Come funziona il dottorato in Italia: tipologie, borse, durata e quando ha senso farlo

Dopo la riforma del 2021 e i finanziamenti PNRR, il dottorato in Italia ha nuove tipologie, borse aggiornate e regole più tutelanti. Tipologie, importi, durate e quando ha davvero senso farlo.

di Daniele Particelli
29 maggio 2026
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Il dottorato di ricerca è il più alto livello di istruzione universitaria nel sistema italiano, il terzo ciclo che, sul modello europeo, completa il percorso dopo triennale e magistrale e introduce alla ricerca originale. In Italia è regolato in modo organico dal DM 226 del 14 dicembre 2021, la riforma del settore varata in attuazione del PNRR, che ha sostituito il precedente DM 45/2013 e ha aggiornato le modalità di accreditamento dei corsi, le tipologie attivabili, i requisiti per le borse di studio e le tutele dei dottorandi. È un percorso ancora in trasformazione: il numero di dottorandi è cresciuto del trenta per cento circa tra il 2022 e il 2024 grazie ai finanziamenti del PNRR, sono nate nuove forme — dai dottorati di interesse nazionale ai dottorati industriali — e nello stesso tempo si è acceso il dibattito sull’importo delle borse, sulla loro tassazione e sulle reali prospettive occupazionali. Per chi sta valutando se intraprendere questa strada, vale la pena guardare al quadro complessivo prima ancora che alle singole opportunità.

Cosa è e cosa non è un dottorato

Il dottorato non è una “scuola post-laurea” né semplicemente una borsa per fare ricerca: è un percorso formativo strutturato che mira a costruire un ricercatore o una ricercatrice in senso pieno, capace di condurre in autonomia una ricerca originale e di farla riconoscere dalla comunità scientifica internazionale. Ha durata minima di tre anni, e può estendersi al quarto anno con proroghe formali per il completamento della tesi. Si conclude con la discussione di una tesi originale davanti a una commissione che include esperti esterni alla sede di formazione, anche stranieri, e con il conferimento del titolo di “Dottore di ricerca”. È il livello 8 del Quadro Europeo delle Qualifiche, equivalente al PhD anglosassone e al doctorat francese o tedesco.

Sul piano formale, in Italia il dottorando è uno studente, non un dipendente: percepisce una borsa di studio, è iscritto a un corso, ha un budget per attività di ricerca, ha doveri di rendicontazione delle attività e di pubblicazione. Questa configurazione è diversa da quella di molti Paesi europei (Germania, Olanda, Paesi Scandinavi) in cui il dottorando è invece un junior researcher con un contratto di lavoro vero e proprio, con stipendio più alto e contributi pieni. È una differenza che vale la pena conoscere prima di scegliere dove dottorarsi, perché incide direttamente sul tenore di vita, sulla previdenza e sul valore curricolare percepito all’estero.

Le tipologie introdotte dalla riforma

Una delle innovazioni più rilevanti del DM 226/2021 è la formalizzazione di diverse tipologie di dottorato, accanto al dottorato “ordinario” centrato sull’attività di ricerca accademica della sede. Il dottorato industriale, disciplinato dall’articolo 10 del decreto, è attivato dalle università in convenzione con imprese che svolgono attività di ricerca e sviluppo. Una quota dei posti è riservata ai dipendenti delle imprese convenzionate impegnati in attività di alta qualificazione, ammessi previa selezione; gli altri posti sono aperti a candidati esterni, che però seguono un percorso pensato per coniugare ricerca accademica e progetti industriali concreti, con una parte del tempo trascorsa presso l’impresa partner. È la formula che si è espansa più rapidamente con i finanziamenti del PNRR, in particolare con il DM 117/2023, dedicato proprio a dottorati innovativi che rispondono ai fabbisogni di innovazione delle imprese e promuovono l’assunzione dei dottori da parte delle aziende.

I dottorati di interesse nazionale (DIN), introdotti come novità non solo italiana ma europea, sono percorsi gestiti in rete da più atenei coordinati attorno a una tematica unitaria. Permettono di aggregare competenze e infrastrutture, garantiscono ai dottorandi accesso a laboratori e attività formative comuni distribuiti su più sedi, e sono spesso finanziati su tematiche strategiche definite a livello ministeriale. I temi attivati spaziano dalla cybersecurity al patrimonio culturale, dall’economia circolare agli studi religiosi, dal design al made in Italy alla transizione ecologica. Nei DIN attivi sono state finora assegnate circa mille borse, di cui il sessanta per cento finanziate dal PNRR, con il coinvolgimento di oltre mille docenti e ventotto enti di ricerca, dal CNR all’INFN, dall’INGV all’ISPRA. Esistono poi i dottorati innovativi per la pubblica amministrazione e per il patrimonio culturale, programmi specifici nati con il PNRR per formare profili dottorali destinati al settore pubblico, e i dottorati in programmi dedicati alle transizioni digitali e ambientali, anch’essi finanziati dal Recovery Plan.

Come si accede al dottorato in Italia

L’accesso al dottorato avviene tramite concorso pubblico bandito annualmente da ciascuna università. Possono partecipare i possessori di una laurea magistrale o di un titolo equipollente, anche straniero, senza limiti di cittadinanza e senza limiti di età. Ogni programma di dottorato pubblica un proprio bando, che indica il numero di posti, il numero di borse di studio disponibili, le tematiche di ricerca, le modalità di selezione (titoli, prova scritta, prova orale, in varie combinazioni), eventuali posti riservati a borsisti esterni o a dipendenti di enti convenzionati. I bandi si concentrano tra primavera ed estate, con avvio dei corsi tipicamente il primo novembre. I posti per ogni programma sono pochi, frequentemente meno di dieci, e la selezione è severa: peso decisivo nel ranking lo hanno la qualità del progetto di ricerca presentato dal candidato, le pubblicazioni scientifiche eventualmente già conseguite, il voto di laurea e il colloquio con la commissione. Una mappa nazionale completa dei bandi è disponibile sul portale del MUR.

Importante: il DM 226/2021 ha posto un limite al numero di posti senza borsa attivabili, fissato a uno ogni tre posti con borsa, proprio per ridurre il fenomeno dei dottorandi non finanziati che lavoravano gratuitamente. Resta in ogni caso possibile, in alcuni programmi, candidarsi a posti senza borsa: una formula che ha senso solo in casi specifici, ad esempio per chi ha già un reddito autonomo o un altro tipo di sostegno economico, dato che la dedizione richiesta è incompatibile con un secondo lavoro continuativo.

Le borse di studio: gli importi e le regole

La borsa di dottorato ministeriale ha un importo annuo lordo di 16.243 euro, fissato dal decreto ministeriale a partire dal 2022 e rimasto invariato per gli anni successivi. Al netto dei contributi previdenziali alla Gestione Separata INPS, l’importo mensile percepito si attesta su circa 1.195 euro. Alcuni atenei integrano la borsa ministeriale con risorse proprie: l’Università di Trento, ad esempio, riconosce borse da 18.345 euro lordi annui fino al ciclo in corso e prevede importi differenziati fino a 25.200 euro per il ciclo 2026-2027 a seconda del corso. È quindi importante, prima di scegliere dove candidarsi, verificare nel bando specifico dell’ateneo l’importo effettivo della borsa.

Sul piano operativo, il DM 226/2021 ha introdotto due novità importanti: il budget di ricerca, pari ad almeno il 10% dell’importo della borsa, disponibile fin dal primo anno per spese connesse alla ricerca in Italia e all’estero (acquisto attrezzature, partecipazione a convegni, viaggi di studio, materiali di laboratorio), che spetta anche ai dottorandi senza borsa; e la maggiorazione del 50% della borsa per i periodi di ricerca all’estero, autorizzati dal collegio dei docenti, fino a un massimo di dodici mesi (diciotto per i dottorati in cotutela con sedi estere). È una previsione che rende oggi molto più sostenibile, almeno sul piano economico, l’esperienza di mobilità internazionale durante il dottorato. Sul versante fiscale, vale la pena ricordare che le borse di dottorato di ricerca continuano a essere esenti da IRPEF, mentre per le borse di ricerca post-laurea di altra natura le regole sono state recentemente modificate dal DL 45/2025: per chi sta pensando a un percorso più ampio nella ricerca, abbiamo dedicato a questo tema un approfondimento separato.

La vita del dottorando

Il percorso dottorale italiano è impegnativo. Le rilevazioni AlmaLaurea indicano che il 33,5% dei dottori dichiara di aver dedicato alla ricerca oltre quaranta ore alla settimana, con il 10,1% che ha superato le cinquanta. È un dato che andrebbe interpretato anche alla luce della natura specifica del lavoro di ricerca, in cui la separazione tra orario di lavoro e tempo personale è meno netta che nei mestieri più strutturati. Il dottorando partecipa di norma a gruppi di ricerca (lo segnala il 78,4%), pubblica articoli (l’87,4% dei dottori ha realizzato almeno una pubblicazione), partecipa a conferenze e seminari, e nel 49,3% dei casi svolge un periodo di studio o ricerca all’estero. È una fase che molti descrivono retrospettivamente come la più formativa e arricchente della propria vita professionale: l’acquisizione di nuove competenze ottiene mediamente un punteggio di 8 su 10 nei questionari di soddisfazione, e il 63,2% dei dottori dichiara che, potendo tornare indietro, si iscriverebbe nuovamente allo stesso corso.

E dopo il dottorato? Gli sbocchi reali

Sul piano occupazionale, i dati AlmaLaurea sull’indagine 2024 mostrano un quadro nel complesso favorevole. A un anno dal conseguimento del titolo il tasso di occupazione dei dottori di ricerca è del 91,5%, in aumento sia rispetto al 2022 sia, in modo più marcato, rispetto al periodo pre-pandemia. Il 67,7% lavora nel settore pubblico, il 29,6% nel privato, il 2,7% nel non profit. Il 43,6% lavora al Nord, il 26,6% al Centro, il 15,8% nel Mezzogiorno, e una quota significativa del 13,7% lavora all’estero. La retribuzione media netta mensile è di circa 1.900 euro, più alta di quella dei laureati magistrali. Va però segnalata un’asimmetria importante per chi punta all’accademia: il 31,4% degli occupati a un anno svolge un’attività sostenuta da assegno di ricerca, dunque con un contratto a tempo determinato e con la prospettiva di una sequenza di rinnovi prima di accedere — se mai — a una posizione strutturata. Solo una minoranza dei dottori di ricerca italiani, secondo le stime di settore intorno a uno su dieci, accede a una posizione accademica stabile nel medio periodo.

La distribuzione settoriale varia molto per area disciplinare. I dottori in scienze umane lavorano in larghissima maggioranza nell’università o nella ricerca pubblica (l’86,2% nel settore istruzione e ricerca, di cui l’86,2% in università). I dottori in ingegneria si distribuiscono in modo più ampio: il 52,6% nel settore istruzione e ricerca, il resto in consulenze professionali, industria manifatturiera, informatica. I dottori in scienze economiche, giuridiche e sociali trovano sbocchi nella pubblica amministrazione (15,7%) e nella consulenza legale, amministrativa e contabile (14,0%). I dottori in scienze di base hanno una presenza significativa nei rami chimico (9,3%) e informatico (5,4%). Il dottorato industriale, in questo quadro, si distingue per una maggior probabilità di assunzione diretta da parte dell’impresa con cui si è svolta la ricerca, ed è una delle ragioni per cui sta crescendo l’interesse verso questa formula in particolare nelle aree tecnologiche e ingegneristiche.

Quando ha senso farlo

Decidere se intraprendere un dottorato non è una scelta che si risolve guardando solo ai dati occupazionali. È una scelta che dipende dall’incontro fra tre fattori: una vera curiosità di ricerca per un tema specifico (non l’interesse generico per “fare ricerca”, ma una domanda concreta a cui si vuole dedicare anni); una disponibilità a lavorare per tre o quattro anni con un’autonomia maggiore di quella sperimentata all’università, ma anche con la solitudine e l’incertezza che accompagnano la ricerca originale; e un progetto post-dottorato realistico, che può essere accademico, industriale, di pubblica amministrazione o di consulenza, ma che non può essere semplicemente “vedremo dopo”. Per chi pensa che il dottorato sia una via per “guadagnare tempo” dopo la laurea, o per evitare scelte difficili sul mercato del lavoro, le statistiche sono chiare: si finisce con tre o quattro anni in più rispetto ai coetanei, con un titolo che dà valore solo in alcune professioni, e con una transizione al lavoro non più facile.

Per chi invece arriva con una motivazione solida, il dottorato resta uno dei più importanti investimenti formativi disponibili in Italia, soprattutto nelle sue forme nuove: i dottorati industriali per chi punta a una carriera tecnico-scientifica nel privato, i dottorati di interesse nazionale per chi vuole entrare in reti di ricerca strutturate, i dottorati innovativi per la PA per chi ha vocazione al settore pubblico. Vale la pena confrontarsi con chi ci è già passato, leggere i bandi nel dettaglio, valutare l’ateneo in cui si vorrebbe entrare (composizione del collegio dei docenti, gruppi di ricerca attivi, infrastrutture, opportunità internazionali) e — se possibile — contattare direttamente potenziali tutor prima della candidatura. Su Alpha Orienta abbiamo dedicato un’analisi più narrativa, fatta anche di storie e dilemmi reali, all’esperienza del dottorato: è una lettura complementare a questo articolo per chi vuole guardare oltre i numeri. Informazioni operative sui bandi attivi sono disponibili sul portale ufficiale del Ministero dell’Università e della Ricerca, mentre le indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei dottori di ricerca restano il riferimento più solido per capire dove si va a finire dopo il titolo.

SULL'AUTORE

Cresciuto a pane e tecnologia, muove i primi passi nell'editoria digitale dopo la laurea in cinema e nuovi media, specializzandosi nel raccontare le nuove tecnologie a 360 gradi e il loro impatto nella società, dall'alimentazione all'intrattenimento, dalla scienza all'ambiente.

Giornalista pubblicista, SEO Specialist e Social Media Manager, sempre pronto ad ampliare i propri orizzonti e con la valigia sempre pronta per scoprire il mondo con uno sguardo geek.

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