Relazioni, identità, società: cosa vorrebbero capire veramente gli studenti oggi?

I dati e l’analisi su bisogni emergenti, stati d’animo e nuove richieste educative che la scuola fatica ancora a intercettare.

di Lucia Resta
22 aprile 2026
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C’è un cambiamento silenzioso, ma molto chiaro, nelle richieste degli studenti italiani. Non riguarda nuove materie o programmi più aggiornati. Riguarda qualcosa di più profondo: il bisogno di capire come stare nel mondo. I dati dell’indagine AlmaDiploma lo mostrano senza ambiguità. Tra i temi che i diplomati vorrebbero affrontare a scuola non emergono priorità disciplinari, ma questioni legate alla vita quotidiana: benessere psicologico, gestione dello stress, relazioni, educazione sessuale, comprensione della realtà sociale.

È uno spostamento netto. La scuola, tradizionalmente, ha costruito la propria identità attorno alla trasmissione di conoscenze. Gli studenti, oggi, chiedono invece strumenti per interpretare ciò che vivono: le emozioni, i cambiamenti, i rapporti con gli altri, le scelte personali. Non è una richiesta astratta. Arriva in un momento in cui il percorso dopo il diploma è sempre meno lineare e sempre più esposto a variabili difficili da controllare. In questo contesto, sapere “cosa studiare” non basta più.

Diventa altrettanto importante capire come gestire l’incertezza, come affrontare le relazioni, come prendere decisioni che riguardano sé stessi. Il punto, allora, non è aggiungere nuovi contenuti, ma riconoscere che la domanda degli studenti è cambiata. Non chiedono solo di essere preparati, ma di essere accompagnati. Non solo conoscenze, ma strumenti per vivere.

Il dato più importante: il bisogno di stare bene

Se c’è un dato che sintetizza meglio di altri le priorità degli studenti, è questo: il tema più richiesto in assoluto è il benessere psicologico. Più della metà dei diplomati (55,3%) vorrebbe affrontarlo o approfondirlo a scuola. Questo è un segnale forte, perché sposta il baricentro della domanda educativa. Non si tratta più solo di apprendere contenuti, ma di stare meglio dentro un contesto — quello scolastico e personale — che spesso viene percepito come complesso, competitivo, a tratti difficile da gestire. Il dato acquista ancora più senso se letto insieme agli stati d’animo prevalenti tra gli studenti. Ansia e insicurezza risultano tra le emozioni più diffuse nel gruppo dei pari, segno di un clima emotivo che non può essere considerato marginale. Non si parla di casi isolati, ma di una condizione condivisa.

In questo contesto, il benessere psicologico non è più un tema “di supporto”, da affrontare solo in situazioni critiche. Diventa una competenza di base, necessaria per affrontare lo studio, le relazioni, le scelte future. Senza un minimo di strumenti per leggere e gestire le proprie emozioni, anche i percorsi più strutturati rischiano di diventare fragili. La richiesta degli studenti è quindi molto concreta: avere spazi, strumenti e linguaggi per capire cosa stanno vivendo. Non per sostituire altri ambiti della formazione, ma per renderli sostenibili. Perché senza una condizione di equilibrio, anche l’apprendimento perde efficacia.

Gestire lo stress: la competenza invisibile

Subito dopo il benessere psicologico, c’è un altro tema che gli studenti indicano con chiarezza: la gestione dello stress e dei cambiamenti. Quasi uno su due (49,9%) vorrebbe che fosse affrontato in modo più strutturato a scuola.

È una richiesta che dice molto del momento che stanno vivendo. Gli ultimi anni — tra pandemia, didattica a distanza, ritorno alla normalità — hanno reso più evidente quanto il contesto possa incidere sull’equilibrio personale. Ma non si tratta solo di questo. Lo stress, oggi, è legato anche alla pressione delle scelte: cosa fare dopo il diploma, come non sbagliare, come tenere insieme aspettative proprie e altrui.

Eppure, proprio questa competenza resta quasi invisibile nei percorsi scolastici. Si dà per acquisita, come se fosse qualcosa che ogni studente dovesse sviluppare da sé. Non esiste uno spazio strutturato in cui imparare a riconoscere lo stress, a gestirlo, a trasformarlo in una risorsa invece che in un ostacolo.

Il risultato è che molti studenti si trovano ad affrontare situazioni complesse senza strumenti adeguati. Non perché manchino capacità, ma perché manca un linguaggio condiviso per leggere quello che accade. E quando questo linguaggio non c’è, anche le difficoltà più comuni diventano più difficili da affrontare.

Gestire lo stress non significa eliminarlo. Significa imparare a riconoscerlo, a ridimensionarlo, a capire quando è fisiologico e quando diventa un problema. In questo senso, è una competenza trasversale, che incide su tutto: studio, relazioni, scelte future. Il fatto che gli studenti la indichino tra le priorità non è casuale. È il segnale di un bisogno concreto, spesso sottovalutato. E, allo stesso tempo, di uno spazio che la scuola può ancora decidere di occupare in modo più consapevole.

Relazioni e affettività: una domanda ancora scoperta

Accanto al benessere psicologico e alla gestione dello stress, emerge un altro ambito che gli studenti vorrebbero affrontare in modo più strutturato: quello delle relazioni e dell’affettività. L’educazione sessuale interessa il 44,8% dei diplomati, mentre l’educazione alle relazioni coinvolge oltre un terzo degli studenti (34,9%). Sono numeri che raccontano una domanda ampia, ma ancora poco intercettata. Perché, a differenza di altri temi, relazioni e affettività entrano raramente in modo stabile nei percorsi scolastici. Quando accade, è spesso attraverso interventi sporadici, legati a singoli progetti o alla sensibilità di docenti e istituti.

Eppure si tratta di una dimensione centrale dell’esperienza adolescenziale. Le relazioni con i pari, i primi rapporti affettivi, il confronto con il proprio corpo e con l’identità: sono tutti passaggi che influenzano profondamente il modo in cui gli studenti vivono la scuola e costruiscono sé stessi. Il punto è che, senza uno spazio di confronto strutturato, queste esperienze vengono spesso elaborate in modo informale, attraverso il gruppo dei pari o i social. Non sempre con strumenti adeguati. Il rischio non è solo la disinformazione, ma anche la difficoltà a riconoscere e gestire dinamiche complesse: consenso, comunicazione, rispetto, conflitto.

La richiesta degli studenti, quindi, non è tanto “più informazione”, ma una maggiore qualità del confronto. Avere occasioni per parlare in modo aperto, guidato, non giudicante. Costruire un linguaggio comune per affrontare temi che, nella pratica, fanno già parte della loro vita. In questo senso, l’educazione alle relazioni non è un contenuto accessorio. È una competenza che incide direttamente sul benessere individuale e sulla qualità della convivenza. E il fatto che venga indicata come prioritaria segnala quanto, oggi, questo spazio sia ancora da costruire.

Identità e società: capire il mondo che cambia

Oltre alla dimensione personale e relazionale, gli studenti mostrano un interesse crescente anche per ciò che accade fuori da sé: il contesto sociale, culturale e globale in cui sono immersi. Tra i temi più richiesti compaiono infatti la situazione geopolitica attuale (38,2%), le differenze culturali, etniche e religiose, ma anche questioni come le discriminazioni di genere e l’identità. È un dato che va letto in profondità. Non si tratta solo di curiosità o aggiornamento sull’attualità, ma del bisogno di interpretare un mondo percepito come complesso e in rapido cambiamento. Guerre, migrazioni, crisi ambientali, trasformazioni sociali: sono tutti elementi che fanno parte del vissuto quotidiano, anche quando arrivano filtrati dai media o dai social.

In questo scenario, gli studenti chiedono strumenti per orientarsi. Non solo informazioni, ma chiavi di lettura. Capire cosa sta succedendo, perché accade, quali conseguenze può avere. E, soprattutto, che ruolo possono avere loro dentro questo contesto. Il tema dell’identità si inserisce proprio qui. Non come questione isolata, ma come parte di un processo più ampio: costruire sé stessi in relazione agli altri, alle differenze, ai cambiamenti sociali. Senza spazi di riflessione adeguati, questo processo rischia di restare frammentato, affidato a fonti esterne spesso disomogenee.

Anche in questo caso emerge uno scarto tra domanda e offerta. La scuola affronta questi temi, ma spesso in modo indiretto, legato ai programmi disciplinari. Quello che manca è un approccio più esplicito, che aiuti a collegare le conoscenze alla realtà contemporanea. Il messaggio degli studenti è chiaro: non basta studiare il mondo, serve capirlo mentre cambia. E per farlo, servono strumenti che vadano oltre le singole materie, capaci di tenere insieme dimensione personale e dimensione collettiva.

Differenze di genere: bisogni diversi, stessa domanda di fondo

I dati dell’indagine mostrano anche un altro elemento rilevante: le priorità degli studenti non sono uniformi, ma presentano differenze significative tra maschi e femmine. Differenze che non indicano una distanza nei bisogni, quanto piuttosto modi diversi di interpretarli. Le studentesse esprimono un interesse più marcato per temi legati alla sfera personale e relazionale: benessere psicologico, gestione dello stress, educazione alle relazioni, discriminazioni di genere. Gli studenti maschi, invece, mostrano maggiore attenzione per ambiti come l’educazione finanziaria, la geopolitica e la sostenibilità ambientale.

A una prima lettura, può sembrare una polarizzazione. In realtà, il dato racconta qualcosa di più complesso. Non sono bisogni contrapposti, ma focalizzazioni diverse su uno stesso obiettivo: capire il mondo e trovare il proprio posto al suo interno. Le ragazze sembrano chiedere strumenti per gestire meglio la dimensione interna — emozioni, relazioni, identità — mentre i ragazzi si orientano più verso la dimensione esterna — economia, società, scenari globali. Ma entrambe queste dimensioni sono strettamente connesse: non si può comprendere il contesto senza comprendere sé stessi, e viceversa.

Il rischio, se queste differenze non vengono riconosciute, è quello di offrire risposte parziali. Un’offerta educativa che intercetta solo alcuni bisogni rischia di lasciare scoperta una parte degli studenti. Al contrario, un approccio più integrato permetterebbe di costruire percorsi capaci di tenere insieme entrambe le dimensioni. In questo senso, il dato sulle differenze di genere non è una criticità, ma un’indicazione operativa. Suggerisce che la scuola dovrebbe ampliare il proprio raggio d’azione, senza semplificare o uniformare le richieste. Perché, al di là delle priorità specifiche, la domanda di fondo resta la stessa: avere strumenti per orientarsi, dentro e fuori da sé.

Il legame con gli stati d’animo: cosa non funziona

C’è un elemento che attraversa tutti i dati dell’indagine e che aiuta a leggere in profondità le richieste degli studenti: il clima emotivo. Ansia, insicurezza, ma anche rabbia e frustrazione emergono come stati d’animo diffusi tra i compagni di classe.

Non si tratta solo di una dimensione individuale, ma di una percezione collettiva. Gli studenti riconoscono un disagio condiviso, un sottofondo emotivo che accompagna il percorso scolastico e le scelte future. Ed è proprio dentro questo contesto che si collocano le richieste di cui abbiamo parlato: benessere psicologico, gestione dello stress, relazioni.

Una contraddizione apparente

Allo stesso tempo, però, emerge un dato che può sembrare in contrasto: alla vigilia della scelta post-diploma molti studenti si definiscono “determinati”, “interessati”, in alcuni casi persino “entusiasti”. È una contraddizione solo apparente. Più che negare il disagio, racconta una capacità di adattamento: gli studenti vanno avanti, prendono decisioni, cercano di costruire un percorso, anche quando il contesto emotivo non è stabile. È una forma di resilienza, ma non necessariamente di equilibrio.

Il punto critico è proprio qui. La scuola intercetta solo in parte questa dimensione. I segnali ci sono, ma raramente diventano oggetto di lavoro sistematico. Le emozioni restano sullo sfondo, mentre l’attenzione si concentra sui contenuti e sulle performance. Il risultato è uno scarto: da una parte una domanda esplicita di strumenti per gestire sé stessi e le relazioni, dall’altra una risposta che fatica a strutturarsi. E questo contribuisce a mantenere quel clima di incertezza che gli stessi studenti descrivono.

Comprendere il legame tra stati d’animo e apprendimento è quindi fondamentale. Non per trasformare la scuola in uno spazio terapeutico, ma per riconoscere che senza una base emotiva sufficientemente stabile anche le altre competenze — cognitive, relazionali, decisionali — diventano più difficili da costruire.

Una scuola ancora troppo centrata sui contenuti

Di fronte a richieste così chiare, il limite principale sembra essere uno: la scuola continua a essere strutturata attorno ai contenuti, mentre gli studenti chiedono competenze per interpretare e gestire la realtà. Non è una critica alla qualità dell’insegnamento, ma al suo perimetro. Il modello resta in larga parte disciplinare: programmi da seguire, conoscenze da trasmettere, verifiche da superare. Tutto necessario, ma non sempre sufficiente a rispondere ai bisogni che emergono con forza dall’indagine.

Il punto è che molti dei temi indicati dagli studenti — benessere psicologico, gestione dello stress, relazioni, identità — non trovano uno spazio definito nei curricula. Entrano, quando entrano, in modo trasversale od occasionale, spesso legato alla sensibilità dei singoli docenti o a progetti specifici. Questo crea una discontinuità. Alcuni studenti incontrano questi temi, altri no. Alcuni li affrontano in modo strutturato, altri solo marginalmente. Il risultato è un sistema che fatica a garantire equità nell’accesso a competenze che, sempre più, incidono sulla qualità della vita e delle scelte.

C’è poi un altro aspetto: la difficoltà di collegare ciò che si studia alla realtà contemporanea. I contenuti ci sono, ma non sempre vengono utilizzati per leggere il presente. E senza questo passaggio, anche le conoscenze più solide rischiano di restare astratte. Il cambiamento richiesto non è semplice, perché riguarda l’impianto stesso della scuola. Significa spostare l’attenzione — almeno in parte — da “cosa insegnare” a “a cosa serve ciò che si insegna”. Integrare i contenuti con competenze che aiutino a usarli, a interpretarli, a trasformarli in strumenti. Non si tratta di sostituire le discipline, ma di affiancarle. Di riconoscere che oggi la preparazione degli studenti passa anche da ciò che, finora, è rimasto ai margini. E che proprio lì si gioca una parte sempre più importante della loro capacità di orientarsi nel mondo.

Cosa chiedono davvero gli studenti

Se si mettono insieme tutti i dati — i temi richiesti, gli stati d’animo, le differenze tra studenti — emerge una domanda più profonda, che va oltre le singole percentuali. Gli studenti non stanno semplicemente indicando “argomenti da aggiungere”, ma stanno ridefinendo cosa significa, per loro, essere preparati.

Strumenti per capire sé stessi

Il primo bisogno riguarda la dimensione interna. Benessere psicologico, gestione dello stress, identità: sono tutte richieste che parlano della necessità di avere strumenti per leggere ciò che si prova, per dare un senso alle proprie emozioni, per affrontare i cambiamenti senza subirli.

Non è un tema accessorio. È la base su cui si costruiscono tutte le altre competenze. Senza questa consapevolezza, anche le scelte più razionali diventano più fragili.

Competenze per gestire le relazioni

Il secondo livello riguarda il rapporto con gli altri. Educazione alle relazioni, affettività, comunicazione: gli studenti chiedono spazi per capire come funzionano i legami, come si gestiscono i conflitti, come si costruisce un rapporto equilibrato.

Anche qui, non si tratta di teoria, ma di strumenti concreti. Di linguaggi condivisi che permettano di affrontare situazioni reali, già presenti nella loro esperienza quotidiana.

Chiavi di lettura per interpretare il mondo

Il terzo ambito è quello esterno. Geopolitica, differenze culturali, discriminazioni: gli studenti vogliono capire il contesto in cui vivono. Non solo sapere “cosa succede”, ma perché succede e quali implicazioni ha.

È una richiesta di senso, prima ancora che di informazione. Un modo per non restare spettatori di un mondo percepito come complesso e in rapido cambiamento.

Supporto nelle scelte e nelle transizioni

Infine, c’è un bisogno trasversale che attraversa tutti gli altri: essere accompagnati nelle scelte. Non solo orientamento informativo, ma strumenti per decidere. Per valutare alternative, per gestire l’incertezza, per costruire un percorso coerente.

In sintesi, gli studenti non chiedono una scuola diversa “in teoria”. Chiedono una scuola più utile. Più capace di entrare nelle loro vite reali e di fornire strumenti che possano essere utilizzati subito, dentro e fuori dall’aula.

Una trasformazione culturale già in atto

La richiesta degli studenti non è episodica, né legata a una fase particolare. È il segnale di una trasformazione già in corso, che riguarda il modo stesso di intendere la scuola. Non più solo luogo di trasmissione del sapere, ma spazio in cui costruire strumenti per vivere. I dati mostrano che questa trasformazione parte dagli studenti, prima ancora che dalle istituzioni. Sono loro a indicare le priorità, a segnalare ciò che manca, a chiedere un collegamento più diretto tra ciò che si studia e ciò che si vive.

La scuola, oggi, si trova in una posizione intermedia: continua a garantire solide basi disciplinari, ma fatica a integrare in modo strutturato queste nuove esigenze. Il rischio non è tanto quello di essere “superata”, quanto di restare parziale.

Riconoscere questa trasformazione significa fare un passo avanti. Non aggiungendo semplicemente nuovi contenuti, ma ampliando il significato di educazione. Perché, in un contesto sempre più complesso, preparare davvero gli studenti significa aiutarli a capire, scegliere e affrontare ciò che li aspetta.

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