È passato un po’ di tempo ormai dalla pandemia da Covid-19, le aule sono tornate piene, le interrogazioni si fanno in presenza, le gite scolastiche sono ripartite e la didattica a distanza è diventata, almeno sulla carta, un ricordo. Eppure basta osservare il modo in cui gli studenti parlano della scuola, del futuro e persino del lavoro per capire che qualcosa è cambiato in profondità.
Tra il 2019 e il 2025 una generazione intera ha attraversato una delle trasformazioni più improvvise della storia recente dell’istruzione italiana. Prima il lockdown, poi la DAD, la didattica digitale integrata, il ritorno graduale in classe e infine una lenta normalizzazione che ha riportato la scuola verso una quotidianità apparentemente stabile. Ma “tornare alla normalità” non ha significato tornare identici a prima.
I dati della XXIII Indagine AlmaDiploma mostrano chiaramente questo passaggio. Il report divide infatti gli ultimi anni in quattro fasi precise: il periodo pre-Covid del 2019, la fase di lockdown e didattica a distanza tra 2020 e 2021, il periodo di transizione del 2022 e infine la progressiva normalizzazione dal 2022 al 2025. Dentro questa traiettoria non è cambiata soltanto l’organizzazione scolastica. È cambiato il modo in cui i ragazzi percepiscono il rapporto con i docenti, il peso delle emozioni, il valore del tempo libero, l’idea di futuro e persino ciò che si aspettano dalla scuola stessa.
Molti diplomati del 2025 hanno vissuto una parte decisiva dell’adolescenza davanti a uno schermo. Alcuni hanno iniziato le superiori in piena emergenza sanitaria. Altri hanno affrontato maturità, orientamento e prime scelte post-diploma in un contesto segnato da incertezza, isolamento e continui cambiamenti. Per questo la generazione che oggi conclude il percorso scolastico appare diversa da quella che nel 2019 viveva una scuola ancora considerata stabile, prevedibile e relativamente lineare.
La pandemia, in questo senso, ha funzionato come un acceleratore. Ha reso più evidenti fragilità già presenti, ma ha anche cambiato le priorità degli studenti. Oggi i ragazzi chiedono alla scuola qualcosa di più delle sole competenze disciplinari: cercano ascolto, orientamento, supporto emotivo, relazioni credibili e strumenti per affrontare un mondo percepito come più complesso e instabile. E proprio questa trasformazione culturale rappresenta forse la vera eredità degli anni della DAD.
Dal trauma collettivo al ritorno in presenza: gli anni che hanno cambiato la scuola italiana
Per capire davvero come sia cambiata la percezione della scuola tra il 2019 e il 2025 bisogna partire da un dato semplice: per milioni di studenti italiani l’esperienza scolastica non è stata più continua, prevedibile e lineare come lo era stata per le generazioni precedenti.
La pandemia ha interrotto bruscamente abitudini considerate normali fino a quel momento. Le lezioni in presenza sono state sostituite dalla didattica a distanza, i rapporti quotidiani con compagni e insegnanti si sono trasferiti online e la scuola, improvvisamente, ha perso la sua dimensione fisica e sociale. Per molti adolescenti non è stato soltanto un cambiamento organizzativo, ma un’esperienza che ha modificato il modo stesso di vivere lo studio, le relazioni e il tempo.
I diplomati del 2025 appartengono probabilmente alla prima generazione che ha attraversato tutte le fasi di questa trasformazione. Hanno conosciuto la scuola “pre-Covid”, vissuto il periodo del lockdown, affrontato la didattica mista e infine sperimentato il ritorno graduale alla presenza. Secondo AlmaDiploma, il periodo 2019-2025 può essere letto proprio come una lunga transizione composta da quattro momenti distinti: la fase ordinaria pre-pandemica, la DAD del 2020-2021, la fase ibrida del 2022 e la successiva normalizzazione. Ma la normalizzazione non ha cancellato gli effetti degli anni precedenti. Anzi, in molti casi li ha resi più visibili.
Durante la pandemia gli studenti hanno sperimentato nuove forme di autonomia, ma anche maggiore isolamento. Hanno imparato a gestire strumenti digitali e piattaforme online, ma spesso hanno perso continuità nelle relazioni, motivazione e senso di appartenenza. La scuola, da luogo di incontro quotidiano, si è trasformata temporaneamente in una finestra aperta sul computer di casa.
Questo ha lasciato una traccia soprattutto nella dimensione emotiva e relazionale dell’esperienza scolastica. Non è un caso che oggi gli studenti sembrino attribuire molto più valore alla qualità del dialogo, al supporto ricevuto e al benessere personale rispetto a quanto accadeva prima del Covid.
Anche il rapporto con il tempo è cambiato. Per anni gli adolescenti hanno vissuto dentro una sensazione di sospensione continua: chiusure improvvise, regole variabili, esami incerti, attività annullate, orientamento posticipato. In un contesto del genere è diventato inevitabile sviluppare un rapporto diverso con il futuro, percepito come meno stabile e più fragile.
Eppure, dentro questa esperienza collettiva, molti ragazzi hanno anche costruito nuove consapevolezze. Hanno imparato a parlare con più naturalezza di ansia, stress, salute mentale e difficoltà emotive. Temi che fino a pochi anni fa restavano spesso marginali nel dibattito scolastico oggi occupano invece uno spazio centrale nelle richieste degli studenti.
La scuola italiana del 2026, quindi, non è semplicemente una scuola “tornata in presenza”. È una scuola che deve fare i conti con studenti cresciuti in un contesto completamente diverso da quello immaginato fino al 2019.
La soddisfazione per la scuola è tornata a crescere, ma non ai livelli pre-Covid
A prima vista potrebbe sembrare che il sistema scolastico abbia ormai assorbito lo shock della pandemia. Le lezioni sono tornate regolari, la didattica a distanza è quasi scomparsa e molte attività extracurriculari sono riprese stabilmente. Eppure i dati AlmaDiploma mostrano che il rapporto tra studenti e scuola non è tornato esattamente quello di prima.
Tra il 2019 e il 2025 la soddisfazione complessiva per l’esperienza scolastica ha subito un calo evidente. Nel 2019 gli studenti soddisfatti erano il 79,4%, mentre nel 2025 il dato si ferma al 75,3%, con una perdita di oltre quattro punti percentuali.
Non si tratta di un crollo, ma il dato diventa significativo se letto insieme agli altri indicatori presenti nel report. La disponibilità al dialogo dei docenti, ad esempio, passa dal 68,8% del 2019 al 63,4% del 2025. Ancora più netto il peggioramento relativo alla pianificazione dell’orario scolastico, che scende dal 54,2% al 43,7%.
Sono numeri che raccontano qualcosa di più profondo di una semplice valutazione organizzativa. Dopo gli anni della pandemia gli studenti sembrano osservare la scuola con aspettative diverse. Se prima il giudizio sull’esperienza scolastica era legato soprattutto alla didattica e ai risultati, oggi entrano in gioco anche aspetti relazionali, psicologici e di qualità della vita quotidiana.
Il rapporto con i docenti, ad esempio, è diventato centrale. Durante la DAD molti ragazzi hanno percepito con maggiore forza la differenza tra un insegnamento puramente trasmissivo e una relazione educativa capace di accompagnare davvero gli studenti. In un periodo segnato da isolamento e incertezza, la disponibilità all’ascolto ha assunto un peso molto più importante rispetto al passato.
Lo stesso vale per l’organizzazione scolastica. Dopo anni caratterizzati da cambiamenti improvvisi, orari instabili, quarantene e modalità ibride, gli studenti sembrano mostrare una sensibilità maggiore verso la gestione concreta del tempo scolastico. La percezione di disordine o rigidità organizzativa pesa oggi più di quanto pesasse nel periodo pre-pandemico.
C’è poi un altro elemento da considerare: la pandemia ha probabilmente cambiato il concetto stesso di “buona scuola”. Oggi molti studenti non valutano più soltanto l’efficacia dell’insegnamento, ma anche la capacità dell’ambiente scolastico di sostenere il benessere personale, creare relazioni credibili e accompagnare le scelte future.
Questo spiega perché, pur in un quadro di ritorno alla normalità, i livelli di soddisfazione non siano tornati ai valori del 2019. La scuola italiana è uscita dalla pandemia profondamente trasformata, ma anche gli studenti sono cambiati. E chi oggi frequenta le superiori sembra chiedere alla scuola qualcosa di più complesso rispetto al passato: non solo istruzione, ma orientamento, ascolto e stabilità emotiva.
Dopo la pandemia gli studenti chiedono soprattutto equilibrio mentale
Se c’è un dato che racconta meglio di tutti come siano cambiate le priorità degli studenti italiani dopo gli anni della pandemia, è quello relativo ai temi che i diplomati vorrebbero affrontare di più a scuola. Per la prima volta, le richieste più forti non riguardano materie tradizionali o competenze strettamente accademiche. Al centro compaiono invece il benessere psicologico, la gestione dello stress, le relazioni personali e la capacità di affrontare i cambiamenti. È un cambiamento culturale importante, che dice molto sul modo in cui questa generazione vive la scuola e il proprio futuro.
Il benessere psicologico è diventato una priorità
Secondo AlmaDiploma, il 55,3% dei diplomati 2025 vorrebbe approfondire a scuola temi legati al benessere psicologico. Subito dopo compaiono la gestione dello stress e dei cambiamenti (49,9%) e l’educazione finanziaria (49,1%). Seguono educazione sessuale, educazione alle relazioni e alimentazione. Non si tratta di richieste marginali. Quasi uno studente su due sente il bisogno di ricevere strumenti per affrontare ansia, pressione, incertezza e complessità emotiva. È probabilmente uno degli effetti più evidenti lasciati dagli anni della DAD e dell’emergenza sanitaria.
Durante la pandemia molti adolescenti hanno sperimentato isolamento, difficoltà relazionali e perdita di punti di riferimento quotidiani. In tanti casi la scuola è diventata uno spazio percepito come distante, frammentato o insufficiente dal punto di vista umano. Oggi quella stessa generazione sembra chiedere che l’esperienza scolastica recuperi anche una funzione di supporto e accompagnamento.
La scuola non viene più vista solo come luogo di istruzione
Fino a pochi anni fa temi come salute mentale, gestione emotiva o educazione alle relazioni venivano spesso considerati secondari rispetto ai programmi scolastici tradizionali. Oggi, invece, gli studenti li percepiscono come competenze necessarie per affrontare il presente.
Questo non significa che le discipline abbiano perso importanza. Piuttosto, è cambiato il modo in cui i ragazzi interpretano il concetto stesso di formazione. Per molti diplomati la scuola non dovrebbe limitarsi a trasmettere nozioni, ma aiutare anche a orientarsi dentro una realtà più instabile e difficile da leggere.
La crescita dell’interesse verso l’educazione finanziaria va letta nello stesso contesto. Quasi la metà degli studenti vorrebbe approfondire temi legati alla gestione economica e al rapporto con il denaro. Anche questo riflette un cambiamento profondo: la percezione di vivere in un mondo più incerto, in cui sentirsi preparati significa non soltanto studiare, ma capire come affrontare concretamente il futuro.
Differenze di genere sempre più evidenti
Il report mostra inoltre differenze molto marcate tra ragazze e ragazzi. Le studentesse dichiarano un interesse significativamente più alto verso benessere psicologico, gestione dello stress, educazione alle relazioni e discriminazioni di genere. I ragazzi, invece, mostrano maggiore interesse soprattutto per educazione finanziaria, sostenibilità ambientale e geopolitica.
Queste differenze non raccontano semplicemente gusti diversi, ma modi differenti di percepire le pressioni sociali e il rapporto con il futuro. Le ragazze sembrano vivere con maggiore intensità il tema della fragilità emotiva e delle relazioni, mentre i ragazzi tendono a orientarsi maggiormente verso aspetti pratici o legati al contesto esterno.
In ogni caso emerge un elemento comune: gli studenti del 2025 chiedono una scuola più vicina alla realtà che vivono ogni giorno. Una scuola capace di parlare non solo di verifiche, voti ed esami, ma anche di stress, equilibrio, relazioni e consapevolezza personale.
Ansia, agitazione e incertezza: la fragilità è diventata collettiva
La pandemia non ha soltanto cambiato il modo di vivere la scuola. Ha modificato anche il linguaggio emotivo delle nuove generazioni. I dati AlmaDiploma mostrano con chiarezza che oggi gli studenti percepiscono l’ansia come lo stato d’animo più diffuso tra compagni e amici: lo indica il 48,1% dei diplomati. Seguono felicità (27,5%) e insicurezza (25,8%).
È un dato significativo perché racconta una fragilità percepita ormai come collettiva e non più individuale o eccezionale. Parlare di stress, pressione emotiva o difficoltà psicologiche è diventato molto più normale rispetto al periodo pre-pandemia.
Gli studenti si sentono fragili, ma non passivi
Allo stesso tempo, però, il report evita una lettura semplicistica della Gen Z come “generazione bloccata”. Quando i diplomati descrivono se stessi alla vigilia della scelta post-diploma, l’aggettivo più usato è infatti “determinato” (21,5%). Seguono “entusiasta” e “interessato”. Ansia e determinazione convivono quindi nello stesso quadro.
Da una parte c’è la percezione di vivere in un contesto instabile e competitivo; dall’altra emerge comunque la volontà di costruire un percorso personale. È forse questa la vera caratteristica degli studenti cresciuti tra pandemia e post-pandemia: non l’assenza di motivazione, ma la necessità di affrontare il futuro con un carico emotivo molto più alto rispetto alle generazioni precedenti.
Le ragazze vivono maggiormente pressione e paura
Anche sul piano emotivo emergono differenze di genere piuttosto nette. Le studentesse si definiscono più spesso “spaventate” e “agitate” rispetto ai coetanei maschi. È un elemento che si collega anche alle richieste emerse nelle sezioni precedenti del report: maggiore attenzione al benessere psicologico, alle relazioni e alla gestione dello stress.
Nel complesso, il quadro restituisce una generazione meno spensierata rispetto al passato, ma probabilmente più consapevole delle proprie fragilità. E proprio questa consapevolezza sembra aver cambiato anche il modo in cui gli studenti guardano alla scuola: non più soltanto come luogo di valutazione, ma come spazio in cui sentirsi ascoltati e accompagnati.
È cambiato anche il rapporto con il futuro e con il lavoro
Uno degli effetti più interessanti emersi dal report AlmaDiploma riguarda il modo in cui i diplomati immaginano il proprio futuro professionale. Tra il 2019 e il 2025, infatti, sono cambiate in modo evidente le priorità legate al lavoro. Oggi gli studenti attribuiscono molta più importanza al tempo libero, alla flessibilità e all’autonomia personale rispetto a quanto accadeva prima della pandemia.
Tempo libero e flessibilità contano più di prima
Secondo il report, la rilevanza attribuita al tempo libero nella ricerca del lavoro è cresciuta di oltre 12 punti percentuali rispetto al 2019. Aumentano anche l’importanza della flessibilità dell’orario lavorativo e dell’indipendenza personale.
È un cambiamento culturale molto forte. Per anni il modello dominante è stato quello della stabilità a ogni costo: posto fisso, orario pieno, continuità lavorativa. Oggi, invece, molti giovani sembrano meno disposti a sacrificare equilibrio personale, salute mentale e qualità della vita in nome del lavoro.
La pandemia ha probabilmente accelerato questa trasformazione. Gli anni del lockdown hanno modificato il rapporto con il tempo, con la casa e con le priorità quotidiane. Per molti ragazzi il lavoro non rappresenta più l’unico elemento attorno a cui costruire la propria identità.
Cala l’attrazione per il modello lavorativo tradizionale
Anche i dati sulle modalità contrattuali confermano questo cambiamento. Tra il 2019 e il 2025 diminuisce sensibilmente la disponibilità verso il lavoro a tempo pieno e verso il contratto a tempo indeterminato tradizionale. Cresce invece, anche se in misura più contenuta, l’interesse per forme di lavoro autonome.
Non significa necessariamente che i giovani rifiutino la stabilità. Piuttosto, sembra emergere una visione diversa del successo professionale: meno centrata sulla rigidità del percorso e più orientata alla possibilità di mantenere equilibrio, libertà e flessibilità. Dentro questo cambiamento pesa anche l’incertezza vissuta negli ultimi anni. Una generazione cresciuta tra pandemia, crisi economiche e instabilità globale tende inevitabilmente a guardare al futuro lavorativo con aspettative differenti rispetto al passato.
E forse proprio per questo, oggi, molti studenti chiedono alla scuola non soltanto competenze tecniche, ma strumenti per orientarsi in un mondo percepito come più fluido e meno prevedibile.
Il ritorno all’estero e il bisogno di recuperare esperienze perse
Tra gli effetti più visibili del post-pandemia c’è anche il ritorno dell’interesse verso le esperienze internazionali. Dopo gli anni delle restrizioni, dei viaggi bloccati e della mobilità ridotta, molti studenti sembrano aver ricominciato a guardare all’estero come a un’opportunità concreta di crescita. I dati AlmaDiploma mostrano che torna ad aumentare la quota di diplomati interessati a svolgere un’esperienza di studio fuori dall’Italia dopo il diploma. È un segnale importante perché arriva dopo un periodo in cui intere generazioni di studenti hanno visto interrompersi scambi culturali, soggiorni linguistici, PCTO internazionali e programmi di mobilità.
Per molti ragazzi il Covid ha coinciso con la perdita di occasioni considerate quasi “normali” fino al 2019. Viaggiare, confrontarsi con altri Paesi e vivere esperienze autonome è diventato improvvisamente impossibile. Oggi sembra emergere una sorta di volontà di recupero. Anche le esperienze formative all’estero, che avevano subito un forte calo durante la pandemia, mostrano segnali di ripresa rispetto agli anni più difficili dell’emergenza sanitaria.
Dietro questo ritorno c’è probabilmente anche un cambiamento nel modo in cui gli studenti immaginano il proprio futuro. Dopo anni vissuti dentro limiti e restrizioni, l’idea di muoversi, uscire dal proprio contesto e fare esperienze internazionali appare ancora più importante rispetto al passato. Non è soltanto una questione accademica o professionale. Per molti giovani l’estero rappresenta oggi anche un bisogno di autonomia, apertura e possibilità.
La vera eredità della DAD: oggi gli studenti vogliono essere ascoltati
Probabilmente la trasformazione più profonda lasciata dagli anni della pandemia non riguarda la tecnologia, le piattaforme online o il modo di fare lezione. Riguarda il rapporto umano dentro la scuola. La DAD ha fatto capire a molti studenti quanto conti sentirsi seguiti davvero.
Durante i mesi passati davanti a uno schermo, tanti ragazzi hanno sperimentato una scuola percepita come distante, impersonale, a volte difficile da raggiungere emotivamente. E proprio quell’esperienza ha cambiato le aspettative nei confronti degli adulti e degli insegnanti.
Oggi gli studenti sembrano chiedere una scuola più presente, più capace di ascoltare e meno concentrata soltanto sulla performance. Non basta più spiegare un programma o assegnare verifiche. Conta il modo in cui si costruisce la relazione quotidiana. Non è un caso che uno dei dati più delicati del report riguardi proprio la disponibilità al dialogo dei docenti, percepita in calo rispetto al periodo pre-pandemico.
Anche il tema dell’orientamento va letto in questa direzione. Gli studenti non chiedono soltanto informazioni tecniche su università o lavoro, ma un accompagnamento più personalizzato, soprattutto nei momenti di scelta e incertezza. AlmaDiploma sottolinea infatti quanto l’orientamento diventi cruciale per chi proviene da contesti familiari meno attrezzati a supportare queste decisioni.
In fondo, gli anni della pandemia hanno lasciato a molti ragazzi la sensazione di essere cresciuti troppo in fretta dentro un contesto fragile e imprevedibile. Per questo oggi la scuola viene vista meno come un semplice luogo di istruzione e più come uno spazio in cui trovare punti di riferimento credibili. La generazione che ha vissuto lockdown, isolamento e DAD non sembra chiedere una scuola “più facile”. Chiede piuttosto una scuola più umana.
La normalità è tornata. Ma la scuola italiana è entrata in un’altra epoca
Nel 2026 la scuola italiana appare molto simile a quella che esisteva prima del Covid. Le lezioni sono tornate in presenza, gli esami seguono ritmi ordinari e la quotidianità scolastica sembra aver ritrovato una sua stabilità. Eppure, guardando i dati AlmaDiploma, emerge con chiarezza che qualcosa si è trasformato in modo permanente.
Gli studenti di oggi hanno un rapporto diverso con il benessere mentale, con il tempo, con il lavoro e con il futuro. Parlano più apertamente di ansia e stress, chiedono maggiore equilibrio personale, danno valore alla flessibilità e cercano nella scuola non soltanto competenze, ma anche ascolto e orientamento.
La pandemia, in questo senso, non è stata una parentesi temporanea. Ha accelerato cambiamenti che probabilmente erano già presenti, rendendoli però impossibili da ignorare. La scuola italiana si trova ora davanti a una sfida delicata: capire come accompagnare una generazione cresciuta dentro l’incertezza senza limitarsi a riproporre modelli pensati per un mondo diverso.
Anche perché i diplomati del 2025 non appaiono disillusi o disinteressati. Al contrario, molti si definiscono determinati, desiderosi di costruire il proprio percorso e più consapevoli delle proprie fragilità.
Forse è proprio questa la vera eredità degli anni della DAD: aver reso evidente che la scuola non può più essere soltanto un luogo dove si studia. Per le nuove generazioni deve diventare anche uno spazio capace di accompagnare, orientare e aiutare a leggere la complessità del presente.









