Negli ultimi anni gli ITS Academy sono entrati stabilmente nel dibattito sull’orientamento e sul lavoro giovanile. Ne parlano le aziende, il Ministero, gli esperti di formazione e sempre più spesso anche le scuole superiori. I numeri dell’occupazione vengono citati come esempio positivo, i fondi del PNRR hanno aumentato la visibilità del settore e la richiesta di tecnici specializzati continua a crescere.
Eppure, nonostante tutta questa attenzione, gli ITS restano ancora una scelta minoritaria tra i diplomati italiani. Il paradosso è proprio questo: se ne parla molto più di qualche anno fa, ma nella pratica continuano a essere conosciuti poco e scelti da relativamente pochi studenti. Secondo l’indagine AlmaDiploma 2025, la quota di diplomati che considera concretamente l’iscrizione a un ITS non raggiunge il 15%. Una distanza che racconta qualcosa di più profondo del semplice problema di comunicazione.
Tutti parlano degli ITS, ma pochi li scelgono davvero
Negli ultimi anni la notorietà degli ITS è cresciuta in modo evidente. Sempre secondo AlmaDiploma, tra il 2023 e il 2025 è aumentata di oltre 12 punti percentuali la quota di studenti che dice di conoscere questi percorsi o almeno sapere di cosa si tratta. Ma conoscere un nome non significa necessariamente comprendere davvero cosa ci sia dietro.
Molti diplomati dichiarano di aver semplicemente “sentito nominare” gli ITS, senza avere informazioni chiare su durata, funzionamento, sbocchi professionali o differenze rispetto all’università. Una parte consistente degli studenti continua addirittura a non averne mai sentito parlare, soprattutto nei licei. E questo si riflette direttamente nelle scelte post-diploma. Anche tra chi conosce gli ITS, la percentuale di studenti che pensa seriamente di iscriversi resta relativamente bassa.
In altre parole: gli ITS stanno diventando più visibili, ma non ancora abbastanza da trasformarsi in una scelta realmente “normale” nel panorama italiano. Ridurre tutto a un problema di comunicazione sarebbe però troppo semplice. In realtà gli ITS si scontrano con qualcosa di più profondo: il modo in cui in Italia vengono percepite la scuola, il lavoro e il successo formativo.
Per molti studenti il percorso post-diploma continua a essere immaginato quasi automaticamente come una prosecuzione lineare: liceo, università, laurea. Tutto ciò che esce da questo schema tende ancora a sembrare “diverso”, e spesso anche più rischioso. Ed è probabilmente uno dei motivi per cui gli ITS, pur crescendo in visibilità, fanno ancora fatica a trasformarsi in una scelta realmente normale nel panorama italiano.
Il peso culturale dell’università in Italia
Per capire perché gli ITS facciano ancora fatica a diffondersi davvero bisogna probabilmente guardare anche al modo in cui in Italia viene percepita la formazione dopo il diploma. Per decenni il percorso considerato più “naturale” è stato quello che porta dal liceo all’università. Ancora oggi, in molte famiglie, la laurea continua a essere associata a un’idea di prestigio sociale, realizzazione personale e stabilità futura.
Per molte generazioni la laurea ha rappresentato qualcosa di più di un semplice titolo di studio. È stata vista come uno strumento di emancipazione, di miglioramento economico e di riconoscimento sociale. Anche per questo motivo molte famiglie continuano a vivere l’università come un obiettivo quasi obbligato, soprattutto quando i figli frequentano un liceo. Di conseguenza, tutto ciò che si colloca fuori da questo schema rischia spesso di essere percepito come una scelta alternativa o secondaria.
Gli ITS si trovano esattamente dentro questa dinamica. Pur essendo percorsi di formazione terziaria riconosciuti dal Ministero, continuano a scontrarsi con un pregiudizio piuttosto diffuso: l’idea che la formazione tecnica sia meno “importante” rispetto a quella universitaria. Questo pesa soprattutto nei licei, dove il modello culturale dominante resta fortemente orientato verso l’università. Non è un caso che proprio tra i liceali la conoscenza degli ITS sia significativamente più bassa.
E spesso il problema non riguarda soltanto gli studenti, ma anche le famiglie. Molti genitori conoscono poco questi percorsi oppure li associano ancora a una formazione professionale tradizionale, senza coglierne l’evoluzione degli ultimi anni.
Anche l’orientamento scolastico continua ad avere molti limiti
Un altro nodo importante riguarda l’orientamento. Negli ultimi anni le scuole hanno aumentato le attività dedicate alle scelte post-diploma, ma i dati mostrano che molti studenti continuano a sentirsi poco accompagnati nel momento della decisione.
Secondo AlmaDiploma, una parte dei diplomati considera le attività di orientamento poco rilevanti perché le informazioni ricevute erano insufficienti, poco chiare oppure già conosciute. Nel caso degli ITS questo problema diventa ancora più evidente. Spesso vengono presentati rapidamente, magari durante incontri informativi molto brevi, senza riuscire davvero a spiegare come funzionino o quali opportunità offrano.
In molti casi l’orientamento continua ad avere un’impostazione fortemente universitaria. Si parla di facoltà, test d’ingresso e atenei, mentre gli ITS restano sullo sfondo oppure vengono raccontati come un’opzione “diversa” riservata a pochi studenti. Eppure proprio i dati mostrano quanto un orientamento qualificato possa fare la differenza, soprattutto per chi proviene da contesti familiari meno attrezzati dal punto di vista culturale.
Un orientamento spesso troppo teorico
Molti studenti raccontano di aver partecipato a incontri molto generici, pieni di informazioni ma poco utili a capire concretamente cosa significhi intraprendere un certo percorso. Nel caso degli ITS questo limite pesa ancora di più. Spesso vengono descritti in modo tecnico o burocratico, senza riuscire a spiegare davvero cosa si studia, come si lavora e quali opportunità offrono nella pratica.
Gli ITS arrivano tardi nelle scelte degli studenti
Per molti ragazzi gli ITS compaiono solo nell’ultimo anno di scuola superiore, quando buona parte delle decisioni è già stata presa. Chi frequenta un liceo, per esempio, spesso cresce con l’idea implicita che il passo successivo sia automaticamente l’università. Quando scopre l’esistenza degli ITS, tende quindi a considerarli una strada alternativa “di ripiego” piuttosto che una possibilità da valutare davvero.
Le differenze territoriali contano moltissimo
Anche il territorio fa una grande differenza. In alcune aree industriali gli ITS sono molto presenti e collaborano attivamente con le aziende locali. In altre zone, invece, restano quasi invisibili. Questo significa che le opportunità informative non sono uguali per tutti. Alcuni studenti incontrano gli ITS più volte durante il percorso scolastico; altri arrivano al diploma senza aver mai parlato seriamente con qualcuno che li conosca davvero.
Gli ITS soffrono ancora un problema di identità
C’è poi un altro aspetto meno evidente ma molto importante: gli ITS faticano ancora a essere immediatamente riconoscibili. Molti studenti non riescono a collocarli mentalmente. Non sono università tradizionali, ma neppure corsi brevi professionali. Non rilasciano una laurea, ma nemmeno un semplice attestato. Questa posizione intermedia crea spesso confusione.
Anche il nome continua a creare dubbi. Negli ultimi anni si è passati da “ITS” a “ITS Academy”, mentre nei documenti ufficiali si parla di “Istituti Tecnologici Superiori”. Per chi sente nominare questi percorsi per la prima volta non è sempre immediato capire che si tratta dello stesso sistema. Può sembrare un dettaglio, ma nella comunicazione pesa molto: ciò che non è facilmente riconoscibile tende a restare più distante dagli studenti.
Un altro problema è la forte eterogeneità del sistema. Alcuni ITS hanno rapporti solidissimi con aziende importanti e tassi occupazionali molto alti; altri sono meno strutturati o meno conosciuti. Di conseguenza gli studenti ricevono spesso informazioni frammentate, senza riuscire a costruirsi un’immagine chiara e coerente dell’intero settore.
La situazione cambia sensibilmente negli istituti tecnici e professionali. Qui gli ITS risultano molto più conosciuti e presi in considerazione rispetto ai licei. Probabilmente perché gli studenti arrivano già da percorsi più vicini ai laboratori, alle competenze operative e al rapporto con le imprese.
Per molti studenti tecnici e professionali gli ITS rappresentano una prosecuzione abbastanza naturale del proprio percorso: specializzarsi ulteriormente senza allontanarsi troppo dalla dimensione pratica. Anche il rapporto con il lavoro viene percepito in modo diverso. Gli stage, i laboratori e il contatto con le aziende fanno già parte dell’esperienza scolastica di molti di questi studenti.
Nei licei, invece, continua spesso a dominare un altro immaginario: quello dell’università come prosecuzione quasi automatica del percorso scolastico. Questo non significa che gli studenti liceali non possano trovare interessanti gli ITS. Significa però che culturalmente vengono esposti molto meno a questo tipo di possibilità.
Il vero nodo: gli studenti sanno davvero cosa vogliono fare dopo il diploma?
Dietro il tema degli ITS c’è probabilmente anche una questione più ampia: la difficoltà crescente di scegliere cosa fare dopo la scuola superiore. Secondo AlmaDiploma esiste una quota significativa di diplomati ancora incerta rispetto al proprio futuro post-diploma. E proprio tra gli studenti più indecisi emerge spesso una minore conoscenza delle alternative disponibili.
Oggi orientarsi è probabilmente più complicato rispetto a qualche anno fa. Il mercato del lavoro cambia rapidamente, le professioni si trasformano e molti ragazzi vivono il momento della scelta con una forte pressione emotiva. Non a caso ansia e insicurezza risultano tra gli stati d’animo più diffusi percepiti dai diplomati italiani. In questo contesto percorsi poco conosciuti o raccontati male rischiano facilmente di essere esclusi dalle scelte principali.
Fino a qualche anno fa i percorsi sembravano più lineari. Oggi invece esistono molte più possibilità, ma anche molta più incertezza. Università, ITS, corsi professionalizzanti, esperienze all’estero, lavoro immediato: gli studenti devono orientarsi in uno scenario molto più frammentato rispetto alle generazioni precedenti.
Gli ITS resteranno una nicchia oppure no?
È difficile dire oggi se gli ITS resteranno una nicchia. Molto dipenderà da quanto il sistema scolastico e quello produttivo riusciranno davvero a renderli comprensibili, accessibili e riconoscibili agli occhi degli studenti.
Cosa potrebbe farli crescere davvero
Per crescere gli ITS avranno probabilmente bisogno soprattutto di:
- orientamento più concreto;
- maggiore presenza nei licei;
- comunicazione più semplice;
- maggiore coinvolgimento delle famiglie;
- racconti più chiari sugli sbocchi professionali reali.
Il rischio di crescere troppo velocemente
Allo stesso tempo esiste anche un altro rischio: quello di puntare soltanto sui numeri senza costruire un’identità forte e coerente. Gli ITS funzionano soprattutto quando mantengono un rapporto reale con il territorio, con le imprese e con i bisogni concreti del mercato del lavoro.
Alla fine la questione forse è soprattutto culturale. Finché in Italia il successo formativo continuerà a coincidere quasi automaticamente con l’università, percorsi come gli ITS rischieranno di essere percepiti come una scelta “alternativa” invece che come una delle tante possibilità valide dopo il diploma.
Eppure qualcosa lentamente sta cambiando. Sempre più studenti iniziano a chiedersi non soltanto “che titolo voglio ottenere?”, ma anche “come voglio imparare?”, “in che tipo di lavoro mi immagino?” e “quanto conta per me entrare presto nel mondo professionale?”. Ed è probabilmente da queste domande che passerà il futuro degli ITS nei prossimi anni.









