Esperienze all’estero a scuola: cosa è cambiato dopo la pandemia

Analisi dei cambiamenti nella scuola tra DAD, mobilità ridotta e nuove esigenze di esperienze concrete e internazionali tra i giovani.

di Lucia Resta
4 maggio 2026
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Per chi ha frequentato la scuola negli ultimi anni, l’esperienza non è stata continua. È stata spezzata. Il periodo che va dal 2019 al 2025 — quello fotografato dal report AlmaDiploma — è attraversato da una sequenza che difficilmente si ripeterà: normalità, lockdown, didattica a distanza, transizione, ritorno graduale alla presenza. Dentro questa frattura, alcune attività hanno retto più di altre. Le lezioni si sono spostate online, gli esami si sono adattati, i programmi sono andati avanti, con fatica ma senza interruzioni totali. Le esperienze all’estero, invece, si sono fermate quasi del tutto.

Scambi, soggiorni studio, mobilità internazionale: tutto ciò che richiede spostamento, organizzazione e contatto diretto è stato sospeso. Non ridimensionato, ma interrotto. E quando è ripartito, lo ha fatto in modo graduale, senza tornare subito ai livelli precedenti. Questo crea un punto di rottura netto tra chi ha frequentato la scuola prima del 2020 e chi l’ha vissuta durante e dopo la pandemia. Per i secondi, l’esperienza internazionale non è stata una parte naturale del percorso, ma qualcosa di incerto, spesso rimandato o mai realizzato. È da qui che bisogna partire. Perché parlare oggi di esperienze all’estero a scuola significa, prima di tutto, capire cosa è successo in questi anni. E cosa è cambiato davvero.

Il dato: il calo delle esperienze durante la scuola

Se si passa dai racconti ai numeri, il quadro diventa ancora più chiaro. Le esperienze all’estero durante il percorso scolastico non solo si sono fermate negli anni della pandemia, ma non sono ancora tornate ai livelli precedenti.

Secondo i dati AlmaDiploma, la quota di studenti che ha svolto esperienze di studio all’estero durante le superiori è diminuita di 3,6 punti percentuali rispetto al 2020. Un calo che può sembrare contenuto, ma che va letto alla luce del contesto: riguarda attività che, per loro natura, richiedono tempo per essere organizzate e consolidate. Lo stesso vale per i PCTO svolti almeno in parte all’estero, che registrano una riduzione di 1,8 punti. Anche qui, non si tratta solo di una diminuzione numerica, ma del segnale di una difficoltà più ampia nel riattivare pienamente questi percorsi.

Il punto non è tanto quanto si è perso, ma cosa non è ancora stato recuperato. Le esperienze internazionali non sono attività che si riaccendono automaticamente con la fine delle restrizioni. Richiedono reti, accordi, organizzazione. E tutto questo ha bisogno di tempo. Per questo il dato va interpretato con attenzione. Non racconta solo un passato recente, ma una fase ancora in corso. Una transizione in cui il sistema scolastico sta cercando di ricostruire una dimensione — quella internazionale — che si era improvvisamente interrotta.

Il punto più importante: la rottura della continuità

Il calo delle esperienze all’estero è solo una parte del problema. Quello che conta davvero è la rottura della continuità. Per anni, la mobilità internazionale a scuola aveva costruito una sua stabilità: programmi ricorrenti, partnership tra istituti, abitudini consolidate. Non era più un’eccezione, ma una componente riconoscibile del percorso. La pandemia ha interrotto questo equilibrio. Non solo per un anno o due, ma abbastanza a lungo da spezzare il ritmo. Alcuni progetti si sono fermati, altri non sono ripartiti subito, altri ancora hanno perso intensità. Quando queste esperienze si interrompono, non è scontato che tornino esattamente come prima.

Il punto è che la continuità conta più della singola esperienza. Uno scambio, un soggiorno studio, un PCTO all’estero funzionano anche perché inseriti in un sistema che li rende prevedibili, accessibili, replicabili. Quando quel sistema si indebolisce, tutto diventa più incerto. Per gli studenti, questo si traduce in percorsi meno omogenei. C’è chi ha avuto opportunità, chi no. Chi è riuscito a partire, chi ha visto programmi cancellati o ridimensionati. Non è solo una differenza di quantità, ma di accesso. Ed è proprio questa discontinuità a segnare la differenza tra le generazioni. Non tanto per ciò che è stato fatto, ma per ciò che non è stato possibile fare con la stessa regolarità di prima.

DAD, mobilità e relazioni: cosa è cambiato davvero

Quando si parla di esperienze all’estero, il tema non è solo organizzativo. Riguarda il modo in cui gli studenti hanno vissuto la scuola e le relazioni negli anni della pandemia. La didattica a distanza ha garantito continuità, ma ha cambiato profondamente il tipo di esperienza.

Durante la DAD, tutto ciò che era internazionale è diventato, di fatto, digitale. Le relazioni si sono spostate online, gli scambi — quando possibili — si sono trasformati in incontri virtuali, spesso limitati nel tempo e nella profondità. È mancata la dimensione più concreta: vivere in un altro contesto, adattarsi a ritmi diversi, costruire relazioni fuori dal proprio ambiente. Questo ha inciso su due livelli. Da un lato, ha ridotto le opportunità di mobilità reale. Dall’altro, ha cambiato la percezione stessa di cosa significhi fare un’esperienza all’estero. Senza il contatto diretto, senza la quotidianità condivisa, una parte importante di quel valore si è persa.

C’è poi un effetto più sottile. Gli studenti hanno vissuto per mesi — a volte anni — una scuola mediata dallo schermo. Questo ha reso più evidente quanto conti l’esperienza concreta, il confronto diretto, la presenza fisica. In questo senso, l’estero non è solo una destinazione, ma diventa il simbolo di ciò che è mancato: movimento, incontro, immersione. Oggi, nel momento in cui la normalità è tornata, questa consapevolezza resta. E contribuisce a ridefinire il valore delle esperienze internazionali: non come semplice opportunità formativa, ma come qualcosa che completa ciò che, per un periodo, è stato inevitabilmente ridotto.

Il ritorno alla normalità (che non è più la stessa)

Con la fine delle restrizioni, le esperienze all’estero sono progressivamente ripartite. Scambi, programmi di mobilità, soggiorni studio hanno ricominciato a essere proposti. Ma il ritorno non è stato immediato né uniforme. I dati mostrano che, pur in ripresa, queste attività non hanno ancora recuperato completamente i livelli pre-pandemia. Non è solo una questione di tempo: è il segnale che qualcosa, nel frattempo, è cambiato nel modo in cui queste esperienze vengono organizzate e vissute.

Dopo un’interruzione così lunga, molte scuole hanno dovuto ricostruire reti, accordi, collaborazioni internazionali. Non tutto è tornato come prima. Alcuni programmi sono stati ridimensionati, altri hanno ripreso lentamente, adattandosi a nuove condizioni. Anche dal lato degli studenti, il contesto è diverso. Chi oggi frequenta la scuola superiore ha vissuto una parte significativa del proprio percorso in una situazione anomala. Questo influisce sul modo in cui guarda alle opportunità: con maggiore consapevolezza, ma anche con aspettative diverse.

La “normalità” che si sta ricostruendo non è una copia di quella precedente. È una fase nuova, in cui le esperienze all’estero tornano centrali, ma con un significato leggermente diverso. Non più date per scontate, ma percepite come occasioni da cogliere. In questo senso, la ripartenza non è solo quantitativa. È anche qualitativa. Riguarda il valore che queste esperienze assumono dentro un percorso che, negli ultimi anni, ha imparato a confrontarsi con l’imprevisto.

Come sono cambiate le aspettative degli studenti

Dopo anni segnati da limitazioni e adattamenti, il modo in cui gli studenti guardano alle esperienze all’estero è cambiato. Non sono più semplicemente una possibilità tra le altre, ma qualcosa che viene cercato con maggiore intenzionalità. Non tanto per “arricchire” il percorso, quanto per viverlo in modo più completo. L’assenza o la riduzione di queste opportunità negli anni della pandemia ha reso più evidente il loro valore. Gli studenti hanno sperimentato una scuola più chiusa, meno esposta al confronto diretto con altri contesti. Questo ha creato una distanza che oggi si traduce in aspettative diverse: più attenzione alle esperienze concrete, più bisogno di uscire dalla dimensione locale.

Più esperienza, meno teoria

Quello che emerge è una domanda meno astratta. Gli studenti cercano occasioni che permettano di fare esperienza diretta: vivere in un altro paese, confrontarsi con sistemi diversi, misurarsi in contesti reali. Non basta sapere che queste possibilità esistono, diventa importante poterle sperimentare. Così l’estero assume un ruolo più centrale. Non è più solo un’opzione aggiuntiva, ma una componente che contribuisce a rendere il percorso più significativo. Anche perché si inserisce in un contesto più ampio, in cui cresce il bisogno di autonomia, di orientamento, di esperienze che aiutino a capire cosa fare dopo. Le aspettative, quindi, non sono semplicemente aumentate. Sono diventate più definite. E questo cambia anche il modo in cui le scuole sono chiamate a rispondere: non solo offrendo opportunità, ma rendendole più accessibili, più integrate, più coerenti con ciò che gli studenti cercano oggi.

Il legame con il benessere e gli stati d’animo

Per capire fino in fondo il valore delle esperienze all’estero, bisogna considerare anche il clima emotivo in cui si muovono gli studenti. I dati AlmaDiploma mostrano un quadro chiaro: ansia e insicurezza sono tra gli stati d’animo più diffusi tra i compagni di classe. Non è un elemento secondario. Questo contesto incide sul modo in cui vengono percepite le opportunità. Le esperienze all’estero non sono solo occasioni formative, ma anche spazi in cui uscire da una routine che, per alcuni, può risultare limitante o poco stimolante.

Dopo anni segnati da isolamento e incertezza, il bisogno di esperienze concrete si intreccia con quello di ritrovare fiducia. Vivere in un altro paese, confrontarsi con nuove situazioni, costruire relazioni diverse può contribuire a rafforzare la percezione di sé e delle proprie capacità. Non si tratta di una funzione “terapeutica”, ma di un effetto collaterale importante. L’esperienza internazionale offre un contesto in cui mettersi alla prova in modo diretto, fuori dai riferimenti abituali. E questo può avere un impatto anche sul piano emotivo.

In un momento in cui molti studenti si percepiscono determinati ma inseriti in un contesto collettivo più fragile, queste esperienze assumono un valore ulteriore. Non solo aiutano a costruire competenze, ma anche a riequilibrare una dimensione personale che, negli ultimi anni, è stata messa sotto pressione.

Il ruolo dei PCTO: opportunità ridimensionata

Tra le esperienze che hanno risentito maggiormente della pandemia ci sono anche i PCTO, soprattutto nella loro dimensione internazionale. Per anni hanno rappresentato uno dei canali più concreti per portare gli studenti fuori dal contesto scolastico, anche oltre i confini nazionali.

Oggi, però, questa componente appare più debole. I dati mostrano una riduzione delle esperienze di PCTO svolte almeno in parte all’estero (-1,8 punti percentuali). È un calo contenuto, ma significativo se si considera il ruolo che questi percorsi avevano assunto nel rendere accessibile la mobilità internazionale anche a chi non avrebbe scelto autonomamente di partire.

Meno esperienze, meno impatto

Negli ultimi anni, i PCTO hanno perso parte della loro forza esperienziale. Non solo per la riduzione delle opportunità all’estero, ma anche per un calo più generale di interesse e percezione di utilità. Questo incide direttamente sulla loro capacità di offrire esperienze significative.

Nel caso della mobilità internazionale, il ridimensionamento ha un effetto ancora più evidente. I PCTO rappresentavano una forma di accesso “guidato” all’estero: organizzata, strutturata, inserita nel percorso scolastico. Con meno esperienze di questo tipo, aumenta la distanza tra chi ha la possibilità di partire e chi no. Il rischio è che l’estero torni a essere una scelta più individuale, meno mediata dalla scuola. E che proprio gli strumenti pensati per rendere queste esperienze più inclusive perdano parte della loro funzione.

Recuperare questo spazio non significa solo aumentare il numero delle opportunità, ma restituire ai PCTO una dimensione più concreta e coerente con le aspettative degli studenti. Perché, quando funzionano, possono ancora rappresentare uno dei modi più efficaci per avvicinare l’esperienza internazionale alla scuola.

La scuola oggi: più fragile sul piano esperienziale

Se si mettono insieme tutti questi elementi, emerge un quadro abbastanza chiaro: la scuola, sul piano delle esperienze, appare oggi più fragile rispetto al passato. Non perché manchino del tutto le opportunità, ma perché risultano meno stabili, meno diffuse, meno integrate nel percorso complessivo.

Le attività più legate alla dimensione concreta — come le esperienze all’estero o i PCTO — sono quelle che hanno risentito maggiormente della discontinuità degli ultimi anni. A differenza delle lezioni, che si sono adattate anche in condizioni difficili, queste esperienze richiedono una struttura organizzativa più complessa. Quando questa struttura si interrompe, ricostruirla richiede tempo. Il risultato è una scuola che, in questa fase, fatica a garantire la stessa continuità esperienziale di prima. Alcuni istituti riescono a offrire percorsi articolati, altri meno. Le differenze territoriali e organizzative diventano più visibili.

Questo ha un impatto diretto sugli studenti. Non solo in termini di opportunità, ma anche di percezione. Quando le esperienze concrete sono meno accessibili o meno prevedibili, il percorso scolastico rischia di apparire più teorico, meno connesso alla realtà. Ed è qui che si crea uno scarto con le aspettative. Perché, come abbiamo visto, cresce la domanda di esperienze dirette, di contatto con contesti diversi, di occasioni per mettersi alla prova. Una domanda che oggi la scuola intercetta solo in parte. Più che una mancanza strutturale, è una fase di transizione. Ma è una transizione che rende evidente quanto la dimensione esperienziale sia diventata centrale. E quanto, senza di essa, il percorso scolastico rischi di risultare incompleto.

Una generazione che chiede esperienze reali

Se c’è un filo che tiene insieme tutti questi dati, è questo: gli studenti oggi chiedono esperienze che siano concrete, vissute, tangibili. Non basta più sapere, non basta nemmeno essere informati. Diventa importante fare, sperimentare, uscire dal perimetro dell’aula.

Le esperienze all’estero si inseriscono esattamente in questo spazio. Non come opportunità accessoria, ma come risposta a un bisogno più ampio: quello di confrontarsi con la realtà in modo diretto. Dopo anni in cui molte attività sono state mediate, ridotte o sospese, questa esigenza emerge con più forza. Non è solo una questione di formazione. È anche un modo per costruire fiducia, autonomia, capacità di adattamento. Tutti elementi che non si sviluppano solo attraverso lo studio, ma attraverso l’esperienza.

Per questo il tema non riguarda solo l’estero. Riguarda il ruolo che la scuola vuole avere oggi. Se limitarsi alla trasmissione di contenuti o se accompagnare gli studenti anche sul piano delle esperienze. I dati suggeriscono che la direzione è già tracciata. Gli studenti non stanno chiedendo semplicemente “di più”, ma qualcosa di diverso. E le esperienze internazionali, in questo quadro, diventano uno dei segnali più chiari di questo cambiamento. In fondo, non è una richiesta complicata. È una richiesta concreta: avere occasioni per capire il mondo, non solo per studiarlo.

SULL'AUTORE
Lucia Resta, giornalista professionista dal 2007. Dopo la maturità al Liceo Scientifico PNI, si è laureata in Scienze della Comunicazione a Lecce. In seguito, ha ottenuto la laurea specialistica in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo alla Lumsa di Roma e nello stesso periodo ha frequentato la scuola di giornalismo, sempre alla Lumsa.
Mentre accumulava esperienze da giornalista tra radio, carta stampata, agenzie e web, ha conseguito anche un Master in Marketing, Comunicazione d'impresa e Comunicazione pubblica. Attualmente lavora prevalentemente come Seo Copywriter e Seo Content Manager e ha creato diversi siti web.
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