Negli ultimi anni il mondo del lavoro italiano ha conosciuto un’attenzione crescente per la salute e il benessere dei dipendenti, alimentata sia da un quadro normativo più stringente sia dalla maggiore consapevolezza che il costo di un infortunio o di una malattia professionale pesa su tutta la catena produttiva. Insieme a questa attenzione è cresciuta la domanda di figure professionali specializzate nella prevenzione, capaci di analizzare ambienti di lavoro, postazioni, movimenti ripetitivi, posture, e di proporre soluzioni concrete per ridurre i rischi. Tra queste figure due sono particolarmente significative ma poco raccontate ai giovani che si orientano: l’ergonomo e il fisioterapista del lavoro. Sono percorsi di nicchia, distinti l’uno dall’altro per quanto spesso confusi, che vivono di una formazione post-laurea specifica e di una pratica professionale costruita sul campo. Vediamo nel dettaglio cosa fanno, quali percorsi formativi portano alla professione e quali sono gli sbocchi reali in Italia.
Due figure distinte ma complementari
La prima cosa da chiarire, perché spesso genera confusione, è che ergonomo e fisioterapista del lavoro non sono sinonimi. L’ergonomo è una figura professionale non sanitaria, che si occupa di ergonomia, ossia della disciplina scientifica che studia l’interazione fra l’essere umano e i sistemi (macchine, ambienti, processi, prodotti) in cui opera. È una figura multidisciplinare per definizione, perché può provenire da background formativi molto diversi tra loro, dall’architettura all’ingegneria, dalla psicologia al design, dalla fisioterapia alla medicina. Il fisioterapista del lavoro, al contrario, è una figura sanitaria a tutti gli effetti: è un fisioterapista, iscritto all’Albo della propria professione sanitaria, che si specializza nell’ambito occupazionale e lavora alla prevenzione e alla riabilitazione dei disturbi muscoloscheletrici di origine lavorativa.
Le due figure operano spesso insieme, soprattutto nei contesti aziendali più strutturati, all’interno del quadro normativo del Decreto Legislativo 81 del 9 aprile 2008, conosciuto come Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro. Questa norma, ancora oggi la cornice di riferimento per l’intero settore, impone al datore di lavoro la valutazione di tutti i rischi presenti in azienda, l’organizzazione del Servizio di Prevenzione e Protezione (SPP) e la sorveglianza sanitaria attraverso il medico competente. Il sovraccarico biomeccanico dell’apparato muscoloscheletrico, in particolare, è uno dei rischi più diffusi nel mercato del lavoro italiano, ed è il terreno su cui ergonomi e fisioterapisti del lavoro si incontrano professionalmente.
Cosa fa concretamente un ergonomo?
L’ergonomo è il professionista che applica i principi dell’ergonomia per migliorare la sicurezza, la prestazione, la soddisfazione e il benessere psicofisico delle persone in un sistema produttivo. Nei contesti industriali, valuta le postazioni di lavoro per individuare i rischi di sovraccarico biomeccanico, analizza la movimentazione manuale dei carichi secondo metodologie standardizzate come NIOSH, OCRA, RULA, REBA, propone interventi di ridisegno delle postazioni, suggerisce l’introduzione di ausili meccanici, partecipa alla progettazione di nuovi processi produttivi tenendo conto delle caratteristiche fisiche e cognitive dei lavoratori. In ambito ufficio si occupa di postazioni videoterminali, illuminazione, microclima, organizzazione degli spazi. Nei servizi sanitari valuta la movimentazione dei pazienti, una delle attività più a rischio nel settore della cura. Nel retail e nella logistica analizza i processi di scarico, magazzinaggio, picking.
Una declinazione interessante dell’approccio ergonomico, sviluppata in Italia, è il cosiddetto approccio Ergo Lean, che combina l’analisi del rischio biomeccanico con l’analisi degli sprechi tipica del lean management. Significa, in pratica, che la riduzione del rischio per il lavoratore viene cercata insieme alla riduzione delle inefficienze produttive, in modo che l’investimento aziendale produca contemporaneamente miglioramento della salute e maggiore produttività. È un linguaggio che parla direttamente alle aziende e che ha contribuito a far entrare l’ergonomia nei piani strategici e non solo negli adempimenti normativi.
Cosa fa il fisioterapista del lavoro?
Il fisioterapista del lavoro, talvolta chiamato fisioterapista occupazionale, è un fisioterapista che si è specializzato nell’area della medicina del lavoro e della prevenzione delle patologie muscoloscheletriche legate all’attività lavorativa. Il suo intervento si sviluppa su tre fronti che si intrecciano. Sul piano della prevenzione, partecipa alla valutazione delle posture, dei movimenti e degli sforzi richiesti dalle mansioni, e propone esercizi specifici per ridurre il rischio di insorgenza di patologie come lombalgie, cervicalgie, tendiniti, sindromi del tunnel carpale. Sul piano della formazione, organizza training specifici per i lavoratori, insegnando le tecniche corrette di sollevamento, le pause attive da inserire durante la giornata, gli esercizi di stretching e mobilizzazione mirati. Sul piano della riabilitazione e del ritorno al lavoro, si occupa di accompagnare i lavoratori che hanno subito infortuni o sviluppato patologie professionali nel percorso di recupero, in coordinamento con il medico competente.
È una figura che si è sviluppata in modo significativo negli ultimi anni nelle aziende italiane di medie e grandi dimensioni, dove è spesso parte integrante del Servizio di Prevenzione e Protezione o dei programmi di welfare aziendale. La sua azione preventiva permette al datore di lavoro di ridurre l’incidenza di assenze per malattia e di infortuni, con un ritorno economico misurabile che giustifica l’investimento. Per chi è interessato alla professione di fisioterapista in senso più ampio, la guida completa su come si diventa fisioterapista ricostruisce il percorso universitario, l’esame di Stato, l’inizio della libera professione.
Il percorso per diventare ergonomo
L’ergonomia non è una disciplina universitaria autonoma in Italia: non esiste una laurea triennale in Ergonomia, e la professione si costruisce attraverso una formazione post-laurea che si innesta su lauree di base molto diverse. Le strade più frequenti partono dalla laurea in Architettura, dalla quale storicamente sono usciti molti dei primi ergonomi italiani per via dell’attenzione alla progettazione degli ambienti; dalle lauree ingegneristiche, in particolare Ingegneria Gestionale e Ingegneria Industriale, per il lato dell’analisi dei processi produttivi; dalle lauree in Psicologia, in particolare con curriculum in Psicologia del Lavoro, per il lato dei fattori umani e cognitivi; dalle lauree in Disegno Industriale per la progettazione dei prodotti; dalla Fisioterapia e dalla Medicina per il versante della salute e della valutazione del rischio biomeccanico.
Su questa base si innesta la formazione specialistica, che assume forme diverse. La strada più strutturata sono i master di secondo livello in Ergonomia, offerti da alcune università italiane: il Politecnico di Milano, l’Università di Genova, l’Università di Padova, l’Università di Bologna, l’Università Statale di Milano hanno organizzato negli anni master annuali o biennali con un’identità ergonomica forte. Esistono inoltre percorsi di alta formazione organizzati dal Centro Italiano di Ergonomia e da altre realtà specializzate, accreditati da Bureau Veritas, che combinano lezioni teoriche con la pratica su casi reali, e sono particolarmente apprezzati dai professionisti che vogliono entrare nel settore consulenza per la sicurezza. La Società Italiana di Ergonomia (SIE), l’associazione di categoria più rappresentativa, organizza inoltre periodicamente eventi formativi, congressi e percorsi di mentoring per i propri soci.
Le certificazioni: UNI 11934:2024 ed Eur.Erg.
Un passaggio significativo per la professione è arrivato nel 2024 con la pubblicazione della norma UNI 11934:2024, che definisce per la prima volta in Italia i requisiti di conoscenza, abilità, autonomia e responsabilità della figura dell’ergonomo. La norma distingue due livelli di certificazione: l’Ergonomo di base, figura che contribuisce all’applicazione dei principi ergonomici e supporta la progettazione di sistemi lavorando in équipe con altri professionisti, e l’Ergonomo, profilo più maturo dotato di autonomia decisionale e in grado di coordinare gruppi multidisciplinari. La certificazione è rilasciata da CEPAS, un organismo di certificazione delle competenze, in partnership con il Centro Italiano di Ergonomia. Per accedervi servono un titolo di studio coerente, una formazione specifica di almeno 20 ore acquisite negli ultimi 12 mesi e un’esperienza professionale di due o tre anni a seconda del titolo di partenza.
A livello europeo esiste invece la certificazione European Ergonomist, in sigla Eur.Erg., rilasciata dal Centre for the Registration of European Ergonomists (CREE) tramite la SIE in qualità di National Awarding Body italiano. Per ottenerla servono una laurea triennale di cui uno dedicato allo studio dell’ergonomia, un anno di tirocinio supervisionato e due anni di esperienza professionale autonoma. Il titolo Eur.Erg. è riconosciuto in tutti i quarantasette paesi europei che aderiscono al CREE, ed è il riferimento per chi vuole lavorare in contesti internazionali, in particolare in aziende multinazionali con sedi distribuite in più paesi.
Il percorso per diventare fisioterapista del lavoro
Per il fisioterapista del lavoro il punto di partenza è quello classico della professione sanitaria: la laurea triennale L/SNT2 in Fisioterapia, ad accesso programmato nazionale come tutte le professioni sanitarie, che dà accesso alla professione e all’iscrizione all’Albo. Il pezzo dedicato alle 22 professioni sanitarie italiane mette in fila posti disponibili, tassi di occupazione e difficoltà di accesso per ciascuna, e Fisioterapia è una delle più richieste con un’offerta di posti significativa.
Dopo la triennale, la specializzazione nell’area occupazionale può seguire diverse strade. La più strutturata è il master di primo o secondo livello in Ergonomia, Posturologia o in Prevenzione del Sovraccarico Biomeccanico, offerto da diversi atenei italiani in formato annuale e dimensionato per professionisti già in attività. Alternativamente esistono percorsi più brevi, di durata variabile, organizzati da società scientifiche, associazioni di categoria e centri di formazione privati, che permettono di acquisire competenze specifiche su metodologie di valutazione come OCRA, NIOSH, REBA. Il fisioterapista del lavoro mantiene comunque l’iscrizione all’Ordine dei Fisioterapisti e l’obbligo di formazione continua attraverso il sistema ECM (Educazione Continua in Medicina), come per qualunque altra specializzazione della professione.
Dove si lavora
Il mercato del lavoro per queste figure è cresciuto in modo significativo negli ultimi anni, in particolare nelle grandi e medie aziende dove la pressione normativa e i costi legati a infortuni e malattie professionali rendono economicamente conveniente l’investimento in prevenzione strutturata. Le aziende manifatturiere, in particolare quelle dei settori automotive, food, farmaceutico, cosmetico, dove la movimentazione manuale e i gesti ripetitivi sono parte centrale dei processi, sono i datori di lavoro tradizionali per gli ergonomi e per i fisioterapisti del lavoro impiegati direttamente come dipendenti. La grande distribuzione e la logistica hanno aumentato negli ultimi anni le proprie squadre dedicate, spinte da indagini ispettive e da indennizzi sempre più consistenti per le patologie professionali. Il settore sanitario rappresenta un cliente importante, perché ospedali e RSA hanno tassi di patologie muscoloscheletriche fra i più alti di tutti i settori produttivi.
Una larga fetta del mercato è coperta dagli studi di consulenza per la sicurezza, società di varie dimensioni che offrono alle aziende clienti servizi di valutazione del rischio, redazione di documentazione di sicurezza, formazione dei lavoratori. Queste realtà reclutano regolarmente ergonomi e fisioterapisti del lavoro per i propri team, in particolare per i progetti più articolati. Il settore pubblico, attraverso INAIL e le ASL, impiega queste figure nei servizi di Prevenzione e Sicurezza degli Ambienti di Lavoro (PSAL), che svolgono la funzione di vigilanza sulle aziende del territorio. Esistono infine consulenti che lavorano come liberi professionisti, costruendo nel tempo un portfolio di clienti aziendali fra cui ruotare i propri interventi, soluzione tipica di chi ha accumulato esperienza in studi di consulenza e decide di mettersi in proprio.
Stipendi e prospettive di carriera
Le retribuzioni sono variabili in funzione del contesto. Un ergonomo junior dipendente di uno studio di consulenza per la sicurezza parte tipicamente da 28.000-32.000 euro lordi all’anno, valore che cresce a 40.000-50.000 dopo qualche anno di esperienza significativa e arriva oltre i 60.000 per i ruoli senior. Chi lavora come consulente libero professionista può raggiungere cifre più elevate, ma a fronte di una variabilità maggiore e dell’onere di gestire autonomamente la propria attività. Le posizioni interne in aziende manifatturiere medio-grandi, in particolare in multinazionali, si attestano in fascia simile, con benefit aggiuntivi tipici delle posizioni aziendali strutturate.
Per il fisioterapista del lavoro le retribuzioni dipendono molto dalla forma contrattuale. Chi lavora come dipendente in azienda parte tipicamente da 30.000-35.000 euro lordi all’anno; chi opera come libero professionista in collaborazione con più clienti può variare significativamente sulla base del proprio portfolio e dell’organizzazione della propria attività. Una possibilità importante per entrambe le figure è la specializzazione settoriale: l’ergonomo o il fisioterapista del lavoro che si fa conoscere come “esperto” di un settore specifico (ad esempio l’industria farmaceutica o la grande distribuzione) si trova a poter scegliere fra incarichi e a posizionarsi su tariffe più elevate. È un mercato in cui la reputazione costruita nel tempo ha un peso significativo, e i primi anni di esperienza in studi di consulenza ben strutturati sono spesso un investimento più redditizio di un primo posto in azienda.

Cresciuto a pane e tecnologia, muove i primi passi nell'editoria digitale dopo la laurea in cinema e nuovi media, specializzandosi nel raccontare le nuove tecnologie a 360 gradi e il loro impatto nella società, dall'alimentazione all'intrattenimento, dalla scienza all'ambiente.
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