Dell’istituto professionale si continua spesso a parlare al passato. Gli indirizzi che si citano nei discorsi tra parenti, gli stereotipi sul “cosa fa chi non ha voglia di studiare”, l’idea che siano percorsi “di serie B” — sono immagini che si riferiscono a un sistema che non esiste più da anni. La riforma del 2017 ha riscritto in profondità l’ordinamento di queste scuole, e da allora un’altra serie di interventi normativi ha modificato il loro rapporto con la formazione regionale, con gli ITS Academy e, nei casi delle scuole che hanno aderito alla sperimentazione, persino la durata stessa del percorso.
Capire cosa significhi davvero, oggi, scegliere un istituto professionale richiede di tenere insieme tre stratificazioni normative diverse. Vale la pena distinguerle, perché la confusione tra l’una e l’altra è il principale motivo per cui famiglie e studenti faticano a leggere questa scuola.
L'equivoco delle "riforme"
Quando si parla di riforma degli istituti professionali, si rischia di mettere in un solo calderone tre cose distinte.
La prima è la riforma del 2017, regolata dal decreto legislativo 61. È quella che ha riscritto strutturalmente gli istituti professionali statali, abrogando il regolamento precedente firmato dal ministro Gelmini nel 2010. Si è applicata a partire dalle classi prime dell’a.s. 2018/2019 ed è entrata pienamente a regime nell’a.s. 2022/2023, quando il vecchio ordinamento è stato definitivamente abrogato. Quando oggi parliamo di “istituti professionali” come scuole superiori statali quinquennali, parliamo di questo modello.
La seconda è la riforma degli ITS Academy del 2022, regolata dalla legge 99. Non riguarda direttamente gli istituti professionali, ma cambia il sistema con cui si raccordano dopo il diploma: i percorsi terziari professionalizzanti non universitari sono diventati più ampi, più strutturati e più finanziati.
La terza è la legge 121 del 2024, che ha istituito la cosiddetta filiera tecnologico-professionale, conosciuta come “4+2”. È una sperimentazione nazionale che permette ad alcuni istituti tecnici e professionali di organizzare un percorso di quattro anni di scuola superiore raccordato con due anni di ITS Academy. È partita nell’a.s. 2024/2025 e si sta progressivamente espandendo, ma resta — al momento — minoritaria rispetto al percorso tradizionale.
Questa stratificazione spiega perché la stessa parola “riforma” rimanda a cose diverse a seconda di chi parla. La distinzione vale a maggior ragione per gli istituti professionali, dove la trasformazione strutturale non è quella più recente di cui si discute oggi sui giornali, ma quella già in vigore da anni e ancora in larga parte sconosciuta a chi deve scegliere. Per chi vuole capire come funziona oggi anche l’istruzione tecnica, su Alpha Orienta è disponibile una guida dedicata alla riforma degli istituti tecnici che chiarisce un equivoco simmetrico.
Cosa è cambiato davvero con la riforma del 2017
Per misurare la distanza tra il prima e il dopo, conviene partire dal punto di partenza. Il regolamento del 2010 organizzava gli istituti professionali in due macro-settori — Servizi, e Industria e artigianato — al cui interno trovavano posto sei indirizzi complessivi, ulteriormente ramificati in articolazioni e opzioni. L’area generale, comune a tutti gli indirizzi, era costituita da otto discipline tradizionali. Il modello era ricalcato su quello degli istituti tecnici, con qualche aggiustamento laboratoriale, e nel tempo ha mostrato alcuni limiti: rigidità dei percorsi, difficoltà di personalizzazione, scarso raccordo con le vocazioni produttive dei territori, distanza dal mondo delle imprese e dell’apprendistato.
Il decreto legislativo 61 del 2017 interviene su tutti questi piani. Ne riassumiamo qui le novità più rilevanti.
Da sei a undici indirizzi. È il cambiamento più visibile. Spariscono settori, articolazioni e opzioni nella forma in cui erano state pensate dalla riforma Gelmini. Al loro posto, undici indirizzi diretti: Agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane; Pesca commerciale e produzioni ittiche; Industria e artigianato per il Made in Italy; Manutenzione e assistenza tecnica; Gestione delle acque e risanamento ambientale; Servizi commerciali; Enogastronomia e ospitalità alberghiera; Servizi culturali e dello spettacolo; Servizi per la sanità e l’assistenza sociale; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie con indirizzo Odontotecnico; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie con indirizzo Ottico. Tre di questi indirizzi — Pesca, Gestione delle acque, Servizi culturali e dello spettacolo — sono di nuova introduzione e raccontano la direzione del riordino: maggiore aderenza alle filiere produttive italiane, attenzione alla cura dell’ambiente, apertura al settore culturale.
Un biennio unitario e un triennio più professionalizzante. Cambia anche l’architettura interna del percorso. Il quinquennio è ora articolato in un biennio unitario di 2.112 ore complessive — divise tra area generale (1.188 ore) e area di indirizzo (924 ore) — pensato per consolidare le competenze di base e accompagnare l’orientamento, e in un triennio finalizzato a un più rapido accesso al lavoro, organizzato su 1.056 ore annuali tra area generale e area di indirizzo. Il percorso quinquennale resta, ma la sua logica interna è stata riscritta.
Il Progetto Formativo Individuale. È forse l’innovazione metodologica più significativa, anche se è quella di cui si parla meno. Ogni studente ha un proprio Progetto Formativo Individuale, redatto dal consiglio di classe entro il 31 gennaio del primo anno e aggiornato durante tutto il percorso scolastico. Il PFI, accompagnato da un docente tutor, serve a personalizzare l’apprendimento sulla base delle competenze già acquisite, delle potenzialità e delle eventuali fragilità di ogni studente. Le scuole hanno a disposizione fino a 264 ore nel biennio per realizzare questa personalizzazione. È una logica di lavoro molto diversa da quella della scuola “uguale per tutti” e ha alcuni punti di contatto con il modello introdotto, in tutto il sistema scolastico, dalle linee guida per l’orientamento del MIM di cui si è iniziato a parlare diffusamente solo più di recente.
Tre assi culturali al posto delle discipline tradizionali. Le otto discipline dell’area generale del precedente ordinamento vengono aggregate in tre assi: l’asse dei linguaggi, l’asse matematico, l’asse storico-sociale, ai quali si aggiunge l’asse scientifico-tecnologico-professionale dell’area di indirizzo. La didattica si organizza per Unità di Apprendimento (UdA), con un’impostazione induttiva ed esperienziale: si parte dal problema o dal contesto, e si costruiscono attorno a quello competenze interdisciplinari.
Le scuole come laboratori del territorio. Il decreto legislativo definisce gli istituti professionali come “scuole territoriali dell’innovazione, aperte e concepite come laboratori di ricerca, sperimentazione e innovazione didattica”. Il senso pratico di questa definizione è che le scuole hanno la possibilità di declinare i propri indirizzi in percorsi formativi richiesti dal mondo del lavoro locale, in raccordo con le filiere produttive del territorio. I percorsi sono associati ai codici ATECO dell’ISTAT, che fanno da ponte tra la classificazione delle attività economiche e l’offerta formativa. Diventa obbligatorio, anche nei professionali, l’ufficio tecnico — fino al 2017 previsto solo nei tecnici — e i Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO) possono essere attivati già dalla seconda classe del biennio.
Un nuovo raccordo con la formazione regionale. Una delle disposizioni più importanti del decreto è quella che disciplina i passaggi tra l’istruzione professionale statale e l’istruzione e formazione professionale (IeFP) regionale. Su questo tema vale la pena fermarsi.
IP e IeFP: due cose diverse, spesso confuse
Quando si parla di “scuole professionali”, il rischio è mettere insieme percorsi che hanno natura, durata e titoli molto diversi.
L’istituto professionale (IP) è una scuola statale di cinque anni, gestita dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Si conclude con l’esame di Stato, rilascia un diploma di istruzione secondaria superiore e dà accesso a tutti i percorsi successivi: università, ITS Academy, corsi di formazione superiore, mondo del lavoro.
L’istruzione e formazione professionale (IeFP) è invece di competenza regionale. Si svolge presso i Centri di Formazione Professionale (CFP) accreditati o, in regime di sussidiarietà, presso gli istituti professionali stessi. Ha una durata triennale finalizzata al conseguimento di una qualifica professionale, eventualmente prolungabile a un quarto anno per ottenere il diploma professionale. I titoli sono validi a livello nazionale ma non danno automaticamente accesso all’università: per arrivarci, dopo il quarto anno, è necessario frequentare un quinto anno integrativo presso un istituto professionale e sostenere l’esame di Stato.
La differenza di durata, finalità e sbocchi è quindi sostanziale. La IeFP nasce per chi vuole entrare nel mondo del lavoro più rapidamente possibile, con una formazione molto pratica e con percorsi che possono includere l’apprendistato. L’istituto professionale punta invece a costruire un profilo più articolato, che permetta sia l’ingresso al lavoro qualificato sia la prosecuzione degli studi.
Il decreto del 2017 ha cercato di rendere comunicanti i due sistemi. Da un lato ha ampliato la possibilità per gli istituti professionali di erogare anche percorsi IeFP in sussidiarietà. Dall’altro ha disciplinato i passaggi tra i due sistemi, semplificati ulteriormente con le linee guida ministeriali del 2024: chi parte da un percorso IeFP può transitare nel sistema statale e viceversa, mantenendo le competenze già acquisite. È un punto importante per chi sta scegliendo dopo le medie, perché significa che la decisione tra IP e IeFP, pur restando rilevante, non è più definitiva come una volta. Anche i Centri di Formazione Professionale, che gestiscono la maggior parte dei percorsi IeFP, sono entrati in una nuova fase di integrazione con il sistema scolastico statale.
Una scuola diversa da quella che si racconta
Sommando questi cambiamenti, l’istituto professionale del 2026 ha poco a che vedere con l’idea che molti adulti hanno conservato di queste scuole. Non solo perché gli indirizzi sono molti di più e più specifici, ma perché la logica didattica è cambiata: meno trasmissione frontale e più costruzione di competenze, meno standardizzazione e più personalizzazione, meno separazione e più integrazione con il mondo del lavoro e con la formazione regionale.
Resta poi la questione di come questa scuola viene scelta oggi dalle famiglie italiane, e di come — al di là dei cambiamenti normativi — funziona davvero per chi la frequenta in termini di occupazione e prosecuzione degli studi. Sono questioni che richiedono uno sguardo diverso, più attento ai numeri della scelta e ai dati sull’inserimento lavorativo.
Quello che è già possibile dire, però, è che la riforma del 2017 ha messo a disposizione di studenti e famiglie uno strumento più articolato e più coerente con il mondo del lavoro contemporaneo. La differenza tra il sistema attuale e quello precedente non è cosmetica: è sostanziale. E il primo passo per orientarsi è riconoscerla.

Cresciuto a pane e tecnologia, muove i primi passi nell'editoria digitale dopo la laurea in cinema e nuovi media, specializzandosi nel raccontare le nuove tecnologie a 360 gradi e il loro impatto nella società, dall'alimentazione all'intrattenimento, dalla scienza all'ambiente.
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