutto questo ha lasciato tracce che non sempre sono immediatamente visibili, ma che emergono proprio negli stati d’animo. A questo si aggiunge un secondo elemento, altrettanto rilevante: il futuro. Oggi le possibilità dopo il diploma sono più numerose, ma anche più difficili da interpretare. I percorsi sono meno lineari, le traiettorie meno prevedibili, le scelte più aperte. Questo aumenta le opportunità, ma anche la pressione. Perché scegliere diventa più complesso quando le alternative sono molte e non esiste una strada chiaramente dominante.

In questo scenario, è naturale che convivano emozioni diverse. L’ansia nasce dalla difficoltà di orientarsi in un contesto instabile, la determinazione dalla necessità di trovare comunque una direzione, la speranza dalla possibilità di costruirla. Ridurre tutto a una dimensione individuale rischierebbe di perdere questo passaggio. Perché ciò che i dati raccontano non è solo come si sentono gli studenti, ma il tipo di ambiente in cui stanno crescendo. E senza questo contesto, anche le emozioni diventano più difficili da interpretare.

Il legame con orientamento e futuro

Se si mette in relazione ciò che gli studenti provano con le loro prospettive future, emerge un collegamento molto netto: gli stati d’animo non sono indipendenti dalle scelte, ma ne sono una parte integrante. I dati mostrano che chi ha già in mente un percorso o una professione tende a dichiararsi più determinato ed entusiasta, mentre tra chi è ancora incerto sono più frequenti emozioni come agitazione e insicurezza. Questo passaggio è decisivo.

Avere una direzione, anche non definitiva, cambia il modo in cui si vive il presente. Non elimina le difficoltà, ma le rende più leggibili. Permette di interpretare le informazioni, di selezionare le opportunità, di dare un senso agli sforzi che si stanno facendo. In assenza di questo, tutto resta più aperto, ma anche più dispersivo. Non si tratta di sapere già esattamente cosa si farà, ma di avere un punto da cui partire. Ed è proprio questo che spesso manca a una parte degli studenti. Tra chi si dichiara incerto rispetto al futuro, solo una minoranza ha già in mente una professione da svolgere una volta conclusi gli studi. Questo rende più difficile non solo decidere, ma anche immaginare.

In questo senso, l’orientamento non è solo un supporto informativo, ma una leva emotiva. Aiuta a costruire una direzione e, allo stesso tempo, contribuisce a ridurre quella quota di ansia che deriva dal non sapere. Non perché offra risposte definitive, ma perché rende il processo più gestibile, più progressivo, meno improvviso. È qui che il legame tra emozioni e scelte diventa evidente. Non si può lavorare sulle seconde senza considerare le prime. E non si può capire fino in fondo gli stati d’animo degli studenti senza guardare a ciò che stanno cercando di costruire.

Il rischio di leggere male questi dati

Davanti a numeri come quelli che emergono dall’indagine, la tentazione è quella di arrivare rapidamente a una conclusione: gli studenti sono più fragili, più ansiosi, meno pronti ad affrontare il futuro. È una lettura immediata, ma anche una delle più rischiose. Perché semplifica troppo. Dire che questa è una generazione “fragile” significa fermarsi alla superficie dei dati, senza considerare il contesto in cui questi stati d’animo si sviluppano e il modo in cui convivono tra loro. Significa vedere l’ansia senza vedere la determinazione, l’incertezza senza vedere la capacità di reagire. Eppure, è proprio questa coesistenza a rendere il quadro più interessante.

Gli stessi studenti che percepiscono un clima diffuso di ansia sono anche quelli che, a livello individuale, si descrivono come determinati, interessati, pronti a muoversi. Non è una contraddizione, ma un adattamento. È il modo in cui si risponde a un contesto complesso: non eliminando la difficoltà, ma trovando un modo per starci dentro. Un altro rischio è quello di leggere questi dati in chiave generazionale, come se riguardassero caratteristiche “tipiche” dei giovani di oggi. Anche questo può essere fuorviante. Molti degli elementi che emergono — pressione, incertezza, difficoltà nel costruire una direzione — non sono legati a una presunta debolezza individuale, ma a un contesto che è oggettivamente più articolato rispetto al passato. In questo senso, cambiare lo sguardo è fondamentale.

Non chiedersi perché gli studenti sono così, ma in che tipo di situazione si trovano a crescere. Non interpretare l’ansia come un limite, ma come un segnale. Non leggere la determinazione come sicurezza assoluta, ma come una forma di risposta. Solo così questi dati smettono di essere una diagnosi e diventano uno strumento per capire meglio cosa sta succedendo davvero.

Cosa ci stanno dicendo davvero questi stati d’animo

Se si mettono insieme tutti i dati, il quadro che emerge è meno contraddittorio di quanto sembri all’inizio. Ansia, determinazione e speranza non sono elementi in conflitto, ma parti dello stesso processo. Raccontano una fase in cui gli studenti stanno cercando di orientarsi in un contesto complesso, senza avere sempre punti di riferimento stabili.

L’ansia segnala la difficoltà di leggere ciò che sta accadendo intorno, la pressione delle scelte, la fatica di costruire una direzione in un sistema che offre molte possibilità ma poche certezze. La determinazione, invece, è la risposta a questa condizione: il tentativo di non restare fermi, di trovare comunque un modo per andare avanti, anche quando il quadro non è completamente chiaro. La speranza, infine, tiene insieme queste due dimensioni. Non elimina il dubbio, ma permette di immaginare che qualcosa possa funzionare, che una strada possa emergere nel tempo. In questo senso, gli stati d’animo dei diplomati 2025 non descrivono una generazione divisa tra opposti, ma una generazione che si muove continuamente tra questi poli. Che vive la complessità, ma non si sottrae. Che sente la pressione, ma cerca comunque di costruire una risposta. È questo il punto più importante.

Non siamo di fronte a studenti che non sanno cosa fare, ma a studenti che stanno imparando a decidere dentro un contesto più difficile. E le loro emozioni non sono un ostacolo a questo processo, ma una parte di ciò che lo rende possibile.

Non meno forti, ma più esposti

Se c’è un rischio, guardando questi dati, è quello di confondere l’intensità delle emozioni con una minore capacità di affrontarle. È una scorciatoia che sembra intuitiva, ma che non regge a una lettura più attenta. Perché ciò che emerge dall’indagine non è una generazione meno forte, ma una generazione più esposta.

Esposta a un contesto in cui le scelte arrivano prima, sono più numerose, più aperte e meno guidate. Esposta a un futuro che offre molte possibilità, ma che richiede anche una maggiore capacità di orientarsi in autonomia. Esposta, soprattutto, a una complessità che non può più essere semplificata in percorsi lineari e prevedibili. In questo scenario, è naturale che gli stati d’animo si intensifichino. Non perché manchi la capacità di affrontare le difficoltà, ma perché le difficoltà sono cambiate. L’ansia, allora, non è il segnale di un cedimento, ma il riflesso di questa esposizione. La determinazione non è una contraddizione, ma la risposta che gli studenti costruiscono per non restare fermi. La speranza, infine, è ciò che tiene aperta la possibilità di trasformare questa fase in un passaggio, e non in un blocco.

È proprio nella convivenza di queste dimensioni che si riconosce il tratto più realistico di questa generazione. Non più fragile, ma più consapevole di ciò che comporta scegliere. Non meno preparata, ma chiamata a muoversi in un contesto più incerto. E forse è proprio qui che si gioca la sfida più importante. Non ridurre queste emozioni a un problema da correggere, ma leggerle come segnali da interpretare. Perché dentro questi stati d’animo c’è già una parte della risposta: il modo in cui questi studenti stanno imparando a stare nel mondo che li aspetta.

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