Determinati ma spaventati: il paradosso della Gen Z davanti alle scelte

Tra ansia, pressione e bisogno di orientamento, vediamo come i giovani affrontano oggi il futuro.

di Lucia Resta
5 giugno 2026
1 MIN READ

C’è un dato, nell’ultima indagine AlmaDiploma, che racconta meglio di molti discorsi il momento che stanno vivendo gli studenti italiani. Da una parte, l’ansia è lo stato d’animo più diffuso tra amici e compagni di classe. Dall’altra, quando devono descrivere sé stessi alla vigilia delle scelte post-diploma, l’aggettivo più usato è “determinato”. È qui che emerge uno dei paradossi più interessanti della Gen Z: sentirsi fragili e, allo stesso tempo, obbligati a continuare ad andare avanti. Spaventati, ma non fermi. Incerti, ma comunque chiamati a decidere.

Per anni il dibattito pubblico ha oscillato tra due immagini opposte dei giovani: da una parte una generazione ipersensibile, dall’altra ragazzi considerati disillusi o disinteressati. I dati raccontano qualcosa di molto diverso. Gli studenti non sembrano affatto immobili. Al contrario, continuano a progettare, scegliere, immaginare il proprio futuro. Ma lo fanno dentro un clima emotivo molto più instabile rispetto al passato.

Il punto è che oggi la sensazione di precarietà non riguarda solo il lavoro o l’economia. Riguarda il modo stesso in cui si costruisce il futuro. Le scelte arrivano prima, sono più numerose e spesso meno prevedibili: università, lavoro, studio all’estero, percorsi ibridi, ITS, esperienze temporanee. Tutto sembra possibile, ma proprio per questo tutto appare anche più difficile da decifrare. Dentro questo scenario, la determinazione non coincide necessariamente con la sicurezza. Molti ragazzi vanno avanti senza sentirsi davvero tranquilli. Imparano ad abitare l’incertezza, più che a superarla. Ed è probabilmente questa la caratteristica che definisce meglio la loro generazione: non l’assenza di paura, ma la capacità di muoversi anche quando la paura resta sullo sfondo.

L'ansia come clima collettivo

Il dato più netto emerso dall’indagine AlmaDiploma riguarda proprio il clima emotivo percepito dagli studenti. Alla domanda sugli stati d’animo più diffusi tra amici e compagni di classe, quasi la metà dei diplomati indica l’ansia. È il sentimento dominante, molto più di felicità, tranquillità o fiducia. Subito dopo compaiono insicurezza ed egoismo, segni di un contesto vissuto come competitivo e poco stabile.

Non si tratta di un disagio isolato o individuale. È qualcosa che gli studenti percepiscono come collettivo, quasi ambientale. Un sottofondo costante che accompagna la scuola, le relazioni, le scelte future. Il fatto che emerga con tanta forza dice molto del momento storico in cui questa generazione è cresciuta. Negli ultimi anni, infatti, l’incertezza è diventata una condizione permanente. Pandemia, didattica a distanza, crisi internazionali, trasformazioni rapide del lavoro e dell’università: tutto questo ha contribuito a costruire una sensazione di instabilità continua. Per molti ragazzi, il futuro non appare più come un percorso lineare da seguire, ma come qualcosa da negoziare continuamente.

Anche le differenze di genere aiutano a leggere meglio il fenomeno. Le studentesse si percepiscono più spesso “spaventate” e “agitate” rispetto ai coetanei maschi, segnale di una pressione emotiva che tende a manifestarsi in modo diverso. Ma il dato centrale resta comune: l’ansia attraversa tutti i percorsi scolastici e tutti i gruppi. Il punto importante è che questa condizione non coincide necessariamente con fragilità individuale. Molti studenti funzionano, studiano, prendono decisioni, mantengono obiettivi chiari. Ma lo fanno dentro un clima emotivo molto più carico rispetto al passato. In questo senso, l’ansia non è soltanto una reazione personale. È diventata una sorta di linguaggio generazionale: il modo in cui molti ragazzi descrivono il rapporto con il presente e soprattutto con ciò che li aspetta dopo il diploma.

La forza di andare avanti anche senza certezze

Ed è proprio qui che emerge il dato più interessante dell’indagine. Perché, nonostante il clima emotivo segnato da ansia e insicurezza, quando gli studenti devono descrivere sé stessi alla vigilia della scelta post-diploma l’aggettivo più usato è un altro: “determinato”. A prima vista può sembrare una contraddizione. Come si può essere contemporaneamente agitati e determinati? In realtà, è probabilmente questa la cifra emotiva più autentica della Gen Z: la capacità di continuare a muoversi anche senza sentirsi davvero al sicuro.

La determinazione che emerge dai dati non assomiglia all’idea tradizionale di sicurezza incrollabile. È qualcosa di diverso, più fragile ma anche più adattivo. Molti studenti non hanno certezze assolute sul futuro, non sanno esattamente dove arriveranno, eppure sentono di dover scegliere, costruire, andare avanti comunque. Questo elemento cambia anche il modo in cui si interpreta la fragilità giovanile. Per anni il racconto pubblico ha spesso associato ansia e vulnerabilità a passività o disimpegno. L’indagine mostra invece una generazione che continua a investire sul proprio futuro, pur percependolo come instabile.

In altre parole, la paura non blocca necessariamente il movimento. Convive con esso. Gli studenti prendono decisioni mentre si sentono ancora incerti, affrontano transizioni senza avere la sensazione di controllarle davvero fino in fondo. È una forma di resilienza meno spettacolare rispetto a quella raccontata spesso dagli adulti, ma molto concreta. Anche perché oggi il contesto lascia poco spazio all’attesa. Le scelte arrivano rapidamente e spesso senza percorsi già tracciati: università, lavoro, percorsi misti, esperienze all’estero, ITS. La sensazione diffusa è quella di dover essere pronti continuamente, anche quando interiormente non ci si sente del tutto pronti. Ed è forse proprio questo il punto centrale: la Gen Z non appare più debole delle generazioni precedenti. Sembra piuttosto allenata a convivere con livelli di incertezza che, per molti adulti, sarebbero stati eccezionali e temporanei. Per loro, invece, sono diventati la normalità.

La pressione della scelta continua

Per capire davvero il rapporto che la Gen Z ha con l’incertezza bisogna partire da un dato semplice: oggi le scelte non sono solo più difficili, ma anche molto più numerose rispetto al passato. Fino a pochi anni fa i percorsi apparivano relativamente lineari. Dopo il diploma si sceglieva soprattutto tra università e lavoro. Oggi, invece, le possibilità si moltiplicano: corsi ITS, studio all’estero, percorsi ibridi tra formazione e occupazione, lavori temporanei, esperienze professionalizzanti, pause strategiche. In teoria è un ampliamento delle opportunità. In pratica, però, significa anche maggiore pressione decisionale.

I dati AlmaDiploma fotografano bene questa frammentazione. Una parte consistente degli studenti immagina di combinare studio e lavoro, altri puntano solo sull’università, altri ancora vogliono entrare subito nel mercato del lavoro. E poi c’è una quota significativa di diplomati che si definisce apertamente “incerta” rispetto al proprio futuro. Il punto è che questa incertezza non riguarda soltanto la scelta finale. Riguarda il processo stesso del decidere. Molti ragazzi percepiscono la sensazione di dover ottimizzare continuamente il proprio percorso: scegliere bene, non perdere tempo, non restare indietro, accumulare esperienze utili. Ogni decisione sembra avere un peso immediato sul futuro.

In questo contesto, la scelta smette di essere un momento circoscritto e diventa una condizione permanente. Non esiste più un “traguardo” dopo il quale sentirsi definitivamente sistemati. Anche dopo aver scelto, resta la sensazione che tutto possa cambiare rapidamente: il lavoro, le prospettive economiche, le competenze richieste, perfino le priorità personali. È qui che la pressione aumenta. Non tanto perché manchino le possibilità, ma perché diventa più difficile orientarsi dentro un sistema aperto e instabile. E quando ogni percorso appare reversibile o temporaneo, anche decidere diventa più faticoso. Per molti studenti il problema non è l’assenza di ambizione. È il contrario: la percezione di dover costruire il proprio futuro in modo sempre più autonomo, senza poter contare su modelli davvero stabili da seguire.

Quando manca una progettualità chiara

Se c’è un punto in cui il paradosso della Gen Z emerge con maggiore evidenza, è quello della progettualità. Molti studenti continuano a muoversi, scegliere, accumulare esperienze, ma fanno sempre più fatica a immaginare il proprio futuro in modo definito.

Il caso degli studenti “incerti”

I dati AlmaDiploma sono particolarmente chiari. Tra i diplomati che si dichiarano incerti rispetto alle scelte post-diploma, solo il 28,5% afferma di avere già in mente il lavoro o la professione che vorrebbe svolgere una volta conclusi gli studi. Non è un dato marginale, perché mostra qualcosa che va oltre la semplice indecisione. Per una parte significativa di studenti, la difficoltà non riguarda solo “quale strada scegliere”, ma il fatto stesso di riuscire a immaginarsi nel futuro. Questo aspetto si collega direttamente agli stati d’animo rilevati dal report. Tra gli studenti incerti è più frequente sentirsi “agitati”, mentre risultano meno diffusi entusiasmo e fiducia.

È come se l’assenza di una direzione chiara rendesse più difficile trasformare il futuro in qualcosa di concreto e affrontabile. Ma sarebbe riduttivo leggere questa condizione come semplice mancanza di motivazione. Molti ragazzi non sono disinteressati o passivi. Al contrario, spesso sono molto informati, consapevoli delle difficoltà e delle trasformazioni del mondo del lavoro. Proprio questa consapevolezza, però, può rendere più difficile costruire un progetto stabile. Il modello tradizionale — studiare, trovare un lavoro coerente, costruire un percorso lineare — appare sempre meno garantito. E quando il futuro sembra continuamente modificabile, anche progettarsi diventa più complesso. Si accumulano opzioni, ma si riduce la sensazione di avere una direzione definitiva.

In questo senso, la frammentazione della progettualità è uno degli aspetti più caratteristici della Gen Z. Non perché i giovani abbiano smesso di desiderare un futuro, ma perché devono immaginarlo dentro un contesto percepito come instabile, mutevole e poco prevedibile.

Orientamento: tanto presente, ma non sempre davvero utile

Negli ultimi anni l’orientamento è diventato sempre più centrale nel dibattito scolastico. Le attività dedicate alle scelte post-diploma sono aumentate, coinvolgono la maggior parte degli studenti e rappresentano ormai una componente stabile del percorso formativo. Eppure, i dati AlmaDiploma mostrano che la loro efficacia percepita resta più fragile di quanto si potrebbe immaginare. Molti diplomati dichiarano infatti di aver partecipato ad attività di orientamento, ma solo una parte le considera davvero rilevanti per le proprie decisioni future. Tra le motivazioni della scarsa utilità emergono aspetti molto concreti: informazioni giudicate insufficienti o poco chiare, contenuti percepiti come già conosciuti, attività considerate troppo generiche o poco personalizzate. Il punto non sembra quindi essere la quantità dell’orientamento, ma il suo approccio. In molti casi, la scuola riesce a informare gli studenti sulle possibilità disponibili, ma fatica ad accompagnarli nella parte più complessa: trasformare quelle informazioni in una scelta realmente sostenibile e coerente con sé stessi.

Ed è qui che il legame con gli stati d’animo torna centrale. Scegliere non è un processo puramente razionale. Ansia, paura di sbagliare, pressione familiare e senso di inadeguatezza influenzano profondamente il modo in cui gli studenti affrontano il futuro. Ma questi aspetti entrano ancora poco nei percorsi di orientamento tradizionali. Non a caso, il report sottolinea anche quanto il supporto all’orientamento sia particolarmente importante per chi proviene da contesti familiari culturalmente meno attrezzati. Per molti studenti, la scuola rappresenta l’unico spazio in cui confrontarsi davvero con il proprio futuro. Quando questo accompagnamento manca o resta superficiale, l’incertezza tende ad aumentare. Il rischio, allora, è che l’orientamento venga percepito come un momento burocratico o informativo, invece che come uno strumento per costruire consapevolezza. E in una generazione che vive la scelta come pressione continua, questo limite pesa molto più che in passato.

Una generazione più consapevole del limite

Uno degli aspetti più interessanti emersi dal report AlmaDiploma riguarda il modo in cui i giovani guardano al lavoro e al proprio futuro professionale. Rispetto al passato, cambiano le priorità. Cresce l’importanza attribuita al tempo libero, alla flessibilità dell’orario, all’autonomia personale. È un cambiamento culturale profondo, spesso interpretato superficialmente come minore disponibilità al sacrificio. In realtà, i dati suggeriscono qualcosa di diverso: una generazione che ha sviluppato una percezione molto più concreta dei propri limiti e della fragilità degli equilibri personali.

Per molti studenti il lavoro continua a essere importante, ma non rappresenta più l’unico criterio attraverso cui definire il successo. L’idea di sacrificare completamente tempo, relazioni o benessere personale in nome della carriera appare sempre meno accettabile. Questa trasformazione non nasce nel vuoto. È il risultato di un contesto in cui i ragazzi hanno visto aumentare l’instabilità economica, la precarietà occupazionale e la difficoltà di costruire percorsi lineari. Hanno assistito a cambiamenti rapidi nel mercato del lavoro e, allo stesso tempo, a una crescente attenzione pubblica verso salute mentale e qualità della vita.

Per questo la Gen Z sembra avere un rapporto diverso con il concetto di limite. Più che negarlo, tende a riconoscerlo. Non interpreta la vulnerabilità come un fallimento personale, ma come una condizione con cui fare i conti. Anche qui emerge una differenza importante rispetto alle generazioni precedenti. In passato la resistenza allo stress veniva spesso associata alla capacità di ignorarlo o nasconderlo. Oggi molti giovani fanno il contrario: parlano apertamente di ansia, stanchezza, pressione emotiva. Non perché siano meno motivati, ma perché considerano questi aspetti parte integrante della vita reale. In questo senso, la richiesta di equilibrio non coincide con mancanza di ambizione. È piuttosto il tentativo di costruire un futuro sostenibile, non solo performante. Ed è probabilmente una delle trasformazioni culturali più significative emerse negli ultimi anni.

Crescere dentro l’incertezza: fragili ma non passivi

Per capire davvero il rapporto che la Gen Z ha con la paura, bisogna considerare il contesto in cui questa generazione è cresciuta. I diplomati del 2025 hanno attraversato anni segnati da trasformazioni continue: pandemia, lockdown, didattica a distanza, ritorno graduale alla normalità, instabilità economica e sociale. Non eventi isolati, ma una lunga fase di transizione che ha inciso profondamente sull’esperienza scolastica e personale. Il report AlmaDiploma mostra come alcuni indicatori della soddisfazione scolastica siano peggiorati rispetto al periodo pre-pandemico: dal rapporto con i docenti alla percezione complessiva dell’esperienza scolastica. Anche se negli ultimi anni si è tornati a una relativa normalità, il senso di instabilità sembra essere rimasto. Per molti ragazzi, quindi, l’incertezza non è stata un’eccezione temporanea. È diventata parte della formazione stessa. Una condizione con cui imparare a convivere.

La fragilità non coincide con immobilismo

Ed è proprio qui che emerge il vero paradosso raccontato dai dati. Nonostante il clima emotivo complesso, gli studenti non appaiono passivi o disinteressati. Continuano a cercare strumenti, punti di riferimento, modi per orientarsi. Lo dimostrano le richieste emerse nel report: più attenzione al benessere psicologico, alla gestione dello stress, alle relazioni, all’educazione finanziaria. Non sono segnali di rinuncia, ma il tentativo di trovare strumenti adeguati a un contesto percepito come più difficile da interpretare.

Anche la vulnerabilità viene vissuta in modo diverso rispetto al passato. Molti giovani non cercano più di nasconderla o negarla. La riconoscono apertamente, la nominano, la considerano parte della propria esperienza. Questo non elimina il disagio, ma cambia il modo di affrontarlo. La fragilità della Gen Z, allora, non coincide necessariamente con debolezza. Assomiglia piuttosto a una forma di adattamento continuo. I ragazzi continuano a studiare, scegliere, progettare, anche senza sentirsi davvero protetti da un sistema stabile. Ed è forse proprio questa la loro forma più concreta di resilienza.

Che cosa ci stanno dicendo davvero questi dati sulla Gen Z?

Il quadro che emerge dall’indagine AlmaDiploma è molto diverso da quello raccontato spesso attraverso stereotipi semplificati. La Gen Z non appare né disinteressata né incapace di affrontare il futuro. Al contrario, sembra una generazione costretta a confrontarsi molto presto con livelli di complessità e instabilità diventati strutturali. La convivenza tra determinazione e paura è probabilmente il tratto che la descrive meglio. Gli studenti continuano a scegliere, progettare, investire sul proprio futuro, ma lo fanno senza la sensazione di avere davvero terreno stabile sotto i piedi. L’incertezza non arriva dopo: è già dentro il percorso di crescita.

Ed è proprio questo che la scuola, l’orientamento e il mondo adulto faticano ancora a intercettare fino in fondo. Informare non basta più. Oggi accompagnare significa anche aiutare gli studenti a reggere la complessità emotiva delle scelte, non solo a comprenderne gli aspetti pratici. Perché il punto non è eliminare la paura — impossibile in una fase di passaggio così delicata — ma evitare che venga affrontata in solitudine. E forse è proprio qui che si gioca la differenza più importante: non tra giovani forti o fragili, ma tra ragazzi lasciati soli davanti all’incertezza e ragazzi messi nelle condizioni di attraversarla con strumenti adeguati.

SULL'AUTORE
Lucia Resta, giornalista professionista dal 2007. Dopo la maturità al Liceo Scientifico PNI, si è laureata in Scienze della Comunicazione a Lecce. In seguito, ha ottenuto la laurea specialistica in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo alla Lumsa di Roma e nello stesso periodo ha frequentato la scuola di giornalismo, sempre alla Lumsa.
Mentre accumulava esperienze da giornalista tra radio, carta stampata, agenzie e web, ha conseguito anche un Master in Marketing, Comunicazione d'impresa e Comunicazione pubblica. Attualmente lavora prevalentemente come Seo Copywriter e Seo Content Manager e ha creato diversi siti web.
LEGGI LA SUA BIO
ALTRE SU
Come orientarsi