C’è un dato che, se letto da solo, racconta poco. Per l’anno scolastico 2026/2027 il 13,28% degli studenti italiani in uscita dalle medie ha scelto un istituto professionale, un punto in più rispetto al minimo storico ma comunque molto meno di quanto sceglie un liceo o un tecnico. Negli ultimi dieci anni i professionali hanno perso circa tre punti percentuali, nonostante siano la scuola superiore con il maggior tasso di occupazione a un anno dal diploma. Non è un paradosso, ma il segnale di una distanza tra la realtà attuale di queste scuole e l’immagine che ne hanno molte famiglie.
Per chi sta orientandosi in questa fase, vale la pena guardare i dati con attenzione, capire cosa sta succedendo con la sperimentazione del 4+2 e ragionare in modo concreto su cosa aiuta a fare una scelta consapevole. La cornice normativa di riferimento — il decreto legislativo del 2017 che ha riscritto questi istituti — è raccontata in un articolo dedicato alla riforma e a cosa è cambiato rispetto al passato, e merita una lettura prima di entrare nel merito della scelta concreta.
I numeri della scelta: in calo, ma non ovunque
I dati sulle iscrizioni dicono che la quota di studenti che scelgono un istituto professionale è ancora in calo strutturale. Si è passati dal circa 16% di dieci anni fa al 13,28% del 2026/2027. Nello stesso periodo i licei hanno consolidato il proprio primato, oggi al 55,88%, mentre i tecnici sono rimasti sostanzialmente stabili intorno al 31%.
La media nazionale, però, nasconde differenze regionali importanti. I professionali sono molto più scelti nel Nord-Est e nelle aree a più forte tradizione manifatturiera: in Veneto sfiorano il 15%, in Toscana il 14,29%, in Lombardia il 14,02%, in Friuli Venezia Giulia hanno una buona presenza. Nelle regioni del Sud, invece, le percentuali sono generalmente più basse, con il Molise (7,89%) e l’Abruzzo (8,48%) tra i casi limite. È un dato che racconta non solo le preferenze delle famiglie, ma anche la capacità del tessuto produttivo locale di assorbire diplomati con un profilo professionalizzante.
Tra gli indirizzi, i più scelti restano Enogastronomia e ospitalità alberghiera — particolarmente forte in Campania — e Servizi per la sanità e l’assistenza sociale, in crescita costante negli ultimi anni e legato alla domanda di figure di supporto socio-sanitario. Anche Industria e artigianato per il Made in Italy mostra una ripresa interessante, segnale di un rinnovato interesse per i mestieri artigianali in chiave contemporanea. Per chi è interessato in particolare al settore turistico-alberghiero, su Alpha Orienta esiste una guida specifica agli istituti professionali alberghieri.
L'occupabilità: il dato controintuitivo
Mentre la scelta diminuisce, l’occupabilità dei diplomati professionali resta tra le più alte del sistema. Secondo i dati di Eduscopio della Fondazione Agnelli, le scuole migliori — quelle che dedicano più attenzione ai PCTO, alla relazione con le imprese e all’orientamento — registrano tassi di occupazione a due anni dal diploma che superano frequentemente il 75%, con punte sopra il 90% in alcuni istituti tecnici e professionali del Nord. Gli istituti professionali per l’industria e l’artigianato si distinguono spesso, con percentuali di occupati che in molti casi sono più alte di quelle dei licei e in linea con le scuole tecniche.
Anche nei percorsi di istruzione e formazione professionale (IeFP), di competenza regionale, i dati pubblicati dall’INAPP raccontano una buona tenuta occupazionale: a tre anni dal titolo lavora il 67,7% di chi ha conseguito una qualifica triennale e il 71,5% di chi ha ottenuto il diploma professionale quadriennale. Il canale principale di ingresso al lavoro resta il contatto diretto con le imprese del territorio, spesso costruito a partire dagli stage e dai percorsi di apprendistato.
Il punto interessante è che questi dati restituiscono un’immagine molto diversa dallo stereotipo dell’istituto professionale come “scuola di chi non ce la fa”. Sono scuole con tassi di inserimento lavorativo elevati, particolarmente in alcuni territori e in alcuni settori, e con un raccordo strutturato con il mondo delle imprese. Il problema non è l’efficacia formativa di queste scuole, ma la loro percezione: continuano a essere viste come una scelta residuale, mentre i diplomati che le frequentano hanno spesso, a distanza di due anni, una posizione più stabile di molti coetanei usciti da percorsi tradizionalmente più “alti”. Gli stessi diplomati professionali sono, secondo il Ministero, quelli con la quota più alta di occupazione a un anno dal diploma tra tutti i tipi di scuola superiore.
La filiera 4+2: cos'è e cosa significa per chi sceglie ora
Sopra a questa architettura si è innestata, dal 2024, la sperimentazione della filiera tecnologico-professionale, istituita dalla legge 121 dell’agosto di quell’anno. La logica è semplice: alcuni istituti tecnici e professionali, in rete con ITS Academy, università, enti di formazione regionale e imprese, possono organizzare percorsi di quattro anni di scuola secondaria seguiti da due anni in un ITS Academy. Sei anni in tutto, contro i cinque del percorso tradizionale più i due di un eventuale ITS, per un totale comparabile ma con un’organizzazione più integrata.
I numeri della sperimentazione raccontano un fenomeno in forte crescita ma ancora di nicchia. Gli iscritti al primo anno della filiera 4+2 erano poco meno di 1.700 nell’anno scolastico 2024/2025, sono diventati circa 5.500 nel 2025/2026 e hanno raggiunto i 10.532 per il 2026/2027. È circa il 2% del totale degli studenti che entrano alle superiori. La crescita è notevole — gli iscritti sono più che sestuplicati in tre anni — ma il peso assoluto resta contenuto. Per la stragrande maggioranza degli istituti professionali italiani, l’ordinamento di riferimento resta il quinquennio definito dal decreto del 2017.
Sul piano operativo, le scuole che aderiscono alla sperimentazione costituiscono “campus formativi” — reti che coinvolgono più soggetti del territorio — e ricevono finanziamenti dedicati attraverso le risorse del PNRR. Per gli studenti che frequentano la filiera, alcuni percorsi prevedono l’accesso diretto agli ITS Academy al termine del quadriennio, anche senza superare l’esame di Stato. Vale però la pena ricordare che il diploma quadriennale, secondo la normativa attuale, è considerato spendibile come quello quinquennale ed è riconosciuto come titolo di scuola secondaria superiore valido per accedere all’università.
Per chi sta scegliendo oggi una scuola, la valutazione sulla filiera 4+2 dipende da quanto è disponibile sul territorio, da quale indirizzo si vuole seguire e da come si immagina il proprio percorso post-diploma. Chi ha già in mente di proseguire con un ITS Academy può trovare nella filiera un’organizzazione più lineare e integrata. Chi invece preferisce tenere aperte tutte le opzioni — università compresa — può ragionevolmente continuare a scegliere il quinquennio tradizionale, che resta il riferimento generale del sistema.
Cosa guardare prima di scegliere
Le novità della riforma del 2017 e la sperimentazione 4+2 cambiano alcune delle domande utili da farsi prima di iscriversi a un istituto professionale. Ne segnaliamo quattro che, alla luce dei dati visti finora, hanno un peso particolare.
L’indirizzo, prima di tutto. Con undici opzioni dirette, lo spazio per la scelta è più ampio e più definito di un tempo. Ha senso ragionare a partire dagli interessi concreti dello studente — lavorare con i materiali, con le persone, con la cucina, con il territorio, con le tecnologie digitali — più che a partire dai macro-settori che esistevano nella vecchia organizzazione. Vale la pena anche verificare quali indirizzi siano effettivamente attivati dagli istituti del proprio territorio, perché non tutti gli undici sono presenti ovunque.
La scuola specifica, non solo l’indirizzo. Il decreto del 2017 ha dato agli istituti la possibilità di declinare diversamente i propri percorsi sulla base del territorio, e questa autonomia produce differenze concrete tra scuole apparentemente simili. La qualità dei laboratori, l’intensità dei PCTO, i raccordi con gli ITS Academy locali, le imprese coinvolte negli stage: sono elementi che cambiano da una scuola all’altra e che vale la pena verificare consultando i piani triennali dell’offerta formativa, parlando con studenti già iscritti o utilizzando strumenti come Eduscopio per leggere i dati di occupazione e prosecuzione degli studi.
L’eventuale adesione alla filiera 4+2. Se l’istituto che si sta valutando ha aderito alla sperimentazione, vale la pena capire come funziona concretamente: quali ITS Academy sono coinvolti, quale percorso post-diploma è previsto, se l’offerta è coerente con i propri interessi. Se invece la scuola segue il quinquennio tradizionale — che, ricordiamolo, è ancora il modello della stragrande maggioranza degli istituti professionali — questo non significa che sia meno aggiornata: significa che resta sull’ordinamento generale del sistema.
Cosa fare dopo il diploma. Al diploma di un istituto professionale si possono fare tre cose principali: cercare lavoro subito, iscriversi a un ITS Academy, andare all’università. Le tre strade non sono pari per probabilità statistica — l’ingresso al lavoro è la scelta più frequente, l’università quella meno — ma sono tutte possibili. Vale la pena ragionare già in fase di scelta su quale di queste si immagina come probabile, perché alcune scelte di indirizzo aprono o restringono certe strade più di altre.
Quello che si può dire con una certa sicurezza, alla luce di tutto questo, è che il “ritorno al lavoro manuale” che si racconta spesso nei discorsi pubblici trova nei dati una conferma molto più sfumata: gli istituti professionali non stanno crescendo come scelta delle famiglie, ma stanno funzionando bene per chi li sceglie. La distanza tra questi due dati è, in fondo, lo spazio dell’orientamento.

Cresciuto a pane e tecnologia, muove i primi passi nell'editoria digitale dopo la laurea in cinema e nuovi media, specializzandosi nel raccontare le nuove tecnologie a 360 gradi e il loro impatto nella società, dall'alimentazione all'intrattenimento, dalla scienza all'ambiente.
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