L’ingegneria informatica è oggi una delle scelte universitarie con il miglior rapporto tra accessibilità di ingresso e qualità di sbocco. A differenza di Medicina, Veterinaria o delle professioni sanitarie, il corso non prevede un numero programmato a livello nazionale: chi vuole iscriversi, in linea di principio, può farlo, fatto salvo il superamento di un test di valutazione delle conoscenze (il TOLC-I) che serve più a misurare la preparazione di partenza che a sbarrare l’accesso. All’uscita, però, i numeri sono altissimi: secondo il Rapporto AlmaLaurea 2025, il tasso di occupazione a un anno dalla laurea magistrale in Ingegneria informatica è del 93,5%, che sale al 96,3% a cinque anni; lo stipendio medio netto mensile è di 1.512 euro a un anno dalla laurea e di 1.793 euro a cinque anni, con punte molto più alte in alcuni settori specialistici.
Sono numeri che spiegano perché, negli ultimi dieci anni, l’ingegneria informatica sia diventata una delle facoltà più scelte d’Italia, anche da studenti che fino a poco tempo fa avrebbero guardato a percorsi più tradizionali. Per capire cosa significhi davvero scegliere questo percorso — e per non confondersi con le altre lauree dell’area informatica, che sono molte e diverse — vale la pena fare ordine. Per chi sta valutando l’intera famiglia dell’ingegneria, è utile leggere anche l’analisi Alpha Orienta su i diversi rami dell’ingegneria, che inquadra le differenze tra meccanica, civile, gestionale, dell’informazione e gli altri filoni.
Cosa fa davvero un ingegnere informatico?
Il primo equivoco da risolvere riguarda la differenza tra ingegneria informatica e informatica “pura”. Sono due percorsi distinti, con classi di laurea diverse e tradizioni accademiche differenti. L’informatica (classe L-31 per la triennale, LM-18 per la magistrale) è una laurea scientifica, più vicina alla matematica e ai fondamenti teorici del software, che si concentra sullo sviluppo software, sugli algoritmi, sulla data science. L’ingegneria informatica (classe L-8 per la triennale, LM-32 per la magistrale) è una laurea ingegneristica: tiene insieme il software con l’hardware, l’elettronica, le telecomunicazioni, l’automazione e le reti, in una logica di progettazione di sistemi complessi.
Tradotto in pratica: un laureato in informatica diventerà più probabilmente uno sviluppatore software, un data scientist, un esperto di algoritmi. Un laureato in ingegneria informatica può fare le stesse cose, ma può anche progettare sistemi embedded, infrastrutture IT, reti di telecomunicazione, dispositivi connessi. È una formazione più larga, costruita per gestire sistemi che mescolano software e dispositivi fisici. Una differenza non trascurabile, che diventa importante anche sul piano professionale: per l’ingegnere informatico è prevista l’iscrizione all’Albo degli Ingegneri (sezione A se magistrale, sezione B se triennale), previo Esame di Stato; per l’informatico “puro” questo passaggio non esiste.
Le aree concrete di lavoro coperte da un ingegnere informatico oggi sono numerose. Lo sviluppo software (applicazioni desktop, web, mobile, sistemi gestionali). La progettazione di reti e infrastrutture IT. L’amministrazione di sistemi (cloud, server, database). La cybersecurity, in tutte le sue declinazioni. Lo sviluppo di sistemi embedded (l’intelligenza dentro i dispositivi: dall’automotive ai dispositivi medici, dall’IoT alla domotica). L’intelligenza artificiale e il machine learning applicati. L’automazione industriale e i sistemi di controllo. La consulenza tecnologica per aziende che devono digitalizzare i propri processi. Sono ambiti diversissimi tra loro, accomunati da una preparazione di base solida che parte da matematica, fisica, programmazione e architettura dei calcolatori.
Il percorso di studi: dalla triennale alla magistrale
Il percorso “standard” per diventare ingegnere informatico in Italia si articola su due livelli universitari: la laurea triennale in Ingegneria informatica (classe L-8) e la laurea magistrale in Ingegneria informatica (classe LM-32). In totale cinque anni, di cui i primi tre dedicati alle basi e gli ultimi due alla specializzazione.
La triennale è organizzata attorno a un nucleo molto preciso. Nei primi due anni dominano le materie di base: matematica (analisi, geometria, algebra lineare, logica matematica, statistica e probabilità), fisica, programmazione, fondamenti di informatica, architettura degli elaboratori, sistemi operativi, basi di dati, reti di calcolatori, elettronica, ingegneria del software. Nel terzo anno entrano le materie più applicative e si introducono curricula o orientamenti specifici (per esempio sviluppo software, reti e sistemi, ingegneria gestionale dell’informazione), che variano da ateneo ad ateneo ma seguono uno schema comune.
La magistrale è dove avviene la vera specializzazione. Le aree principali su cui si articola oggi l’offerta italiana hanno denominazioni che variano da università a università, ma ruotano attorno a un quintetto riconoscibile: sviluppo software e ingegneria del software, sistemi e reti, intelligenza artificiale e machine learning, cybersecurity, data science e big data. Alcuni atenei propongono curricula misti — “Computer Engineering, Cybersecurity and Artificial Intelligence” all’Università di Cagliari, o “Ingegneria informatica e dell’automazione – curriculum Cybersecurity” — che riflettono la convergenza tra questi ambiti. La maggior parte dei programmi magistrali è oggi erogata in inglese o offre almeno un percorso in inglese, in coerenza con un mercato del lavoro fortemente internazionale.
L’accesso alla triennale è regolato dal TOLC-I, il Test On Line del CISIA per l’area Ingegneria. Non è un test selettivo nel senso classico: si può sostenere più volte (con un intervallo minimo tra un tentativo e l’altro), in modalità in presenza presso le sedi universitarie o da casa (TOLC@CASA), e in oltre dieci finestre temporali distribuite durante l’anno. Il test è composto da 50 domande su matematica, scienze, logica e comprensione verbale, più una sezione dedicata all’inglese che non incide sul punteggio. La maggior parte delle università consente comunque l’immatricolazione anche con un punteggio sotto la soglia, ma assegna un Obbligo Formativo Aggiuntivo (OFA) da colmare entro il primo anno con un esame propedeutico, in genere su matematica o programmazione. Per orientarsi sul test e su come prepararsi al meglio, è utile la guida Alpha Orienta sul TOLC e i test di ingresso universitari, che entra nel merito di struttura, calendario e strategia di preparazione.
Il tirocinio formativo è previsto durante la magistrale e, spesso, anche nell’ultimo semestre della triennale. È un passaggio importante: secondo i dati AlmaLaurea, il 43,8% dei laureati magistrali in Ingegneria informatica ha svolto tirocini curriculari, e il 17,7% ha avuto un’esperienza di studio all’estero (Erasmus o programmi di doppia laurea). Sono percentuali destinate a crescere nei prossimi anni, perché il mercato del lavoro premia chi arriva alla laurea con esperienza pratica già in tasca.
L'Esame di Stato e l'iscrizione all'Albo
La laurea in ingegneria informatica non è abilitante. Per esercitare la professione di ingegnere occorre superare un Esame di Stato e iscriversi all’Albo degli Ingegneri. Va aggiunto, però, che — diversamente da medico, architetto o avvocato — la professione di ingegnere informatico nel settore privato non è strettamente riservata agli iscritti all’Albo: la grande maggioranza degli ingegneri informatici lavora in azienda senza essere iscritto, e l’Albo serve principalmente a chi vuole esercitare come libero professionista, firmare progetti, fare consulenza professionale autonoma o partecipare a concorsi pubblici che richiedono l’abilitazione.
L’Albo degli Ingegneri è organizzato in due sezioni. La sezione A è riservata ai laureati magistrali e dà accesso pieno alla professione di “ingegnere”; la sezione B è riservata ai laureati triennali e abilita alla professione di “ingegnere junior”, con un perimetro di responsabilità più limitato. Per entrambe le sezioni serve superare un Esame di Stato, organizzato annualmente dal Ministero dell’Università e gestito dalle singole università. L’esame, per l’ingegneria dell’informazione, consiste tipicamente in due prove scritte (una su contenuti generali, una su un caso pratico), una prova orale e, in alcune sedi, una prova pratica. Il riferimento normativo è il DPR 5 giugno 2001, n. 328.
Una nota: anche chi decide di non iscriversi subito all’Albo dopo la laurea fa bene a sostenere l’Esame di Stato negli anni vicini al titolo, finché lo studio universitario è ancora fresco. Avere l’abilitazione “in tasca” tiene aperte le porte a evoluzioni di carriera che oggi non sono prevedibili — la consulenza, la libera professione, l’accesso a concorsi pubblici.
Gli sbocchi: aziende, consulenza, pubblica amministrazione, libera professione
I dati AlmaLaurea più recenti restituiscono un quadro inequivocabile: per chi si laurea in ingegneria informatica, il problema non è trovare lavoro, è scegliere bene il lavoro da accettare. Il 93,5% dei laureati magistrali è occupato a un anno dalla laurea, il 96,3% a cinque anni. Il 91% lavora nel settore privato. A cinque anni dalla laurea, l’84,7% è dipendente a tempo indeterminato, una quota tra le più alte del sistema universitario italiano.
La strada di gran lunga più frequente è il lavoro in azienda. I datori di lavoro tipici sono di tre tipi: le società tecnologiche pure (sviluppo software, integratori IT, fornitori di servizi cloud, startup digitali), le aziende che producono o utilizzano tecnologie informatiche al loro interno (banche, assicurazioni, telecomunicazioni, automotive, manifatturiero, energy, retail), e le società di consulenza tecnologica (Accenture, Deloitte, Capgemini, KPMG, ma anche molte realtà italiane). Secondo AlmaLaurea, il 51,3% dei laureati magistrali in Ingegneria informatica lavora nel ramo informatica/ICT; il 7,8% nella meccanica di precisione e industria metalmeccanica; il 6,4% nel ramo del credito e delle assicurazioni.
Un caso particolare, dentro questo macro-quadro, è quello della consulenza tecnologica. Le grandi società di consulenza assumono ogni anno migliaia di ingegneri informatici neolaureati per progetti che vanno dalla trasformazione digitale delle imprese alla cybersecurity, dall’implementazione di sistemi gestionali alla data analytics. Sono lavori che permettono di esporsi a contesti aziendali molto diversi nei primi cinque-sette anni di carriera, costruendo un portfolio di esperienze ampio, ma con ritmi spesso intensi e mobilità geografica frequente.
Una direzione che è tornata interessante negli ultimi anni è la pubblica amministrazione. Dopo molti anni di blocco delle assunzioni, lo Stato è tornato a cercare attivamente competenze digitali: i bandi del PNRR per la transizione digitale della PA, la riforma dei concorsi pubblici, le strutture come il Dipartimento per la trasformazione digitale, AgID, l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) hanno aperto una stagione di concorsi pubblici per ingegneri informatici con condizioni economiche generalmente meno competitive del privato ma con maggiore stabilità.
Più rara, ma in crescita, è infine la libera professione. Riguarda chi si iscrive all’Albo degli Ingegneri e apre partita IVA per offrire servizi di consulenza, progettazione, audit di sicurezza, supporto alla digitalizzazione di piccole e medie imprese. Secondo AlmaLaurea, il 4,6% dei laureati magistrali in Ingegneria informatica lavora come libero professionista a cinque anni dalla laurea: una quota minoritaria, ma significativa, e spesso associata a competenze molto specialistiche.
Sul piano retributivo, l’ingegneria informatica è collocata tra le aree con gli stipendi più alti del sistema universitario italiano. Lo stipendio iniziale medio di un neolaureato magistrale si aggira sui 1.500-1.700 euro netti mensili, ma con differenze importanti per area geografica (al Nord il differenziale è del 15% rispetto al Sud) e per tipo di azienda (multinazionali e società di consulenza pagano in media il 20-30% in più delle medie imprese italiane). Dopo cinque anni la media sale intorno ai 1.800 euro netti mensili, ma in ambiti specialistici come la cybersecurity senior si possono superare i 75.000 euro lordi annui; ruoli come quello di CISO (Chief Information Security Officer) nelle grandi aziende possono superare i 110.000 euro lordi annui. Va detto che gli stipendi italiani restano significativamente inferiori a quelli europei: un ingegnere informatico che si trasferisce all’estero a un anno dalla laurea percepisce in media 2.174 euro netti mensili (56% in più rispetto ai colleghi che restano in Italia). È uno dei motivi per cui l’ingegneria informatica è una delle discipline con la maggiore propensione alla mobilità internazionale (oltre il 13% lavora all’estero a cinque anni dalla laurea).
Le specializzazioni più richieste oggi
Dopo la laurea magistrale, la maggior parte degli ingegneri informatici entra direttamente nel mondo del lavoro. Una parte sceglie però di proseguire con percorsi di specializzazione, sia accademici (dottorato di ricerca, secondo livello LM-32) che professionali (master di primo o secondo livello, certificazioni di settore). Vale la pena passare in rassegna le aree su cui oggi si concentra la maggiore domanda di formazione specialistica.
L’area più “calda” del momento è senza dubbio la cybersecurity. Le aziende italiane spendono ogni anno cifre crescenti per proteggersi dagli attacchi informatici, e i profili specializzati sono cronicamente sotto offerta. Ruoli come Cybersecurity Analyst, Penetration Tester, Security Architect, Threat Intelligence Specialist hanno stipendi superiori del 20-40% rispetto ai ruoli software generalisti. Le certificazioni internazionali (CISSP, CISM, OSCP, CEH) sono spesso un complemento importante alla laurea.
A inseguire da vicino c’è l’intelligenza artificiale e il machine learning, area che dopo l’esplosione dell’AI generativa ha visto una crescita esponenziale della domanda. I ruoli più richiesti sono Machine Learning Engineer, AI Engineer, MLOps Engineer, Computer Vision Engineer. Questi sbocchi si sovrappongono in parte con quelli del data scientist, di cui Alpha Orienta ha parlato nel pezzo della serie “Come si diventa data scientist“, ma si distinguono per il taglio più ingegneristico: chi viene da Ingegneria informatica è specializzato nel costruire sistemi che mettono in produzione modelli di AI, non solo nell’addestrarli.
Una trasformazione più silenziosa ma altrettanto profonda riguarda il cloud computing, che ha cambiato il modo in cui le aziende gestiscono i propri sistemi informatici. Le certificazioni AWS, Microsoft Azure e Google Cloud sono diventate uno standard di mercato, e i ruoli di Cloud Engineer, DevOps Engineer, Cloud Architect sono tra i più richiesti.
Resta poi lo sviluppo software “puro”, area dove la specializzazione si gioca sui linguaggi e i framework (Java, Python, JavaScript/TypeScript, Go, Rust), sulle architetture (microservizi, serverless), sui paradigmi (sviluppo mobile iOS/Android, web full-stack). È l’area più “generalista” del mercato, con stipendi mediamente più bassi delle specializzazioni più verticali, ma con grande mobilità e tante opportunità.
Vale infine la pena ricordare l’automazione industriale e i sistemi embedded, ambito dove l’ingegneria informatica si interseca con la meccanica e l’elettronica. È il dominio dell’Industria 4.0, dell’IoT industriale, della robotica, dell’automotive elettrico e a guida autonoma. È un ambito dove la formazione ingegneristica completa di Ingegneria informatica (con elettronica e automazione) fa la differenza rispetto a una laurea in Informatica.

Cresciuto a pane e tecnologia, muove i primi passi nell'editoria digitale dopo la laurea in cinema e nuovi media, specializzandosi nel raccontare le nuove tecnologie a 360 gradi e il loro impatto nella società, dall'alimentazione all'intrattenimento, dalla scienza all'ambiente.
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