I numeri della fuga: cosa dice la ricerca
Nel 2024 oltre 11.000 laureati lombardi hanno lasciato l’Italia per costruire la propria carriera all’estero. Ne sono tornati meno di 3.000. Il saldo è negativo di oltre 8.000 persone, e il fenomeno è in forte crescita: nel 2015 i laureati espatriati dalla regione erano circa 5.600, meno della metà.
Sono i dati della ricerca “Chi parte e chi arriva. Dinamiche migratorie tra Lombardia, Italia ed Europa”, presentata l’11 marzo 2026 a Milano dall’Università Cattolica — curata dalle docenti Francesca Luppi e Giuliana La Mantia insieme al demografo Alessandro Rosina — e basata sui dati Istat 2024 sui flussi migratori.
Il quadro non riguarda solo la Lombardia. A livello nazionale, nel decennio 2015-2024 hanno lasciato l’Italia 367.000 giovani tra i 25 e i 34 anni, il 40% dei quali laureati. E la Lombardia è il territorio da cui parte 1 laureato su 5 di questo totale — proprio perché è la regione che ne forma di più, ma sempre meno riesce a trattenerli.
Chi parte: il profilo di chi lascia
Non si tratta di una fuga indifferenziata. Chi parte è sempre più qualificato: nel 2024 il 71% degli espatriati lombardi aveva un titolo di studio medio-alto, contro il 54% del 2015. La fascia d’età più rappresentata è quella tra i 25 e i 39 anni, che da sola copre il 67% dei laureati emigrati. Ma cresce anche la quota degli under 25: oggi rappresentano il 10% dei laureati che partono, più del doppio rispetto a dieci anni fa.
Le motivazioni sono note, e i dati le confermano. Chi lavora all’estero guadagna in media il 54% in più rispetto a chi resta in Italia. Dopo cinque anni la differenza sale al 62%. Gli stipendi di ingresso per i laureati italiani sono più bassi del 44% rispetto alla Germania e del 64% rispetto alla Svizzera. A questo si aggiunge la percezione — diffusa tra chi parte — di un mercato del lavoro poco meritocratico, in cui il titolo di studio conta meno di quanto ci si aspetterebbe.
Milano non fa eccezione
Un dato colpisce in modo particolare: anche Milano, da sempre considerata l’eccezione italiana sul fronte delle opportunità lavorative, sta perdendo appeal. Il saldo migratorio della città metropolitana è diventato negativo — circa due residenti persi ogni mille — contro un +3 per mille del 2019. Per ogni giovane europeo che arriva a lavorare a Milano, quasi quattro giovani milanesi partono verso altri Paesi europei.
La città continua ad attrarre persone dall’interno del Paese e da economie emergenti, ma funziona sempre più come hub di transito: si arriva per studiare o per un primo lavoro, poi si parte. Nel 2024 in Lombardia sono stati pubblicati 900.000 annunci di lavoro online, ma uno su due è rimasto senza esito — segnale di un mismatch strutturale tra domanda e offerta, non di scarsità di posti.
Cosa significa per chi sta scegliendo cosa fare
Se stai concludendo gli studi o stai valutando cosa fare dopo la laurea, questi dati non sono uno scenario astratto: sono il contesto in cui si costruisce una carriera oggi. E ci dicono alcune cose concrete su cui vale la pena ragionare.
Il titolo di studio da solo non basta. Il mercato del lavoro italiano — spiegano i ricercatori della Cattolica — fatica ad assorbire lavoro qualificato. Non perché manchino laureati, ma perché la domanda si concentra su competenze specifiche (ingegneria, economia, digitale) e perché i meccanismi di valorizzazione del merito restano deboli. Questo non significa che laurearsi non serva: significa che il tipo di percorso e le competenze che ci si costruisce dentro contano quanto il titolo finale.
L’estero non è solo una scelta romantica. Per molti giovani non è una fuga, ma una scelta razionale. Salari più alti, percorsi di crescita più trasparenti, maggiore coerenza tra titolo e mansione: sono elementi che incidono sulla qualità della vita professionale in modo concreto. Considerare un’esperienza internazionale — anche solo durante il percorso formativo — non è più una scelta di nicchia, ma una variabile strategica.
La scelta dell’indirizzo di studi ha conseguenze reali. La professoressa Luppi osserva che l’Italia produce molti giovani qualificati, ma non sempre nelle competenze più richieste dal mercato. Non si tratta di scegliere solo in funzione degli stipendi, ma di conoscere il contesto in cui si andrà a lavorare e orientare le proprie scelte con informazioni più solide.
Una bussola, non una condanna
Questi dati non raccontano che studiare in Italia non vale la pena, né che lavorare qui sia impossibile. Raccontano che il mercato del lavoro italiano ha limiti strutturali che è utile conoscere prima — non dopo — di prendere decisioni importanti su cosa studiare, dove farlo e come costruire il proprio percorso professionale.
Orientarsi bene significa anche questo: leggere il contesto, capire dove ci sono opportunità reali, e non fare scelte per inerzia o per mancanza di informazioni. Che si decida di restare, di partire o di tenere aperte entrambe le porte, la differenza la fa sempre la consapevolezza con cui si sceglie.









