Chi sceglie di diventare farmacista intraprende un percorso strutturato, che unisce competenze scientifiche, attenzione alla persona e responsabilità professionale. Il farmacista non si limita a vendere farmaci: è un professionista della salute che supporta il paziente, interpreta prescrizioni, consiglia l’uso corretto dei medicinali e, in alcuni contesti, partecipa anche a progetti di prevenzione, educazione sanitaria o ricerca. Per esercitare la professione, serve un percorso universitario specifico, seguito da un periodo di tirocinio e da un esame di Stato. Vediamo, passo dopo passo, come funziona.
La scelta del corso di laurea: Farmacia o CTF
Il primo passo è l’iscrizione a un corso di laurea magistrale a ciclo unico della durata di cinque anni. Le due opzioni disponibili sono Farmacia e Chimica e Tecnologia Farmaceutiche (CTF) . Entrambi i corsi permettono di accedere all’esame di Stato per diventare farmacisti, ma hanno alcune differenze di impostazione.
La laurea in Farmacia si concentra maggiormente sulla preparazione del farmacista in ambito clinico e commerciale: gestione del farmaco, consulenza al pubblico, normativa del settore, farmacologia, farmacognosia, e aspetti relativi alla dispensazione. È il percorso più diretto per chi desidera lavorare in farmacia aperta al pubblico o in parafarmacia.
La laurea in CTF ha un’impostazione più tecnico-scientifica e approfondisce chimica, analisi farmaceutica, biotecnologie e processi produttivi. Chi sceglie CTF ha una formazione più orientata verso l’industria farmaceutica, il controllo qualità, la ricerca e sviluppo, ma mantiene comunque l’accesso alla professione di farmacista dopo l’abilitazione.
La scelta tra i due dipende dagli interessi personali: se si è attratti dalla relazione con il pubblico e dal lavoro in farmacia, Farmacia è la via più lineare; se si preferisce il laboratorio e l’industria, CTF offre una preparazione più specialistica.
Materie e indirizzi: cosa si studia nei corsi di laurea
Sia Farmacia che CTF sono corsi quinquennali intensivi, con un carico didattico significativo e una forte componente di laboratorio. Le materie di base comuni ai primi anni includono chimica generale, organica e inorganica; fisica, matematica e statistica; biologia e biochimica; fisiologia e anatomia umana. Negli anni successivi i due percorsi iniziano a differenziarsi.
Nel corso di Farmacia, l’attenzione si concentra su:
- farmacologia e tossicologia;
- farmacognosia (studio delle piante medicinali);
- tecnologia farmaceutica (produzione e controllo del farmaco);
- legislazione farmaceutica;
- interazione farmaco-paziente e comunicazione sanitaria.
Nel percorso CTF, il piano di studi dà più spazio a:
- chimica farmaceutica e analitica avanzata;
- progettazione e sintesi di principi attivi;
- microbiologia industriale;
- tecnologia dei processi produttivi;
- biotecnologie farmaceutiche.
Entrambi i corsi includono esami teorici, laboratori pratici e attività sperimentali. Non esistono veri e propri “indirizzi” all’interno del corso, ma alcuni atenei propongono esami opzionali o attività a scelta dello studente che permettono di orientarsi verso aree specifiche come cosmetica, nutraceutica, management farmaceutico o sperimentazione clinica.
Corsi a numero programmato: come funziona l’accesso
I corsi di laurea in Farmacia e Chimica e Tecnologia Farmaceutiche (CTF) appartengono alla classe delle lauree magistrali a ciclo unico (LM-13). In molte università italiane l’accesso è a numero programmato locale, cioè gestito direttamente dall’ateneo, con un test di ammissione che valuta le conoscenze di base in materie scientifiche.
Il test può variare da sede a sede, ma solitamente include quesiti di:
- chimica,
- biologia,
- matematica e fisica,
- logica e comprensione del testo.
Alcuni atenei utilizzano il TOLC-F, un test online predisposto dal CISIA (Consorzio Interuniversitario), che può essere sostenuto anche prima della maturità. In altri casi, il test viene somministrato in presenza in date specifiche.
Il numero di posti disponibili cambia ogni anno e dipende dalla capacità formativa delle singole università. Per questo motivo è consigliabile informarsi in anticipo sui bandi, sui punteggi minimi richiesti e sulle eventuali sessioni di recupero.
In alcuni atenei privati o nelle sedi con disponibilità più ampia, l’accesso può essere libero, ma resta comunque obbligatorio il possesso dei requisiti minimi in ambito scientifico.
Il praticantato: quando e come si svolge
Uno degli aspetti centrali del percorso di studi per diventare farmacista è il tirocinio curriculare obbligatorio, spesso chiamato praticantato. Non si tratta di una fase post-laurea, ma di un’attività formativa che fa parte integrante del piano di studi universitario e che va completata prima della laurea. Il tirocinio si svolge presso una farmacia aperta al pubblico – privata o comunale – regolarmente convenzionata con l’università. Per legge, la durata complessiva è di 900 ore, equivalenti a sei mesi a tempo pieno, ma ogni ateneo può organizzare la distribuzione di queste ore secondo modalità diverse, spesso spalmate tra il quarto e il quinto anno di corso.
Non è previsto un compenso economico, ma è a tutti gli effetti un’esperienza valutata, supervisionata e certificata. Viene svolta sotto la guida di un tutor farmacista, che affianca lo studente, lo introduce all’ambiente professionale e ne segue l’apprendimento. Durante il tirocinio lo studente entra per la prima volta in contatto diretto con la realtà lavorativa della farmacia.
Questo significa non solo osservare, ma partecipare attivamente a una serie di attività pratiche e gestionali, tra cui:
- la dispensazione dei farmaci prescritti e da banco;
- la gestione degli ordini e delle scorte;
- l’allestimento di preparazioni galeniche semplici;
- la lettura delle ricette e la verifica delle prescrizioni;
- l’uso del gestionale informatico per la tracciabilità dei prodotti;
- il supporto alla clientela nella richiesta di prodotti parafarmaceutici.
Ma il tirocinio non serve solo a imparare “cosa si fa” in farmacia. È anche un momento per sviluppare capacità comunicative, sensibilità verso il rapporto con il pubblico e consapevolezza del ruolo professionale. Il farmacista, infatti, non si limita a consegnare un farmaco, ma è spesso il primo punto di ascolto e orientamento per le persone che vivono un disagio o cercano chiarimenti su cure, sintomi e terapie.
Il periodo di tirocinio è anche un’occasione per capire se si è davvero portati per questo tipo di lavoro, che richiede attenzione, precisione e una predisposizione al contatto umano. Alcuni studenti, dopo questa esperienza, confermano la scelta con maggiore motivazione; altri, invece, scoprono di preferire ambiti diversi, come il laboratorio, la ricerca o l’industria.
Completato il tirocinio, lo studente deve redigere una relazione finale e ottenere la convalida dell’attività da parte del tutor e dell’università. Senza questo passaggio non è possibile accedere all’esame di Stato per l’abilitazione.
L’esame di abilitazione: come funziona
Una volta conseguita la laurea, per poter esercitare la professione è necessario superare l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione di farmacista. L’esame è organizzato in due sessioni annuali, di norma in estate e in autunno, e si svolge presso le sedi universitarie autorizzate.
L’esame comprende una prova scritta, una prova pratica e un colloquio orale. Le prove vertono su discipline professionali, come farmacologia, legislazione farmaceutica, preparazioni galeniche e deontologia. È richiesta una buona conoscenza teorica, ma anche la capacità di ragionare in modo pratico sulle situazioni che il farmacista affronta quotidianamente.
Una volta superato l’esame e iscritti all’Albo professionale, si è abilitati all’esercizio della professione su tutto il territorio nazionale.
Retribuzioni e contratti: cosa aspettarsi dopo l’abilitazione
Dopo l’abilitazione, si può lavorare in farmacie pubbliche o private, parafarmacie, distribuzione intermedia, ma anche in ospedali e strutture sanitarie, previa partecipazione a concorsi pubblici. Chi ha una laurea in CTF può inoltre trovare sbocchi in aziende farmaceutiche, laboratori di analisi, enti di ricerca, agenzie regolatorie. C’è anche la possibilità, dopo alcuni anni di esperienza, di diventare direttore di farmacia, oppure, per chi è interessato, di avviare un’attività in proprio, seguendo i percorsi previsti dalla normativa
Una volta abilitati, i farmacisti possono essere assunti con contratti a tempo determinato o indeterminato, oppure lavorare come collaboratori in parafarmacie e altre strutture. Le condizioni variano in base al contesto lavorativo, alla posizione occupata e all’esperienza. In farmacia privata, il contratto collettivo nazionale prevede una retribuzione lorda di base che, per un farmacista neolaureato, si aggira intorno ai 2.000 euro lordi mensili. La cifra può salire con l’esperienza o assumendo ruoli di responsabilità come vice-direttore o direttore di farmacia.
Nel servizio sanitario pubblico, l’accesso avviene tramite concorso. Il farmacista può lavorare in ospedale, in farmacia ospedaliera o nei servizi di controllo farmaceutico. Lo stipendio è regolato dai contratti del comparto sanitario e può variare da 2.200 a oltre 3.000 euro lordi mensili, a seconda del livello e dell’anzianità.
Nelle parafarmacie, le condizioni possono essere più variabili: spesso il farmacista lavora come collaboratore con contratti a tempo determinato o con partita IVA. Qui la retribuzione può essere inferiore, ma dipende anche dall’orario, dalla zona e dalle mansioni richieste.
Chi lavora nel settore industriale o nella ricerca, specialmente con una laurea in CTF, può accedere a ruoli con retribuzioni anche superiori, soprattutto nelle multinazionali o nelle aziende con sede all’estero. In questi casi, però, è spesso richiesta una formazione post-laurea o esperienza specifica.







