Abbiamo letto e esaminato per te l’ultimo report di ActionAid, “Orientamento scolastico: tra ideali e realtà”, basato su un’indagine che ha coinvolto oltre 1.500 docenti in tutta Italia fra aprile e dicembre 2024. Il rapporto è stato terminato a dicembre del 2025 e pubblicato a febbraio del 2026, mostrando da subito quanto sia complicato e quanto tempo ci voglia per fare un’indagine del genere.
La fotografia che si ottiene è, per forza di cose, da aggiornare. Ma almeno ci dà un’idea precisa di quel che succedeva almeno fino alla fine del 2024 secondo gli insegnanti (non ci sono particolari ragioni per pensare che le cose siano cambiate troppo, visti i tempi di adattamento).
La situazione è un mix tra grandi sogni e una realtà un po’ caotica. In parte è anche responsabilità delle famiglie, ma ci sono enormi difficoltà sistemiche e grandi differenze fra regioni ma anche fra scuole di città e di periferia o in piccoli comuni.
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L’orientamento ideale: cosa vorrebbero i professori
Per la maggior parte dei docenti intervistati, l’orientamento dovrebbe essere prima di tutto una bussola per la felicità, non solo per il lavoro.
- Il 24 per cento dei prof crede che l’obiettivo principale sia far emergere i talenti.
- Il 20 per cento pensa che serva a soddisfare ciò che ragazzi e ragazze vogliono veramente, le loro esigenze.
- Il 19 per cento vuole valorizzare quelle capacità che i soliti voti sulla pagella non vedono.
Insomma, sulla carta, i professori vorrebbero che la scuola aiutasse, per prima cosa, a capire chi siamo, non solo cosa produrremo.
Il ruolo delle famiglie
Qui la faccenda si fa spinosa. I docenti sentono di avere “le armi spuntate” rispetto alle famiglia.
- Il 74 per cento degli insegnanti ritiene che l’influenza dei genitori sulle scelte sia molto più forte della loro.
- Il 77 per cento è convinto che le famiglie consiglino basandosi su vecchi schemi (tipo: “fai questo perché dà lavoro”) invece di guardare alle reali aspirazioni.
- I giovani, in altre ricerche che sono state usate nel report per un confronto, confermano che i genitori contano molto (54,1 per cento), ma danno comunque un peso importante anche ai consigli degli esperti e dei prof (49,3 per cento). Quindi il percepito degli insegnanti è corretto, ma solo in parte.
Perché l’orientamento spesso “zoppica”?

Se sentiamo che l’orientamento è fatto un po’ a caso, non è sempre colpa della cattiveria dei prof, né responsabilità delle famiglie. Ci sono problemi strutturali:
- Mancanza di tempo: è la criticità numero uno per il 17 per cento dei docenti.
- Mancanza di coordinamento: Spesso le attività sono frammentate e non “fanno sistema” (16 per cento).
- Formazione: Molti prof vorrebbero aiutare meglio i loro studenti e le loro studentesse, ma non hanno ricevuto una formazione specifica; spesso partecipano solo in pochi.
Riforme, moduli di 30 ore e PNRR: A che punto siamo?
Vediamo cosa dicono gli intervistati sulle 30 ore di orientamento introdotte dal Ministero.
- Medie: solo il 48 per cento dei docenti dice che sono state effettivamente avviate.
- Superiori: va un po’ meglio, con il 72 per cento di implementazione.
- PNRR: molte scuole stanno usando i fondi europei per contrastare la dispersione scolastica, ma spesso i professori stessi non sanno bene come vengano usati o se la scuola ne sia beneficiaria.
Le differenze regionali e locali
- Nord-Est al comando: per la scuola secondaria di secondo grado, questa macroregione vanta il tasso di implementazione più alto, con il 79 per cento dei docenti che conferma l’avvio dei moduli, contro una media nazionale del 72 per cento.
- Le difficoltà del Sud: nella scuola secondaria di primo grado, il livello di attuazione scende significativamente nel Mezzogiorno, fermandosi al 39 per cento, rispetto al 48 per cento della media italiana.
- Divario centro-periferia: anche la collocazione geografica del comune gioca un ruolo chiave; i comuni periferici registrano un’attuazione inferiore (39 per cento) rispetto a quelli centrali.
Una regia frammentata
La presenza di una “regia” organizzata all’interno delle scuole è fondamentale per il successo dell’orientamento. Anche in questo caso, la distribuzione non è omogenea:
- presenza di figure di sistema: per le scuole medie, il Nord-Ovest e il Nord-Est si posizionano sopra la media nazionale per la presenza di figure dedicate all’orientamento, mentre Centro, Sud e Isole restano al di sotto.
- Centri urbani contro periferie: Nelle scuole secondarie di primo grado, l’identificazione di queste figure è molto più frequente nei centri urbani (27 per cento) rispetto alle aree periferiche, dove crolla al 6 per cento.
Reti e collaborazioni con il territorio
Uno dei dati più allarmanti riguarda la capacità delle scuole di collaborare con enti esterni (aziende, università, terzo settore):
- Un abisso tra Nord e Sud nelle medie: Nelle scuole secondarie di primo grado, le collaborazioni esterne sono presenti in circa il 70 per cento degli istituti del Nord-Ovest e Nord-Est, ma scendono drasticamente sotto il 30 per cento nel Sud e nelle Isole.
- L’isolamento delle periferie: I docenti di scuole in zone centrali riportano collaborazioni nel 55 per cento dei casi, contro il 27 per cento registrato nelle aree periferiche.
La visibilità delle istituzioni regionali
Anche la percezione dell’impegno delle Regioni e degli Uffici Scolastici Regionali (USR) varia sensibilmente da zona a zona:
- la collaborazione con l’ente regionale è citata con maggior frequenza in Friuli-Venezia Giulia (58 per cento), Piemonte (52 per cento) e Liguria (42 per cento).
- In Campania, si registra una forte percezione dell’azione regionale (citata dal 22 per cento dei docenti come promotrice di programmi specifici), mentre in altre realtà come l’Emilia-Romagna, l’azione della Regione appare meno visibile direttamente ai docenti, pur essendo presente.
E quindi?
Il report ci dice che la scuola ci prova, ma è ancora un cantiere aperto. La verità è che, purtroppo, il timone per orientarsi è nelle mani di chi sceglie e lo sforzo è maggiore se si vive in una zona che non offre grandi opportunità. Non bisogna aspettare che l’orientamento perfetto bussi alla porta né aspettarsi troppo da un sistema che, comunque, ci prova. Si dovrebbero usare le ore a disposizione per fare domande (anche scomode, senza prendere per buono tutto quello che viene raccontato in una brochure), esplorare gli open day (che restano lo strumento più usato, anche se non sempre il più amato) e confrontare le aspettative personali, quelle delle famiglie, i suggerimenti dei professori. Il mantra dovrebbe essere questo:
“L’orientamento efficace è quello che ti rende capace di scegliere, non quello che sceglie per te.”
Si tratta di hackerare la realtà che ci circonda e trovare un percorso di studi e di lavoro adatto, nonostante il caos del mondo che ci circonda. Preparandoci anche alla possibilità di sbagliare e di cambiare idea. Per questo abbiamo preparato, sulla base di questo report, tre consigli per chi insegna, per chi studia e per le famiglie.
👨🏫 Per chi insegna: oltre la “consegna dei moduli”
Il report dice che credete fermamente in un orientamento che faccia emergere i talenti e che valorizzi quello che i voti non dicono. Ecco come passare dai sogni ai fatti.
- Sfidate i voti della pagella: Solo l’1% di voi pensa che l’orientamento debba basarsi solo sui risultati scolastici. Usate le nuove ore a disposizione per attività pratiche, come i “compiti di realtà”, che sono richiesti ma ancora poco diffusi in molte scuole.
- Non “tappate i buchi” con le 30 ore: I nuovi moduli ministeriali non devono essere solo un contenitore per attività che facevate già. Sfruttateli per creare momenti di riflessione vera in classe, specialmente alle medie, dove l’implementazione è ancora a metà.
- Fate rete (soprattutto in periferia): La mancanza di tempo è il vostro nemico numero uno. Collaborate con associazioni e terzo settore: sono loro i partner più attivi per arricchire l’offerta della scuola.
🏠 Per le famiglie: alleati, non “registi”
I docenti vi vedono come le figure più influenti: il 74% pensa che il vostro parere conti più del loro. È un grande potere, usatelo bene.
- Aggiornate il vostro modo di pensare: molti prof temono che i genitori diano consigli basati su vecchi schemi o sul “posto fisso” dei loro tempi. Fermatevi un attimo e chiedetevi se state guardando il mondo del 2026 o quello del 1996.
- Reclamate il vostro spazio a scuola: la vostra partecipazione agli sportelli orientativi è bassissima, spesso sotto il 15%. Non aspettate gli open day per farvi sentire: chiedete alla scuola momenti di confronto che coinvolgano attivamente anche voi.
- Ascoltate il “tutor”: se la scuola ha attivato le figure del docente tutor o orientatore, parlateci. Sono lì proprio per aiutarvi a capire come supportare le aspirazioni di vostro figlio senza sostituirvi a lui.
🎒 Per chi studia: riprendetevi il timone
L’orientamento è efficace solo se soddisfa quello che voi volete davvero. Non siete spettatori del vostro futuro.
- Esigete tempo per voi: molte scuole dedicano circa 20 ore all’orientamento, ma spesso sono solo “informazioni subite”. Chiedete di usare quello spazio per fare il punto su voi stessi e sui vostri progetti personali.
- Usate l’e-portfolio come una mappa: Non è solo un documento burocratico. È lo strumento dove il docente tutor dovrebbe aiutarvi a raccogliere i vostri talenti e i vostri progressi. Se non lo state usando, chiedete come iniziare.
- Andate oltre l’open day: anche se è l’attività più comune, spesso non basta a capire se una scuola fa per voi. Cercate esperienze dirette, come stage o attività di “Service Learning”, per testare con mano quello che vi piace fare davvero.









