Alla fine della scuola superiore, oggi, le possibilità sono più numerose e diversificate rispetto a pochi anni fa. Università, ITS, ingresso diretto nel lavoro, percorsi misti: le opzioni si sono moltiplicate e, almeno in teoria, rendono il futuro più aperto e flessibile rispetto al passato. Eppure, questa maggiore libertà non si traduce automaticamente in maggiore chiarezza.
I dati dell’indagine AlmaDiploma 2025 mostrano un quadro più articolato: accanto a una quota consistente di studenti che ha già in mente cosa fare, esiste una parte altrettanto rilevante che si muove senza una direzione definita, tra ipotesi, tentativi e incertezze. Non si tratta di una minoranza marginale, ma di una componente strutturale del sistema. È qui che emerge il paradosso. Più le possibilità aumentano, più diventa difficile orientarsi tra di esse. Non perché manchino le opportunità, ma perché manca spesso una cornice che aiuti a leggerle, a confrontarle, a trasformarle in una scelta concreta.
In questo senso, il problema non è scegliere tra poche opzioni, ma capire come scegliere tra molte. E questo cambia completamente il punto di vista. Perché non siamo di fronte a studenti meno ambiziosi o meno motivati, ma a studenti che si trovano a prendere decisioni in un contesto più complesso, meno guidato, più aperto ma anche più esigente. Una condizione che richiede non solo informazioni, ma strumenti per costruire una direzione. È da qui che bisogna partire per capire cosa vogliono davvero studiare — e diventare — i diplomati di oggi.
Dopo il diploma: cosa vogliono fare davvero i ragazzi?
Se si passa dalle percezioni alle scelte concrete, il primo dato che emerge è una certa continuità rispetto al passato: la maggior parte dei diplomati continua a immaginare il proprio futuro all’interno di un percorso di studio. Nel 2025, il 60,9% ha dichiarato di voler proseguire con il solo studio, mentre una quota significativa affianca allo studio anche un’attività lavorativa. Più contenuta, invece, la percentuale di chi sceglie di entrare subito nel mondo del lavoro.
Questo dato va letto su più livelli. Da una parte conferma il ruolo centrale dell’università, che resta il riferimento principale per una larga parte degli studenti. Dall’altra, però, segnala un cambiamento più sottile: cresce l’idea che studio e lavoro non siano più percorsi alternativi, ma possano convivere. La scelta “studio e lavoro” non è residuale, ma sempre più presente, soprattutto tra chi cerca un equilibrio tra formazione e autonomia. Allo stesso tempo, la quota di studenti incerti non è trascurabile. Una parte rilevante non riesce ancora a collocarsi in modo definito tra queste opzioni, segno che la difficoltà non sta tanto nella mancanza di opportunità, quanto nella costruzione di una direzione.
È proprio qui che il dato si fa più interessante. Perché le scelte non si distribuiscono solo tra studio e lavoro, ma tra chiarezza e incertezza. E questa seconda dimensione, spesso meno visibile, è quella che incide di più sul modo in cui gli studenti affrontano il passaggio dopo il diploma.
Il dato più importante: quanti sanno già cosa vogliono diventare
Se si vuole capire davvero quanto sono solide queste scelte, il dato più rilevante non riguarda tanto cosa gli studenti vogliono fare subito dopo il diploma, ma quanto è chiara l’idea di ciò che vogliono diventare nel lungo periodo. E qui emerge una divisione netta. Circa la metà dei diplomati dichiara di avere già in mente il lavoro o la professione che vorrebbe svolgere una volta conclusi gli studi, mentre l’altra metà si muove ancora senza una direzione definita. Non è una differenza marginale, ma una vera e propria linea di separazione all’interno della stessa generazione.
Questo dato sposta il focus. Non basta sapere se uno studente sceglierà di studiare o lavorare. La vera differenza sta nel fatto che quella scelta sia collegata a un progetto oppure no. Perché proseguire gli studi può avere significati molto diversi: può essere il primo passo verso un obiettivo chiaro, oppure un modo per rimandare una decisione che non è ancora stata costruita. In questo senso, la presenza o meno di un’idea di futuro diventa la variabile più importante.
Chi ha già una direzione tende a leggere il percorso in modo più coerente, a collegare le scelte presenti a un obiettivo, anche se ancora in evoluzione. Chi non ce l’ha, invece, si trova spesso a muoversi per tentativi, accumulando esperienze senza una struttura che le tenga insieme. Non è una questione di capacità o di ambizione. È, piuttosto, il risultato di un processo che per alcuni è già iniziato, mentre per altri è ancora in costruzione. E questa differenza, più di ogni altra, incide sul modo in cui viene vissuto tutto il passaggio dopo il diploma.
Chi ha le idee chiare: caratteristiche e differenze
A questo punto diventa naturale chiedersi cosa distingue gli studenti che hanno già una direzione da quelli che non l’hanno ancora costruita. I dati mostrano che la differenza non è casuale, ma legata a una serie di elementi che si rafforzano a vicenda. Chi dichiara di avere già in mente una professione tende a essere più determinato ed entusiasta, ma non solo. È anche più motivato nelle scelte fatte in passato, più soddisfatto delle attività di orientamento ricevute e, spesso, più attivo nel costruire esperienze durante il percorso scolastico, come attività lavorative o occasioni di contatto con il mondo esterno. Questo insieme di fattori racconta un processo.
Avere le idee chiare non è un punto di partenza, ma un risultato. È ciò che si costruisce nel tempo, attraverso esperienze, informazioni, occasioni di confronto. Non è una qualità “innata”, ma qualcosa che si sviluppa quando il contesto offre strumenti adeguati e quando lo studente riesce a utilizzarli. Un altro elemento importante riguarda la percezione dell’orientamento. Gli studenti più orientati sono anche quelli che giudicano più utili e adeguate le attività ricevute. Questo suggerisce che l’orientamento funziona davvero quando riesce a incidere sul processo decisionale, non solo a fornire informazioni.
C’è poi una dimensione meno visibile ma altrettanto rilevante: la relazione tra esperienza e chiarezza. Chi ha già una direzione tende ad aver sperimentato di più. Non necessariamente in modo strutturato, ma comunque in misura sufficiente da avere dei riferimenti concreti. Questo rende più facile immaginare un percorso e collegare le scelte a un obiettivo. In questo senso, la chiarezza non è il contrario dell’incertezza, ma il risultato di un percorso che ha già iniziato a prendere forma. Ed è proprio questo che fa la differenza.
E per chi non ha ancora deciso cosa succede?
Se metà degli studenti ha già una direzione, l’altra metà si muove in una condizione molto diversa, che spesso viene semplificata con la parola “indecisione”, ma che in realtà è più complessa. I dati mostrano che, tra i diplomati che si dichiarano incerti rispetto al futuro, solo il 28,5% ha già in mente una professione da svolgere. Questo significa che, per la maggior parte, non si tratta di scegliere tra opzioni alternative, ma di non avere ancora costruito un punto di partenza. È una differenza sostanziale.
Chi è indeciso tra due percorsi ha già un orientamento di fondo, anche se non definitivo. Chi invece non ha ancora un’idea di cosa fare si trova in una fase precedente, in cui il problema non è selezionare, ma immaginare. E questo rende tutto più difficile: valutare le opportunità, interpretare le informazioni, dare un senso alle proposte che arrivano. In questi casi, il rischio è quello di muoversi per inerzia. Proseguire negli studi perché è la scelta più diffusa, rimandare la decisione, oppure seguire percorsi percepiti come più accessibili o meno rischiosi, senza una reale connessione con i propri interessi.
Ma anche questa lettura va evitata nella sua forma più superficiale. Non si tratta di studenti meno motivati o meno interessati al proprio futuro. Al contrario, spesso sono proprio quelli che percepiscono con maggiore intensità la complessità della scelta. Il problema non è la mancanza di volontà, ma la difficoltà di costruire una direzione in un contesto che offre molte possibilità ma pochi riferimenti chiari. In questo senso, l’incertezza non è un vuoto, ma una fase. Una fase che, senza strumenti adeguati, rischia di prolungarsi. Ma che, se accompagnata nel modo giusto, può trasformarsi nel punto di partenza per costruire una scelta più consapevole.
Il ruolo dell’orientamento
A questo punto, il ruolo dell’orientamento smette di essere un elemento accessorio e diventa una variabile decisiva. Non tanto per “dire cosa scegliere”, ma per rendere possibile il processo stesso della scelta. I dati lo suggeriscono in modo piuttosto chiaro: gli studenti che hanno una direzione più definita sono anche quelli che valutano in modo più positivo le attività di orientamento ricevute. Non è solo una coincidenza. Indica che quando l’orientamento funziona, lascia un impatto concreto, non si limita a informare ma aiuta a costruire un percorso.
Questo passaggio è fondamentale. Perché spesso l’orientamento viene interpretato come un momento specifico — incontri, presentazioni, attività concentrate in alcuni periodi dell’anno — mentre in realtà dovrebbe essere un processo continuo. Qualcosa che accompagna lo studente nel tempo, che si costruisce attraverso esperienze, confronto, occasioni per mettere alla prova le proprie inclinazioni. Quando questo processo manca o è debole, la scelta diventa più fragile.
Non necessariamente perché le informazioni siano assenti, ma perché non vengono integrate in una visione più ampia. Lo studente può sapere molte cose, ma non riuscire a collegarle tra loro, a capire cosa significano davvero per sé. Al contrario, quando l’orientamento è efficace, anche l’incertezza cambia natura. Non scompare, ma diventa più gestibile, più ordinata. Si trasforma da ostacolo a spazio di esplorazione. È qui che si vede la differenza. Non tra chi ha tutte le risposte e chi non le ha, ma tra chi è stato accompagnato nel costruire le domande giuste e chi no.
Il peso del contesto familiare e sociale
Le scelte degli studenti, però, non nascono mai nel vuoto. Anche quando sembrano personali, sono sempre il risultato di un contesto più ampio fatto di relazioni, opportunità, informazioni disponibili. E tra questi fattori, quello familiare e sociale continua a giocare un ruolo decisivo.
I dati lo confermano: una parte degli studenti riconosce esplicitamente che la propria scelta rifletterà anche la presenza di fattori esterni, come il contesto familiare o territoriale. Questo significa che le aspirazioni non si costruiscono solo a partire da interessi individuali, ma anche da ciò che è più accessibile, più conosciuto, più vicino.
In alcuni casi, questo contesto rappresenta una risorsa. Offre punti di riferimento, aiuta a orientarsi, rende più leggibili le possibilità. Le famiglie che hanno maggiore familiarità con il sistema formativo o con il mondo del lavoro riescono spesso ad accompagnare meglio le scelte, a fornire strumenti, a facilitare il passaggio. In altri casi, però, può diventare un limite. Non per mancanza di attenzione, ma per una minore disponibilità di informazioni o di esperienze dirette. Quando il contesto è più ristretto, anche le opzioni percepite tendono a esserlo. Alcuni percorsi risultano più visibili, altri restano sullo sfondo, non perché meno validi, ma perché meno conosciuti. È in questo passaggio che si crea una differenza importante.
Non tutti gli studenti partono dalle stesse condizioni, e questo incide direttamente sulla capacità di costruire una direzione. Chi ha più strumenti riesce a orientarsi con maggiore facilità, chi ne ha meno si muove in uno spazio più incerto. In questo senso, il contesto non determina automaticamente la scelta, ma ne definisce il perimetro. Ed è proprio per questo che il ruolo dell’orientamento diventa ancora più centrale: perché può contribuire a compensare queste differenze, rendendo più accessibili opportunità che altrimenti resterebbero fuori dal campo visivo degli studenti.
Università, lavoro, ITS: come stanno cambiando le scelte
Se si osservano le scelte nel loro insieme, emerge un quadro in evoluzione, ma non ancora completamente trasformato. L’università continua a rappresentare il punto di riferimento principale per una larga parte degli studenti, confermando una continuità culturale forte. Allo stesso tempo, però, iniziano a emergere segnali di cambiamento, legati alla presenza di percorsi alternativi e a un rapporto diverso con il lavoro.
Tra questi, gli ITS — Istituti Tecnologici Superiori — rappresentano uno degli elementi più interessanti. La loro conoscenza è in crescita negli ultimi anni, ma resta ancora limitata: una parte significativa degli studenti non sa esattamente cosa siano o li ha solo sentiti nominare. Di conseguenza, anche la quota di chi li considera concretamente come opzione dopo il diploma rimane contenuta. Questo dato è significativo. Non perché gli ITS non siano presenti, ma perché non sono ancora entrati pienamente nell’immaginario degli studenti come alternativa strutturata all’università. Restano una possibilità, ma non una scelta diffusa.
Allo stesso tempo, cresce l’idea di un percorso meno lineare. La combinazione tra studio e lavoro, ad esempio, è sempre più considerata una soluzione praticabile, segno che il passaggio dalla scuola al futuro non è più visto come un salto netto, ma come un processo graduale. In questo senso, le scelte stanno cambiando più nella forma che nella direzione.
L’università resta centrale, ma il modo di arrivarci — e di attraversarla — si sta trasformando. Il lavoro entra prima nel percorso, le alternative iniziano a emergere, ma non sono ancora pienamente consolidate. È una fase di transizione. E come tutte le fasi di transizione, è caratterizzata da una coesistenza di modelli diversi: quello tradizionale, ancora dominante, e quelli emergenti, che iniziano a farsi spazio ma non hanno ancora ridefinito il quadro complessivo.
Il cambiamento rispetto al passato
Per capire davvero la direzione in cui stanno andando le scelte dei diplomati, è utile allargare lo sguardo e osservare come stanno cambiando le aspettative nel tempo. Non solo cosa vogliono fare, ma cosa cercano nel lavoro e nel proprio percorso. I dati mostrano un cambiamento significativo. Cresce l’importanza attribuita a elementi come la flessibilità dell’orario, l’autonomia e, soprattutto, il tempo libero. Non si tratta di dettagli secondari, ma di segnali che indicano un diverso modo di immaginare il rapporto tra vita e lavoro. Questo passaggio è rilevante perché modifica le priorità.
Se in passato la stabilità o la coerenza con gli studi erano i criteri principali, oggi si affiancano — e in alcuni casi si rafforzano — aspetti legati alla qualità della vita. Il lavoro non è più visto solo come un obiettivo da raggiungere, ma come una dimensione da integrare con altre esigenze. Questo non significa una minore ambizione, ma un cambiamento nel modo in cui l’ambizione viene interpretata.
Il successo non coincide più necessariamente con un percorso lineare o con una posizione stabile nel tempo. Si lega piuttosto alla possibilità di costruire un equilibrio, di mantenere margini di scelta, di adattarsi a contesti che cambiano. In questo senso, anche le decisioni dopo il diploma vanno lette alla luce di queste nuove aspettative. Non si tratta solo di scegliere cosa studiare o che lavoro fare, ma di immaginare come si vuole vivere. E questo rende il processo decisionale ancora più complesso, perché introduce variabili che non sono sempre facili da valutare in anticipo. È qui che si coglie la vera differenza rispetto al passato. Non tanto nelle opzioni disponibili, ma nei criteri con cui vengono scelte.
Il nodo delle informazioni
In un contesto in cui le possibilità aumentano e i percorsi diventano meno lineari, si potrebbe pensare che il problema principale sia la mancanza di informazioni. In realtà, i dati suggeriscono qualcosa di diverso: le informazioni ci sono, ma non sempre funzionano. Una parte molto ampia degli studenti dichiara di aver ricevuto indicazioni dalla scuola sui percorsi successivi, ma la percezione che queste siano davvero utili e aderenti alla realtà è in calo negli ultimi anni. Questo segnala un passaggio importante: non è più sufficiente avere accesso alle informazioni, serve anche riuscire a interpretarle. Il punto, quindi, non è la quantità, ma la qualità.
Oggi gli studenti si muovono in un ambiente ricco di contenuti, tra orientamento scolastico, open day, informazioni online, racconti indiretti. Ma questa abbondanza può diventare dispersiva se non è accompagnata da strumenti che aiutino a selezionare, confrontare e dare un senso alle diverse opzioni. In questo senso, più informazioni non significano automaticamente più chiarezza. Anzi, senza una guida, possono aumentare l’incertezza. È qui che si crea uno dei nodi più delicati.
Lo studente si trova esposto a molte possibilità, ma non sempre ha i riferimenti per capire quali siano realmente coerenti con il proprio percorso. Il rischio è quello di accumulare conoscenze senza riuscire a trasformarle in decisioni. Per questo, il tema delle informazioni non può essere separato da quello dell’orientamento. Non basta sapere cosa esiste. È necessario capire cosa significa per sé.
Cosa ci dicono davvero queste scelte
Se si mettono insieme tutti i dati, il quadro che emerge è meno lineare di quanto possa sembrare a una prima lettura. Le scelte dei diplomati non raccontano semplicemente cosa vogliono fare, ma come stanno cercando di orientarsi in un contesto che offre più possibilità, ma anche meno riferimenti.
Da una parte c’è una maggiore libertà. I percorsi sono più aperti, le combinazioni possibili aumentano, le traiettorie non sono più rigidamente definite. Gli studenti hanno più margine per costruire un percorso personale, per adattarlo nel tempo, per modificarlo se necessario. Dall’altra, però, questa stessa libertà rende il processo più complesso. Perché scegliere non significa solo decidere tra opzioni date, ma costruire una direzione che spesso non è immediatamente visibile. E questo richiede strumenti che non tutti hanno allo stesso modo: capacità di leggere le informazioni, di immaginare scenari, di collegare il presente a un’idea di futuro. È qui che emerge il punto centrale.
Gli studenti di oggi non sembrano meno ambiziosi o meno interessati a costruire il proprio percorso. Piuttosto, si trovano a farlo in condizioni diverse, in cui la quantità di possibilità non sempre è accompagnata da una maggiore chiarezza. In questo senso, le loro scelte non sono semplicemente più incerte, ma più esposte. Esposte alla complessità del contesto, alla qualità delle informazioni disponibili, al tipo di orientamento ricevuto, al contesto familiare e sociale in cui crescono. E proprio per questo, più che le singole decisioni, è il processo con cui vengono costruite a diventare l’elemento più rilevante.
Non meno ambiziosi, ma più esposti alla scelta
Se c’è un rischio nel leggere questi dati, è quello di interpretare l’incertezza come una mancanza di ambizione. È una scorciatoia che può sembrare intuitiva, ma che non restituisce la complessità di ciò che sta emergendo. Perché ciò che i dati raccontano è diverso.
I diplomati di oggi non sembrano meno interessati al proprio futuro, né meno motivati a costruirlo. Al contrario, si trovano a confrontarsi con un numero maggiore di possibilità, con percorsi meno lineari e con un contesto che richiede decisioni più autonome e meno guidate rispetto al passato. È qui che si colloca la differenza.
Non nella quantità di aspirazioni, ma nelle condizioni in cui queste aspirazioni devono prendere forma. Scegliere oggi significa muoversi in uno spazio più aperto, ma anche più incerto. Significa dover costruire una direzione senza avere sempre punti di riferimento chiari, tenendo insieme informazioni, aspettative e possibilità che non sempre sono facili da interpretare. In questo senso, l’esposizione alla scelta è aumentata.
E con essa, la necessità di sviluppare strumenti adeguati per affrontarla. Non solo informazioni sui percorsi, ma capacità di leggere il contesto, di collegare le opportunità, di immaginare scenari possibili. Qui si gioca la sfida più importante. Non ridurre l’incertezza a un limite, ma riconoscerla come parte di un processo che richiede accompagnamento. Perché in un sistema più aperto, la differenza non la fa chi ha più possibilità, ma chi riesce a orientarsi meglio tra di esse. E questo, oggi più che mai, non può essere lasciato alla casualità.









