AlmaLaurea 2026: cosa dice il Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati italiani

81,2% di occupati a un anno, 94,4% a cinque, retribuzioni in crescita e gender gap che persiste: cosa raccontano i dati della XXVII edizione del Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati.

di Daniele Particelli
7 luglio 2026
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Il Rapporto AlmaLaurea sulla Condizione Occupazionale dei Laureati è da quasi trent’anni il principale strumento di valutazione del sistema universitario italiano dal punto di vista degli esiti lavorativi. L’edizione 2026, la XXVII dell’indagine, è stata presentata l’11 giugno scorso e ha analizzato la condizione occupazionale di circa 700.000 laureati di 81 università italiane, intervistati a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo. Si tratta del corpus di dati più ampio disponibile sul tema, e fotografa con dettaglio la transizione dei neolaureati italiani verso il mercato del lavoro: tassi di occupazione, retribuzioni, tipologie contrattuali, efficacia percepita del titolo, soddisfazione del percorso. Il quadro complessivo è quello di una ripresa dei tassi di occupazione e delle retribuzioni rispetto al 2025, ma anche di differenze marcate fra discipline, territori e generi che meritano di essere lette con attenzione, soprattutto da chi sta scegliendo il proprio percorso universitario. Vediamo i numeri chiave del Rapporto e cosa raccontano del lavoro che attende i laureati italiani.

Cosa misura il Rapporto AlmaLaurea

Il Consorzio AlmaLaurea pubblica annualmente due Rapporti complementari: il Profilo dei Laureati, che fotografa caratteristiche e performance accademica dei laureati dell’anno appena concluso (335.000 laureati del 2025 nell’edizione 2026), e la Condizione Occupazionale dei Laureati, che ricostruisce gli esiti lavorativi dei laureati a distanza di uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo (700.000 laureati del 2024, 2022 e 2020 nell’edizione 2026). I dati sono raccolti attraverso questionari telematici somministrati direttamente ai laureati, con tassi di risposta significativi che rendono il campione statisticamente robusto. Gli indicatori chiave includono il tasso di occupazione complessivo, il tasso di disoccupazione calcolato sulle forze di lavoro, la retribuzione mensile netta, la tipologia di contratto, il settore di impiego, l’utilizzo delle competenze acquisite, l’efficacia percepita del titolo per il lavoro svolto, la soddisfazione complessiva del percorso universitario.

Il Rapporto si presta a letture diverse. La più immediata è quella sulle medie nazionali: quanti laureati lavorano a un anno dal titolo, con quale stipendio, in quali settori. La seconda è la lettura per discipline: le differenze fra ingegneria, sanitario, lettere, scienze sociali sono spesso più importanti delle medie nazionali. La terza è la lettura geografica: il divario fra Nord e Sud Italia resta uno dei tratti più costanti del sistema universitario nazionale. La quarta è la lettura di genere, oggetto del Rapporto di Genere specifico presentato a febbraio: differenze nelle scelte di studio, nelle performance e negli esiti occupazionali che persistono nonostante una maggiore presenza femminile complessiva.

Il quadro generale: occupazione e retribuzioni a un anno dalla laurea

I dati a un anno dal conseguimento del titolo per i laureati del 2024 mostrano un quadro complessivamente in ripresa rispetto alla precedente edizione. Per i laureati triennali che decidono di non proseguire con la magistrale e si rivolgono direttamente al mercato del lavoro, il tasso di occupazione si attesta all’81,2% a livello nazionale, in crescita rispetto all’80,2% del Rapporto 2025. Per i laureati di secondo livello, il tasso di occupazione complessivo a un anno è dell’80,8%, con il dato che sale all’86% per i laureati dei corsi a ciclo unico (medicina, farmacia, giurisprudenza, architettura). La retribuzione mensile netta media si attesta intorno ai 1.489 euro per i triennali e ai 1.491-1.495 euro per i magistrali biennali a un anno dal titolo, cifre in lieve crescita rispetto al 2025 ma ancora distanti dalle medie europee per laureati di pari livello.

Sono numeri che vanno letti con attenzione. Da un lato, mostrano che il titolo universitario continua a essere un fattore significativo di occupabilità: il tasso di occupazione dei laureati nella fascia 25-34 anni supera di diversi punti percentuali quello dei diplomati della stessa età, e il differenziale aumenta progressivamente con gli anni dal conseguimento del titolo. Dall’altro, mostrano che il primo anno dopo la laurea resta una fase di transizione complessa, in cui circa un laureato su cinque non ha ancora trovato un’occupazione stabile, e in cui le retribuzioni iniziali sono strutturalmente contenute rispetto ai paesi del Nord Europa. Per orientarsi sugli atenei con tassi di occupabilità superiori alla media, vale la pena leggere la guida alle migliori università per trovare lavoro, che entra nel merito delle classifiche di occupabilità degli atenei italiani basate proprio sui dati AlmaLaurea.

Il quadro a cinque anni: occupazione consolidata

La fotografia a cinque anni dal conseguimento del titolo, riferita ai laureati magistrali del 2020 intervistati nel 2025, racconta una storia diversa e più rassicurante. Il tasso di occupazione complessivo dei laureati di secondo livello a cinque anni dal titolo raggiunge il 94,4% a livello nazionale, in significativa crescita rispetto al 93% della precedente edizione, con la retribuzione media netta che sale a 1.903 euro mensili. È un dato che testimonia come, nell’arco di un quinquennio, la quasi totalità dei laureati italiani trovi una collocazione professionale, e come l’investimento universitario rivisto sul medio-lungo periodo offra ritorni occupazionali solidi anche in un mercato del lavoro complesso come quello italiano.

Sul piano contrattuale, a cinque anni dalla laurea il 35,3% degli occupati ha un contratto a tempo indeterminato (in crescita rispetto al 30,7% del 2025), l’11,5% è a tempo determinato, il 15,4% svolge un’attività in proprio o di libera professione, mentre le altre quote sono distribuite fra apprendistato, collaborazioni, partita IVA. Il dato sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato è uno degli elementi più significativi dell’edizione 2026, in linea con i dati ISTAT sul mercato del lavoro italiano nel 2024 che hanno registrato un aumento generalizzato dei contratti stabili. Per chi sta affrontando la fase del primo contratto e ha bisogno di orientarsi fra le diverse forme contrattuali offerte oggi ai neolaureati, vale la pena consultare la guida ai contratti di apprendistato e alle forme contrattuali per neolaureati, che entra nel merito di apprendistato, tempo determinato, partita IVA e degli aspetti pratici di ciascuna opzione.

Le grandi differenze fra discipline

Le medie nazionali nascondono differenze profonde fra le discipline di laurea, che sono probabilmente la chiave più importante per leggere il Rapporto in chiave di orientamento. I laureati delle Professioni Sanitarie viaggiano con tassi di occupazione superiori all’84% già a un anno dal conseguimento del titolo, un valore record fra tutte le aree disciplinari italiane, con alcune professioni (Tecnico di Laboratorio Biomedico, Infermieristica, Logopedia) che superano l’87-88% di occupazione. Per un quadro completo sull’area conviene leggere la guida alle ventidue professioni sanitarie, che mette in fila posti disponibili, difficoltà di accesso e tassi occupazionali per ciascun corso. I laureati STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) mostrano tassi di occupazione costantemente elevati: chi completa una magistrale in Matematica, Fisica o Chimica ha tassi di occupazione fra l’85% e il 95% a cinque anni dal titolo, mentre Ingegneria e Informatica viaggiano già a un anno oltre l’87%.

Sul versante opposto, le discipline umanistiche e psicosociali mostrano tassi di occupazione più contenuti a un anno dal titolo: Lettere, Filosofia, Psicologia si attestano fra il 53% e il 60% a un anno dalla laurea magistrale, anche perché molti laureati di queste aree proseguono con un dottorato, una specializzazione, una scuola di abilitazione, e quindi non sono ancora pienamente nel mercato del lavoro al momento dell’intervista. I dati a cinque anni mostrano una significativa risalita anche per queste aree, ma il differenziale rispetto alle discipline scientifiche e sanitarie persiste. L’area economica si colloca in posizione intermedia con tassi di occupazione fra l’82% e il 94% a seconda della specifica magistrale, con punte molto alte nelle università con forte legame con il mondo del lavoro (Bocconi, Politecnico Milano, Cattolica).

La geografia delle opportunità: il divario Nord-Sud

Uno dei dati più costanti e preoccupanti del Rapporto AlmaLaurea riguarda la geografia delle opportunità lavorative. La permanenza dei laureati nella ripartizione territoriale di origine, ossia la quota di laureati che dopo il titolo restano a lavorare nella stessa macro-area in cui hanno conseguito il diploma, mostra un divario significativo: chi ha il diploma al Nord resta nella stessa area nell’88,2% dei casi, chi ha il diploma al Centro nel 70,1%, chi ha il diploma nel Mezzogiorno solo nel 45,2%. Il 22,9% dei diplomati del Mezzogiorno si laurea in un ateneo del Nord, e una quota significativa di laureati del Sud trova lavoro in regioni diverse da quella di origine. È un dato che descrive una mobilità formativa e professionale a senso prevalentemente unico, dal Sud verso il Nord, che ha implicazioni profonde sulla struttura economica e demografica del Paese.

Le differenze retributive seguono la stessa logica geografica. A un anno dalla laurea magistrale, la retribuzione media nazionale è di 1.491 euro netti mensili, ma il dato nasconde divari significativi: i laureati del Politecnico di Torino guadagnano in media 1.824 euro a un anno dal titolo e 2.250 euro a cinque anni, ben sopra la media nazionale, mentre i laureati di atenei del Sud Italia presentano retribuzioni medie che restano significativamente più contenute. Per i laureati STEM con orientamento all’estero, le retribuzioni internazionali (in genere superiori del 30-50% rispetto a quelle italiane per analoghi profili) creano un’attrattiva ulteriore. Il 7,7% dei laureati italiani occupati lavora oggi all’estero a un anno dal titolo, una quota in crescita costante che riflette sia la maggiore internazionalizzazione del mercato del lavoro sia la difficoltà di trovare opportunità adeguate sul territorio nazionale.

Il gender gap: brillanti negli studi, ma penalizzate sul lavoro

Il Rapporto di Genere AlmaLaurea 2026, presentato a febbraio in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, ha messo in luce una dinamica strutturale che il Rapporto sulla Condizione Occupazionale conferma. Le laureate sono ormai la maggioranza nelle università italiane, rappresentando circa il 60% del totale dei laureati. Mostrano performance accademiche mediamente migliori dei colleghi maschi: il 60,9% delle donne consegue il titolo nei tempi previsti, contro il 55,4% degli uomini, e ottengono voti di laurea mediamente più alti. Quando si arriva al mercato del lavoro, però, il vantaggio accademico si inverte sistematicamente: a parità di altre condizioni, le donne ritardano l’ingresso nel mercato del lavoro, accettano più frequentemente lavori non coerenti con gli studi, ricevono retribuzioni mediamente più basse.

Il quadro è particolarmente evidente nelle discipline STEM, dove la segregazione di genere è classificata dallo stesso Rapporto come “strutturale”. La presenza femminile nei percorsi STEM è del 41,1% sui laureati 2024, una quota sostanzialmente invariata dal 2015 nonostante le campagne di sensibilizzazione e gli incentivi specifici. Fra i laureati STEM di secondo livello del 2019 (intervistati a cinque anni), il tasso di occupazione è elevato per entrambi i generi ma con un differenziale di 3,7 punti percentuali a favore degli uomini (94,8% uomini vs 91,1% donne). Il differenziale salariale STEM è ancora più marcato: 1.842 euro mensili per le donne contro 2.125 euro per gli uomini, una differenza di circa il 15% a parità di disciplina e anni di esperienza. È un dato che il Rapporto attribuisce a una pluralità di fattori, fra cui la concentrazione femminile in alcune sotto-discipline meno remunerative, il maggior ricorso al part-time anche involontario, la penalizzazione legata alla maternità in alcuni segmenti del mercato. La presenza di figli amplifica significativamente il divario di genere in termini di occupazione, penalizzando soprattutto le donne con percorsi di carriera interrotti o rallentati.

Cosa è cambiato rispetto al 2025?

Il confronto fra l’edizione 2026 e quella del 2025 mostra un trend complessivamente positivo per i neolaureati italiani su quasi tutti gli indicatori principali. Il tasso di occupazione dei laureati triennali a un anno è cresciuto di un punto percentuale, quello dei magistrali biennali di mezzo punto. Le retribuzioni mostrano un incremento medio del 2-3% rispetto al 2025, in parte attribuibile all’adeguamento contrattuale legato all’inflazione e in parte a un effettivo miglioramento delle condizioni di ingresso. La quota di contratti a tempo indeterminato a cinque anni dal titolo è salita significativamente, dal 30,7% al 35,3%, segnalando un consolidamento della stabilità contrattuale che era stato critico negli anni post-pandemia.

Sul piano della performance accademica, la percentuale di laureati in corso è salita al 55,3%, contro il 51,7% del 2025, con incrementi significativi in molti atenei. È un dato che riflette diversi fattori: il consolidamento della didattica blended dopo l’esperienza pandemica, l’investimento di molte università su tutoraggio e supporto agli studenti, il miglioramento delle infrastrutture digitali. La soddisfazione complessiva degli studenti per l’esperienza universitaria resta alta (intorno all’85-90% nei principali atenei pubblici), con valutazioni positive su rapporto con i docenti, carico di studio e attività didattiche, anche se la valutazione delle strutture e dei servizi mostra variabilità significativa fra atenei.

Tipologia di contratti e modalità di lavoro

Il Rapporto entra nel dettaglio anche delle modalità di lavoro dei neolaureati. Il settore dei servizi assorbe il 77,5% degli occupati, l’industria il 21,3%, l’agricoltura lo 0,8% (con punte significativamente più alte per i laureati di Agraria e Scienze Veterinarie). Il 57% lavora nel settore privato, il 41% nel pubblico (con concentrazioni nelle aree del sanitario e dell’istruzione), l’1,9% nel non-profit. Lo smart working, definito nella legislazione italiana come “lavoro agile”, interessa il 9,2% dei laureati triennali e il 15,1% dei laureati di secondo livello a un anno dal titolo, una quota in lenta crescita ma significativamente più contenuta di quanto si possa immaginare data l’enfasi mediatica sul lavoro da remoto.

Il telelavoro tradizionale (modalità più strutturata e meno flessibile dello smart working) resta marginale, riguardando solo lo 0,6% dei laureati triennali e l’1,0% dei magistrali. La modalità di lavoro da remoto è invece più diffusa nelle attività autonome (7,8% dei triennali, 11,7% dei magistrali con partita IVA). Sul piano della destinazione geografica, il 57,7% dei laureati lavora nella regione sede dell’ateneo, il 34,4% in un’altra regione italiana, il 7,7% all’estero. Il dato sul lavoro all’estero è in crescita rispetto agli anni precedenti, e riflette sia la maggiore mobilità internazionale dei neolaureati italiani sia la difficoltà di trovare opportunità adeguate sul territorio nazionale per alcuni profili specifici (STEM avanzato, ricerca scientifica, finanza quantitativa).

Le domande utili che il Rapporto suggerisce a chi si orienta

Per uno studente che sta scegliendo il proprio percorso universitario, il Rapporto AlmaLaurea 2026 offre alcuni spunti di riflessione che possono essere trasformati in domande concrete. Hai un’idea realistica del tasso di occupazione e della retribuzione media specifica per la disciplina che stai considerando, e non stai basando la tua scelta solo sulle medie nazionali che nascondono differenze significative fra aree disciplinari? Hai considerato che il primo anno dopo la laurea è strutturalmente una fase di transizione, e che la fotografia più attendibile della spendibilità del titolo si vede a cinque anni, quando il 94,4% dei magistrali italiani risulta occupato? Sei consapevole che la geografia del lavoro in Italia è asimmetrica, con il Sud che vede la maggior parte dei suoi diplomati spostarsi al Nord per studio e lavoro, e che la scelta dell’ateneo ha implicazioni territoriali significative sul percorso professionale?

Se sei una studentessa, hai considerato che la presenza femminile in alcuni ambiti STEM resta strutturalmente contenuta, e che entrare in questi ambiti significa anche contribuire a modificare un equilibrio storico oltre che accedere a opportunità professionali significative? Hai considerato l’importanza di costruire durante gli studi esperienze concrete (tirocini curricolari, stage estivi, attività di rappresentanza, volontariato strutturato) che il Rapporto AlmaLaurea conferma essere fra i fattori più predittivi del successo nella transizione al lavoro? Hai un’idea di come si costruisce un curriculum efficace dopo la laurea, considerando le statistiche che mostrano come spesso il problema non sia la mancanza di opportunità ma la difficoltà di intercettarle? Per chi sta affrontando il primo passaggio scuola-lavoro vale la pena consultare la guida al curriculum per neolaureati, che entra nel merito degli errori più frequenti e delle strategie pratiche per migliorarne l’efficacia. Sono domande che messe insieme aiutano a leggere il Rapporto AlmaLaurea non come una classifica astratta ma come uno strumento concreto di orientamento, capace di informare scelte universitarie e professionali che restano comunque personali e soggette a molti altri fattori.

SULL'AUTORE

Cresciuto a pane e tecnologia, muove i primi passi nell'editoria digitale dopo la laurea in cinema e nuovi media, specializzandosi nel raccontare le nuove tecnologie a 360 gradi e il loro impatto nella società, dall'alimentazione all'intrattenimento, dalla scienza all'ambiente.

Giornalista pubblicista, SEO Specialist e Social Media Manager, sempre pronto ad ampliare i propri orizzonti e con la valigia sempre pronta per scoprire il mondo con uno sguardo geek.

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