A guardare i numeri del sistema sanitario italiano, il paradosso è evidente: mancano infermieri ovunque, ma i corsi di laurea in Infermieristica fanno fatica a riempire i posti disponibili. È una delle poche professioni in cui domanda e offerta non si incontrano, non perché manchino opportunità, ma perché sempre meno studenti scelgono di intraprendere questo percorso.
Nel 2025-26 l’offerta formativa è cresciuta ancora, arrivando a coinvolgere decine di sedi in tutta Italia, ma il rapporto tra domande e posti è sceso sotto l’unità: 0,9 candidati per posto. Significa che, per molte università, i corsi non sono più saturi già al momento dell’ammissione.
Eppure, sul fronte del lavoro, il quadro è completamente diverso. L’inserimento è rapido — oltre l’85% degli infermieri risulta occupato a un anno dal titolo — e il fabbisogno continua a crescere, soprattutto al Nord e nelle aree metropolitane. Le aziende sanitarie faticano a trovare personale, le RSA lavorano in cronica carenza d’organico, il privato amplia i servizi e assorbe chi si laurea quasi immediatamente.
Questa distanza tra ciò che accade “prima” (nei test di ammissione) e ciò che accade “dopo” (nel mercato del lavoro) è ciò che rende il caso di Infermieristica così rilevante. Da un lato, posti che restano vuoti; dall’altro, un sistema che avrebbe bisogno di molte più persone di quante attualmente escono dalle università.
Cerchiamo di capire perché questo mismatch continua, quali fattori lo alimentano e cosa può significare per chi si sta orientando oggi verso la professione.
I numeri del mismatch tra domande e posti disponibili
Per capire quanto sia profondo il divario tra offerta formativa e domanda reale, basta osservare i dati del 2025-26. A differenza di quasi tutte le altre professioni sanitarie, Infermieristica presenta un rapporto domande/posto inferiore all’unità: in media 0,9 candidati per ogni posto disponibile.
In altre parole, ci sono più posti che aspiranti. Una situazione che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata impossibile.
Il problema non riguarda solo alcune regioni, ma gran parte del Paese. Se Fisioterapia, Logopedia o Ostetricia registrano test esauriti già alla prima tornata, Infermieristica mostra un andamento completamente diverso: molte sedi raggiungono a fatica la saturazione, altre rimangono con decine di posti vacanti. Ed è qui che il mismatch emerge con chiarezza.
Posti disponibili in crescita, domande in diminuzione
Negli ultimi anni il Ministero ha progressivamente aumentato i posti per rispondere alla carenza cronica di personale. Ma l’aumento dell’offerta non è stato accompagnato da un aumento delle candidature. Al contrario: le domande sono calate, soprattutto tra i più giovani.
Il risultato è un sistema sbilanciato:
- tante opportunità di ingresso,
- poche persone davvero interessate,
- posti che rimangono scoperti nonostante la forte richiesta del mercato del lavoro.
Le regioni più in difficoltà
Il report evidenzia un dato ulteriore: il mismatch è più evidente nelle regioni che avrebbero maggior bisogno di infermieri. Al Nord, dove la domanda è più alta (ospedali, RSA, privato in espansione), molte università non riescono comunque a coprire tutti i posti disponibili. Anche al Centro emergono difficoltà simili, mentre al Sud la situazione è più variabile: alcune sedi raggiungono la saturazione, altre restano lontane dai numeri previsti. Il paradosso è evidente: le regioni che assumono di più sono anche quelle in cui gli studenti si iscrivono di meno.
Un’inversione di tendenza iniziata prima della pandemia
La riduzione delle domande non è un fenomeno improvviso. Era già iniziata negli anni immediatamente precedenti alla pandemia, ma la crisi sanitaria ha accelerato una dinamica già in corso. I turni duri, la pressione emotiva e le condizioni di lavoro percepite come pesanti hanno contribuito a rendere meno attrattiva una professione che, sul piano dell’occupazione, rimane invece una delle più solide.
In sintesi: i numeri mostrano un settore che ha bisogno di più infermieri, ma che non riesce più ad attrarli come in passato. E il problema non è la mancanza di sbocchi — quelli non sono mai stati così numerosi — ma una crescente distanza tra ciò che la professione richiede e ciò che i potenziali studenti immaginano.
Perché mancano infermieri? Le radici del problema
Il punto non è che il lavoro non ci sia. Al contrario: il lavoro per gli infermieri non è mai mancato. E allora perché sempre meno studenti scelgono questo percorso? Le ragioni sono diverse e si sono stratificate nel tempo. Nessuna, da sola, spiega il fenomeno. Insieme, però, aiutano a capire perché il mismatch continui.
1) Le condizioni di lavoro pesano più della sicurezza occupazionale
Negli ultimi anni l’immagine dell’infermiere si è legata sempre più spesso a turni massacranti, carichi di lavoro elevati e organici ridotti. È una percezione che nasce dall’esperienza diretta di molti professionisti e che circola anche tra chi sta scegliendo l’università. Per un diciottenne, la prospettiva di un lavoro “sicuro” non è sempre sufficiente a compensare l’idea di una vita professionale fatta di notti, festivi e ritmi difficili da sostenere nel lungo periodo.
2) Stipendi poco competitivi, soprattutto all’inizio
Un altro nodo centrale è la retribuzione. Gli stipendi di ingresso degli infermieri italiani restano bassi se confrontati:
- con la responsabilità richiesta,
- con la complessità del lavoro clinico,
- con le opportunità all’estero.
Molti studenti sono consapevoli che, a parità di titolo, in altri Paesi europei le condizioni economiche sono più favorevoli. Questo rende il percorso meno attrattivo già in fase di scelta.
3) L’effetto “estero”: chi può, se ne va
La mobilità internazionale è un fattore chiave. Non pochi neolaureati scelgono di lavorare all’estero pochi mesi dopo la laurea, attratti da:
- stipendi più alti,
- carichi di lavoro più sostenibili,
- maggiori possibilità di crescita professionale.
Questo fenomeno riduce ulteriormente il numero di infermieri disponibili sul territorio nazionale e contribuisce alla percezione di una professione che “si paga” soprattutto nei primi anni.
4) Il peso della pandemia
La pandemia ha avuto un doppio effetto. Da un lato ha reso evidente quanto il ruolo dell’infermiere sia centrale; dall’altro ha mostrato in modo molto crudo le difficoltà della professione. Le immagini dei reparti sotto pressione, dello stress e del burnout hanno inciso profondamente sull’immaginario collettivo. Per molti giovani, Infermieristica è diventata una professione “necessaria”, ma anche faticosa e poco tutelata.
5) Una comunicazione che spesso non racconta tutta la complessità
Per anni Infermieristica è stata raccontata soprattutto come una scelta “di vocazione”, facendo leva sul senso del dovere e sull’utilità sociale. Tutti elementi reali, ma che oggi non bastano più.
Chi sceglie l’università vuole capire anche:
- che tipo di carriera è possibile costruire,
- quali specializzazioni esistono,
- quali margini di crescita ci sono nel tempo.
Quando queste informazioni mancano, la professione perde appeal rispetto ad altri percorsi sanitari percepiti come più “chiari”.
La carenza di infermieri non nasce da un problema di occupazione, ma da un insieme di fattori che rendono il percorso meno desiderabile rispetto al passato. Ed è proprio qui che si annida il cuore del mismatch: il sistema ha bisogno di infermieri più di quanto riesca ad attrarli.
Perché il corso non attira più come una volta
Negli anni passati Infermieristica era spesso vista come una scelta pragmatica: un percorso impegnativo, ma capace di garantire rapidamente un lavoro stabile. Oggi questa equazione non basta più a renderla attrattiva. Non perché il lavoro manchi, ma perché le aspettative dei nuovi studenti sono cambiate, e il corso fatica a intercettarle.
1) La distanza tra ciò che si immagina e ciò che si vive
Molti studenti arrivano al corso con un’idea parziale del lavoro infermieristico. Il tirocinio, però, mette subito a contatto con la realtà: reparti complessi, ritmi intensi, responsabilità elevate già nei primi anni di formazione. Per alcuni è una conferma; per altri, uno shock. E questo incide anche sulla percezione esterna del corso, perché le esperienze — positive o negative — circolano rapidamente tra coetanei.
2) Un carico emotivo che pesa già durante la formazione
A differenza di altri percorsi sanitari, Infermieristica espone gli studenti molto presto a situazioni emotivamente difficili: malattia, sofferenza, fine vita. Non tutti sono pronti a gestirle, soprattutto a 19 o 20 anni. Questo aspetto non rende il corso “peggiore”, ma lo rende più selettivo dal punto di vista personale. E oggi molti studenti preferiscono percorsi percepiti come meno logoranti, almeno all’inizio.
3) Tirocini intensi e poco flessibili
Il tirocinio è il cuore della formazione infermieristica, ma è anche uno dei suoi punti critici. Gli orari sono rigidi, la presenza richiesta è alta, la possibilità di conciliare studio e lavoro part-time è molto ridotta. Per chi deve mantenersi gli studi o aiutare la famiglia, questo rappresenta un ostacolo concreto, soprattutto se confrontato con altri corsi sanitari più “gestibili”.
4) La concorrenza di altri percorsi percepiti come più sostenibili
Nel panorama delle professioni sanitarie, Infermieristica oggi compete con corsi che offrono:
- carichi formativi percepiti come più equilibrati,
- ruoli meno esposti a stress continuo,
- maggiore flessibilità lavorativa nel privato.
Fisioterapia, Logopedia e alcuni profili tecnici appaiono, agli occhi di molti studenti, come alternative che combinano buona occupazione e una qualità della vita più prevedibile.
5) Un percorso che richiede una scelta consapevole
Infermieristica non è un “ripiego” facile né un corso da scegliere solo per sicurezza. Richiede una motivazione chiara e una certa resistenza emotiva. Quando questa consapevolezza manca, il corso perde attrattiva già prima dell’iscrizione.
In sostanza, il corso non attira meno perché è peggiorato, ma perché chiede molto e oggi gli studenti sono più attenti a ciò che il lavoro comporta nel lungo periodo. Capire questo passaggio è fondamentale per spiegare il calo delle domande.
Il paradosso del mercato: occupazione altissima, iscritti in calo
Se ci si fermasse solo ai dati sull’occupazione, Infermieristica sembrerebbe uno dei percorsi più solidi in assoluto. A un anno dalla laurea, oltre l’85% dei neolaureati risulta già al lavoro. In molte regioni, l’ingresso è quasi immediato, con contratti che arrivano poche settimane dopo il titolo. Eppure, proprio mentre il mercato del lavoro offre sbocchi continui, le iscrizioni diminuiscono. È questo il vero paradosso: il problema non è trovare lavoro, ma trovare persone disposte a intraprendere il percorso.
Un settore che assumerebbe di più, se potesse
Ospedali, RSA, servizi domiciliari, strutture private: tutti cercano infermieri. In molte realtà, soprattutto al Nord, i posti rimangono scoperti per mesi. Questo non rallenta solo i servizi, ma aumenta il carico su chi è già in servizio, alimentando un circolo vizioso: meno personale → più stress → meno attrattività della professione.
Posti vuoti all’università non significano mancanza di opportunità
È importante chiarirlo: il fatto che i corsi non si riempiano non è un segnale di crisi occupazionale, ma l’esatto contrario. Nel caso di Infermieristica, i posti vuoti all’ingresso si traducono in più possibilità di lavoro dopo la laurea, non in meno. Questo è uno dei pochi ambiti in cui il mercato del lavoro è in anticipo rispetto al sistema formativo.
Una sicurezza che oggi pesa meno nella scelta
Per le generazioni precedenti, la sicurezza occupazionale era un valore centrale. Oggi pesa ancora, ma non è più l’unico criterio. Molti studenti valutano:
- qualità della vita,
- sostenibilità dei turni,
- equilibrio tra lavoro e vita privata,
- possibilità di crescita.
Quando questi elementi sembrano poco compatibili con l’immagine del lavoro infermieristico, la certezza di un contratto non basta a rendere il corso attrattivo.
Il rischio di un sistema che si regge sulla resistenza
Il paradosso è che l’alta occupazione, invece di essere un punto di forza comunicativo, diventa quasi un dettaglio secondario. E il sistema sanitario finisce per contare su chi resiste, piuttosto che su un flusso costante di nuovi professionisti motivati.
Infermieristica vive una situazione unica: è uno dei corsi con le migliori prospettive lavorative, ma anche uno di quelli che fatica di più ad attirare studenti. Capire questo scarto è essenziale per leggere correttamente i dati e non confondere il calo delle iscrizioni con un calo delle opportunità.
Le differenze territoriali
Il mismatch tra posti disponibili e domande non si manifesta allo stesso modo in tutta Italia. Anzi, osservando i dati per area geografica, emerge un quadro frammentato, che aiuta a capire perché la carenza di infermieri venga percepita in modo diverso da regione a regione.
Nord: più lavoro, meno candidature
È al Nord che il bisogno di infermieri è più evidente. Ospedali, RSA, strutture private e servizi domiciliari assorbono personale in modo continuo, spesso senza riuscire a coprire tutti i posti disponibili. Eppure, proprio qui molte sedi universitarie faticano a saturare i corsi.
Il motivo è duplice: da un lato le condizioni di lavoro sono più esigenti, con turni serrati e carichi elevati; dall’altro, il costo della vita più alto rende meno attrattivi stipendi che, pur stabili, non sempre compensano lo sforzo richiesto. Il risultato è un paradosso territoriale: dove il lavoro è più abbondante, l’interesse a formarsi come infermiere è più debole.
Centro: equilibrio fragile
Nel Centro Italia la situazione è più sfumata. Alcune regioni riescono ancora a coprire buona parte dei posti disponibili, soprattutto nelle sedi universitarie storiche; altre mostrano segnali simili a quelli del Nord, con corsi che non si riempiono completamente. Qui il mismatch è meno evidente, ma comunque presente, soprattutto nelle aree urbane più grandi, dove la domanda di personale cresce più velocemente dell’offerta.
Sud e Isole: più iscritti, meno sbocchi immediati
Al Sud e nelle Isole il quadro è diverso. In molte sedi i corsi di Infermieristica riescono ancora ad attirare un numero sufficiente di candidati, anche perché rappresentano una delle poche opportunità universitarie con sbocchi certi. Tuttavia, il mercato del lavoro locale è più lento ad assorbire i neolaureati. Questo spinge molti infermieri formati al Sud a spostarsi verso il Centro-Nord o all’estero, alimentando un flusso migratorio costante che impoverisce i territori di origine.
Mobilità come normalità
Nel mondo infermieristico, spostarsi è ormai la regola più che l’eccezione. Molti studenti lo sanno già prima di iscriversi: studiare in una regione e lavorare in un’altra fa parte del percorso. Questo però rende la scelta meno immediata per chi vorrebbe restare vicino casa e contribuisce a ridurre l’attrattività del corso in alcune aree.
Un problema nazionale, con effetti locali
In definitiva, il mismatch è nazionale, ma si manifesta in modi diversi. Al Nord si sente come una carenza drammatica di personale; al Sud come una difficoltà a valorizzare chi si forma. In mezzo, un sistema che fatica a redistribuire risorse e opportunità in modo equilibrato.
Cosa servirebbe per invertire la tendenza
Se il mismatch tra posti disponibili e iscrizioni non è causato dalla mancanza di lavoro, allora la soluzione non può limitarsi ad aumentare l’offerta formativa. I dati mostrano che il problema è di attrattività, non di sbocchi. Per invertire la tendenza servono interventi più profondi, che riguardano il modo in cui la professione viene vissuta e raccontata.
1) Migliorare le condizioni di lavoro, non solo i numeri
Aumentare i posti all’università ha senso solo se, una volta laureati, gli infermieri trovano contesti sostenibili. Turni più equilibrati, organici adeguati e maggiore tutela dal burnout sono condizioni essenziali per rendere il percorso nuovamente desiderabile. Senza un miglioramento concreto delle condizioni di lavoro, ogni aumento dei posti rischia di rimanere sterile.
2) Valorizzare le possibilità di carriera
Infermieristica non è una professione “piatta”, ma spesso viene percepita come tale. In realtà esistono:
- percorsi di specializzazione,
- ruoli di coordinamento,
- ambiti avanzati (territorio, emergenza, ricerca, formazione).
Rendere più visibili queste possibilità aiuterebbe a contrastare l’idea di una carriera senza sviluppo.
3) Ridurre il divario retributivo
Lo stipendio non è l’unico fattore, ma pesa. Soprattutto all’inizio della carriera, il rapporto tra responsabilità e retribuzione è percepito come sbilanciato. Intervenire su questo fronte non è semplice, ma è inevitabile se si vuole competere con altri Paesi europei e trattenere i professionisti formati in Italia.
4) Ripensare i tirocini come momento formativo e non solo operativo
Il tirocinio è spesso vissuto come una prova di resistenza più che come un’occasione di apprendimento. Migliorare il tutoraggio, distribuire meglio i carichi e valorizzare l’esperienza formativa potrebbe cambiare radicalmente la percezione del corso, già nei primi anni.
5) Raccontare la professione in modo più realistico
Negli ultimi anni Infermieristica è stata raccontata spesso in modo polarizzato: o come missione eroica, o come lavoro insostenibile. Servirebbe una narrazione più equilibrata, che mostri:
- la complessità reale del lavoro,
- le difficoltà, ma anche le competenze,
- il valore professionale, non solo quello etico.
Una comunicazione più onesta aiuterebbe chi sceglie a farlo con maggiore consapevolezza.
6) Rendere il percorso più attrattivo anche per profili diversi
Oggi Infermieristica attrae soprattutto chi ha una forte motivazione vocazionale. Ampliare il bacino significa anche intercettare profili interessati a:
- tecnologia sanitaria,
- gestione dei servizi,
- sanità territoriale innovativa.
Questo richiede un aggiornamento continuo dei percorsi formativi.
Invertire la tendenza è dunque possibile, ma non con interventi superficiali. Serve una visione che rimetta al centro il lavoro infermieristico come professione qualificata, complessa e con prospettive reali di crescita.
Consigli pratici per chi sta scegliendo oggi
Arrivati a questo punto, una cosa è chiara: scegliere Infermieristica oggi significa muoversi controcorrente rispetto ad altri corsi sanitari, ma anche intercettare un bisogno reale del sistema. Per chi sta valutando questo percorso, la domanda non è “se conviene”, ma se è la scelta giusta per sé. E per capirlo servono alcune valutazioni molto pratiche.
1) Guardare oltre i luoghi comuni
Infermieristica non è “un ripiego” e non è nemmeno un lavoro impossibile da sostenere. È una professione complessa, con ritmi impegnativi, ma anche con margini di stabilità e occupazione che pochi altri percorsi garantiscono. Partire da una visione meno stereotipata aiuta a fare una scelta più lucida.
2) Informarsi bene su sedi e tirocini
Non tutti i corsi di Infermieristica sono uguali. Cambiano:
- i reparti convenzionati,
- la qualità del tutoraggio,
- l’organizzazione dei tirocini,
- le possibilità di restare sul territorio dopo la laurea.
Prima di iscriversi è utile capire dove si svolgono i tirocini e in che tipo di strutture, perché è lì che si costruiscono le prime competenze reali.
3) Mettere in conto la mobilità
In molti casi, studiare in una regione e lavorare in un’altra è la norma. Chi è disposto a spostarsi, soprattutto verso il Centro-Nord, trova spesso opportunità più rapide e condizioni migliori. Chi invece vuole restare vicino casa dovrebbe valutare attentamente il mercato locale e le prospettive a medio termine.
4) Valutare il proprio rapporto con il lavoro clinico
Infermieristica è fatta di presenza continua: turni, responsabilità diretta, lavoro in équipe, contatto costante con i pazienti. Non è un mestiere “astratto” né facilmente distaccabile sul piano emotivo. Chiedersi se questo tipo di lavoro è sostenibile per sé è un passaggio fondamentale, più importante di qualsiasi dato statistico.
5) Pensare alla carriera, non solo al primo contratto
Molti guardano solo all’ingresso nel mondo del lavoro, ma Infermieristica offre anche sviluppi successivi: specializzazioni, coordinamento, territorio, formazione, emergenza. Chi entra con l’idea di costruire un percorso nel tempo trova più senso e motivazione anche nelle fasi iniziali più faticose.
6) Considerare Infermieristica come scelta consapevole, non “facile”
Il fatto che oggi il rapporto domande/posto sia favorevole non significa che il corso sia semplice. Significa solo che ci sono più possibilità di accesso. La vera selezione avviene durante il percorso e poi sul lavoro. Entrare è più facile; restare motivati e crescere professionalmente richiede impegno reale.
In definitiva, Infermieristica resta una delle poche scelte universitarie in cui l’utilità sociale e la domanda di lavoro coincidono davvero. Ma è una scelta che funziona solo se fatta con consapevolezza, senza idealizzazioni e senza scorciatoie.
Una professione necessaria, una scelta che va capita
Il caso di Infermieristica racconta molto più di un semplice calo di iscrizioni. Racconta un sistema che ha bisogno urgente di professionisti qualificati, ma che fatica a renderne il percorso davvero attrattivo per le nuove generazioni. I posti non mancano, il lavoro nemmeno. Quello che manca, sempre più spesso, è la disponibilità a intraprendere una professione percepita come faticosa, poco tutelata e complessa da sostenere nel lungo periodo.
Il mismatch tra università e mercato del lavoro non nasce da un errore di programmazione, ma da una distanza crescente tra ciò che la professione richiede e ciò che gli studenti si aspettano dal proprio futuro. Infermieristica chiede presenza, responsabilità, flessibilità. In cambio offre stabilità, occupazione rapida e un ruolo centrale nel sistema sanitario. È uno scambio che, oggi, non tutti sono disposti ad accettare.
Eppure, proprio questa difficoltà rende la scelta ancora più significativa. Per chi sente di avere il profilo giusto, Infermieristica resta uno dei pochi percorsi in cui il lavoro non è una promessa, ma una realtà concreta. Capire davvero cosa significa diventare infermiere — senza idealizzazioni, ma anche senza sminuirne il valore — è il primo passo per ridurre il divario tra bisogno e vocazioni.









