Orientamento e Gen Z: cosa dicono i dati su come i giovani scelgono oggi il loro futuro

Nove diplomati su dieci hanno fatto orientamento a scuola, ma uno su due dice ancora di non sapere cosa fare. Una mappa di numeri per capire una generazione che non è disorientata, è semplicemente altrove.

di Daniele Particelli
12 maggio 2026
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Per anni si è raccontata la Gen Z attraverso aneddoti: i ragazzi che non vogliono lavorare, quelli che cambiano idea ogni due mesi, quelli che si chiudono in casa, quelli che parlano solo di salute mentale. Aneddoti utili come narrazione, meno utili come strumento per capire davvero. I dati raccolti negli ultimi diciotto mesi da AlmaDiploma, AlmaLaurea, ISTAT, Deloitte, Randstad e dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo permettono di costruire un quadro più solido: una fotografia non semplificata di come i ragazzi tra i 17 e i 28 anni — la cosiddetta Generazione Z, oggi compresa tra l’ultimo anno di superiori e l’inizio della carriera lavorativa — stanno costruendo le loro scelte sul futuro. È una fotografia che, letta insieme, racconta qualcosa di più sfumato e interessante di quanto le narrazioni più diffuse facciano credere.

L'orientamento c'è, ma metà dei ragazzi non sa ancora cosa fare

Il primo dato da cui partire è quasi un paradosso. Secondo il Rapporto AlmaDiploma 2026 sui diplomati 2025, costruito su un campione di oltre 23.700 ragazzi di 127 istituti, il 90% degli studenti dichiara di aver partecipato a iniziative di orientamento durante la scuola superiore, e l’84,5% ha preso parte ad attività di orientamento in uscita verso le scelte post-diploma. Sono percentuali altissime, che testimoniano una copertura ormai capillare del servizio, anche grazie alla recente riforma ministeriale di cui parla in dettaglio l’analisi Alpha Orienta sulle nuove Linee Guida del MIM sull’orientamento e l’introduzione della figura del docente tutor.

Eppure, alla domanda diretta su quale professione vorrebbero svolgere in futuro, il 51,3% dei diplomandi 2025 ammette di non saperlo. Più della metà di chi sta per finire la scuola superiore, dopo cinque anni di percorso e dopo aver fatto orientamento, non ha ancora un’idea della propria direzione. Il 44,7% dichiara che, potendo tornare indietro, cambierebbe la scuola superiore frequentata — con punte del 50,9% tra chi ha frequentato gli istituti professionali e percentuali significative anche al liceo linguistico.

Il dato non va letto come una critica all’orientamento, che evidentemente funziona meglio di quanto si pensi a livello quantitativo. Va letto piuttosto come segnale di un altro problema: l’orientamento c’è, ma fatica a tradursi in chiarezza progettuale. Le ragioni sono almeno due. La prima è che l’offerta formativa post-diploma è cresciuta enormemente, mentre la cultura della scelta non si è adeguata. Lauree triennali, magistrali, ITS Academy, lauree professionalizzanti, master, bootcamp digitali, percorsi all’estero: le opzioni sono moltiplicate, e questa moltiplicazione genera incertezza più che opportunità per chi non ha gli strumenti per orientarsi tra esse. La seconda è che l’orientamento, come spiegava Lorella Carimali nel pezzo Alpha Orienta sul metodo dell’orientamento, viene ancora troppo spesso pensato come “ti dico cosa c’è là fuori” — una rassegna informativa di scuole, lavori, percorsi — quando dovrebbe essere un percorso di consapevolezza che parte dalla persona.

Il peso ancora forte della famiglia (e delle disuguaglianze)

Il secondo dato sorprendente, perché contraddice la narrazione di una generazione “individualista” e refrattaria all’autorità, è il peso della famiglia nelle decisioni. Sempre secondo AlmaDiploma 2026, il 66% dei diplomati 2025 indica le opinioni dei genitori come fondamentali al momento dell’iscrizione alle scuole superiori; la percentuale resta al 59,5% per la scelta post-diploma. Due ragazzi su tre, dunque, dichiarano apertamente che mamma e papà hanno avuto un ruolo decisivo nella loro scelta scolastica, e quasi sei su dieci dicono lo stesso per la scelta universitaria.

Questo dato si lega a un altro, più strutturale: il background culturale della famiglia continua a determinare in modo significativo il destino scolastico. Tra gli iscritti ai licei, il 51,6% ha almeno un genitore laureato; nei professionali la percentuale crolla al 14,3%. Le ricerche AlmaDiploma mostrano che gli studenti con genitori laureati hanno performance accademiche più elevate e tendono a scegliere percorsi universitari più impegnativi. Le scelte dei ragazzi, in altre parole, vengono ancora largamente determinate da quello che hanno visto e sentito a casa.

Il dato è importante perché riposiziona la narrazione: non siamo davanti a una generazione che si emancipa dai genitori, ma a una generazione che dichiara apertamente quanto le famiglie pesino sulle sue scelte. La differenza con le generazioni precedenti, semmai, è proprio la trasparenza con cui questo viene riconosciuto.

Ansia e salute mentale: la prima generazione che ne parla apertamente

Il terzo dato è quello che ha avuto più eco mediatica, ed è anche quello più trasformativo dal punto di vista culturale. L’ansia è lo stato d’animo più diffuso tra i diplomandi italiani: il 51% lo indica come il più frequente tra amici e compagni di classe, secondo i dati AlmaDiploma. Seguono insicurezza (29,6%) e, in misura minore, felicità (25,4%). Tra coloro che si dichiaravano “spaventati”, “agitati” o “intimoriti” alla vigilia del diploma, AlmaDiploma osserva una correlazione significativa: a un anno di distanza, sono più spesso quelli che si trovano in situazioni di difficoltà occupazionale o che hanno interrotto il percorso universitario.

Tra i temi che gli studenti vorrebbero approfondire a scuola, il benessere psicologico (55,9%) e la gestione dello stress (50,8%) occupano stabilmente le prime due posizioni, davanti a educazione finanziaria (46,8%) ed educazione sessuale (43,4%).

Va detto, però, che le interpretazioni di questi dati richiedono cautela. La generazione precedente non era necessariamente meno ansiosa: era una generazione che dell’ansia non parlava. La Gen Z è la prima generazione cresciuta in un contesto culturale in cui i temi della salute mentale non sono più tabù, in cui parlare di terapia, burnout, ansia da prestazione è socialmente accettabile e anzi incoraggiato. Una parte della “ansia diffusa” che i dati registrano è probabilmente ansia che esisteva anche prima e che ora viene riconosciuta e nominata, non necessariamente ansia in più. Quel che è certo, però, è che la richiesta di strumenti per gestirla — a scuola, in università, nei luoghi di lavoro — è oggi un tema centrale dell’orientamento.

Università sì, ma il 15% lascia al primo anno

Sul fronte delle scelte concrete, il quarto dato disegna un quadro a doppia faccia. Da un lato, il 71,4% dei diplomati prosegue gli studi dopo il diploma, e il 60,9% punta esclusivamente all’università (con un picco del 77,1% tra i liceali). Sono numeri che raccontano una generazione orientata alla formazione terziaria, che ancora vede nella laurea uno strumento di mobilità sociale e professionale.

Dall’altro lato, però, c’è il dato sulla tenuta del percorso. Secondo le ultime rilevazioni MUR-USTAT, sui 2 milioni di studenti iscritti all’università nell’a.a. 2024/2025, il 15,3% delle matricole abbandona o cambia corso al primo anno. A tre anni dal diploma, la quota di chi ha abbandonato definitivamente è del 7,4%, quella di chi ha cambiato percorso del 14,6%. Le ragioni del cambio o dell’abbandono, dichiarate dagli studenti stessi, sono varie: ragioni personali (17,5%), ragioni lavorative (12,1%), mancato accesso al corso desiderato (9,8%), ragioni economiche (4,4%). Ma quella che emerge come tendenza più significativa, intrecciata con i dati AlmaDiploma sull’ansia, è il fatto che molte iscrizioni non corrispondono a una scelta consapevole: lo studente scopre solo dopo qualche mese se il nome del corso scelto corrisponde davvero a quello che immaginava.

Questo è uno dei punti più delicati per chi si occupa di orientamento. La scelta dell’università è spesso fatta sulla base di informazioni superficiali — il nome del corso, la fama dell’ateneo, il consiglio di un amico o di un parente — senza una vera esplorazione di cosa si fa, a livello di studio quotidiano e di sbocchi reali, in quel percorso. Strumenti come la guida ai TOLC e ai test di ingresso o le simulazioni di percorso possono aiutare, ma il problema non è solo informativo: è di metodo. Esplorare prima di scegliere richiede tempo, e il tempo, nel passaggio tra quinta superiore e prima università, è quello che manca di più.

Un esercito di NEET che si sta riducendo, ma resta enorme

Il quinto dato è quello che pesa di più, perché racconta cosa succede quando l’orientamento non funziona del tutto. L’Italia è il secondo paese dell’Unione Europea per percentuale di NEET — i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono in formazione — superato solo dalla Romania. Nel 2024, secondo ISTAT, il 15,2% dei giovani italiani in quella fascia d’età rientra in questa categoria, contro una media UE dell’11%. In termini assoluti, sono 1,3 milioni di giovani 15-29 anni, che diventano oltre 2 milioni se si estende la fascia fino ai 34 anni.

La buona notizia è che il fenomeno è in netto calo. Secondo l’aggiornamento al II trimestre 2025 di Dedalo (Fondazione Gi Group, in collaborazione con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo), il tasso complessivo di NEET tra i 15 e i 34 anni è sceso dal 16,7% del 2024 al 14,5% del 2025, con un calo di 251.000 unità in un anno. È un dato che testimonia un miglioramento concreto del mercato del lavoro giovanile, anche grazie alle politiche attive di orientamento messe in campo negli ultimi anni.

La cattiva notizia è che le disuguaglianze territoriali restano enormi. Nel Nord Italia il tasso di NEET scende sotto il 12%, in diverse regioni del Mezzogiorno supera stabilmente il 25%. È in queste aree che il discorso sull’orientamento diventa più drammatico: non è solo una questione di scegliere bene il percorso, è una questione di trovare un percorso, qualunque esso sia, in territori dove l’offerta di lavoro qualificato è strutturalmente carente.

Cosa cercano davvero i giovani nel lavoro

Il sesto dato sposta lo sguardo dalla scuola al lavoro, ed è quello che mostra la trasformazione culturale più profonda. La narrazione dei “giovani che non vogliono lavorare” semplifica un fenomeno più complesso: i giovani vogliono lavorare, ma vogliono lavorare in modo diverso. La Deloitte Global Gen Z and Millennial Survey 2025, condotta su decine di migliaia di giovani in 44 paesi tra cui l’Italia, restituisce alcuni dati che vale la pena tenere insieme.

Per la Gen Z italiana, le priorità nella scelta di un datore di lavoro sono cambiate radicalmente rispetto alle generazioni precedenti. Il work-life balance è ormai un fattore di scelta non negoziabile: il 39% della Gen Z chiede esplicitamente la settimana lavorativa di quattro giorni, il 28% insiste sulla possibilità di lavorare da remoto. Il 73% degli intervistati italiani Gen Z dichiara che il tema della salute mentale è rilevante quando valuta un nuovo datore di lavoro, e l’89% considera importante che il lavoro abbia un significato. Il “purpose” — l’idea che il proprio lavoro abbia un senso che vada oltre lo stipendio — è importante per l’83% della Gen Z italiana. Famiglia e amici restano le cose più importanti in assoluto: il 67% li mette al primo posto, davanti al lavoro stesso. La carriera intesa come progressione gerarchica è nettamente meno attrattiva: a livello globale, solo il 6% della Gen Z aspira a posizioni dirigenziali di alto livello.

Sul fronte delle preoccupazioni, però, i dati restituiscono una generazione molto più realista di quanto sembri. Il costo della vita è la prima preoccupazione per il 35% della Gen Z italiana; il 71% pensa che sarà impossibile comprare casa nei prossimi anni se l’economia non migliora; il 63% pensa che sarà difficile metter su famiglia. Per fronteggiare l’instabilità economica, il 37% della Gen Z italiana dichiara di avere già almeno un secondo lavoro. Sono numeri che raccontano una generazione che chiede flessibilità e qualità della vita non per pigrizia, ma perché ha capito che il lavoro tradizionale — full time, gerarchico, in ufficio — non garantisce più le sicurezze materiali che garantiva ai genitori. Se il “posto fisso” non offre più stipendio sufficiente per comprare casa o costruire una famiglia, allora la disponibilità a sacrificare tutto per il lavoro perde gran parte del suo senso.

Va aggiunto un dato sulla mobilità: secondo i dati ISTAT più recenti, oltre 21.000 giovani italiani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia nel 2023, in netto aumento. Per chi ha le competenze, l’opzione di andare a lavorare all’estero — dove gli stipendi iniziali per molte professioni qualificate sono nettamente superiori — è oggi una scelta concreta, non un’eccezione. È un punto che ogni discorso sull’orientamento dovrebbe tenere presente: il mercato del lavoro per la Gen Z italiana non è più solo italiano.

Un'ultima fotografia: l'AI come acceleratore di incertezza

Un ultimo elemento del quadro, recentissimo, riguarda l’intelligenza artificiale. Secondo Deloitte 2025, il 73% della Gen Z italiana usa già regolarmente strumenti di GenAI nel lavoro o nello studio, e il 71% ritiene che abbiano migliorato la qualità del proprio lavoro. Ma i numeri raccontano anche una preoccupazione: il 61% della Gen Z pensa che l’AI ridurrà i posti di lavoro, e il 62% sta già considerando opportunità di lavoro meno vulnerabili all’automazione. È una valutazione lucida e, per certi versi, matura: questa generazione sta facendo le proprie scelte di carriera tenendo conto del fatto che molti lavori, nel giro di pochi anni, potrebbero non esistere più nella forma in cui esistono oggi.

Il fenomeno, di cui Alpha Orienta ha parlato anche nel pezzo sull’intelligenza artificiale a scuola, è un’ulteriore variabile che rende la scelta universitaria più complessa: non basta più scegliere “una laurea che ti piace” o “un lavoro con buoni sbocchi”. Bisogna scegliere una direzione che abbia senso anche in un mondo in cui l’AI riscriverà ampie parti del mercato del lavoro nei prossimi cinque-dieci anni. Per molti ragazzi, questo significa orientarsi verso competenze più trasversali, più creative, più relazionali — competenze meno facilmente automatizzabili — anziché su saperi tecnici specifici che potrebbero essere assorbiti dagli algoritmi.

SULL'AUTORE

Cresciuto a pane e tecnologia, muove i primi passi nell'editoria digitale dopo la laurea in cinema e nuovi media, specializzandosi nel raccontare le nuove tecnologie a 360 gradi e il loro impatto nella società, dall'alimentazione all'intrattenimento, dalla scienza all'ambiente.

Giornalista pubblicista, SEO Specialist e Social Media Manager, sempre pronto ad ampliare i propri orizzonti e con la valigia sempre pronta per scoprire il mondo con uno sguardo geek.

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