Ogni anno, tra gennaio e febbraio, si consuma un rito collettivo che pochi guardano con la giusta attenzione: centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi di terza media — insieme alle loro famiglie — scelgono quale scuola superiore frequentare. Una scelta che sembra piccola, e invece orienta anni di vita. I dati che emergono da queste iscrizioni non sono semplici statistiche ministeriali. Sono uno specchio del Paese: di come le famiglie italiane pensano al futuro, di cosa temono, di cosa si aspettano dalla scuola e dal mercato del lavoro.
I dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) per l’anno scolastico 2026/2027 sono stati pubblicati a inizio marzo. E, come ogni anno, confermano alcune tendenze consolidate — e ne aprono di nuove.
Il quadro generale: i licei tengono, ma non è tutto oro quello che luccica
Il dato di apertura è quello più atteso: i licei si confermano la scelta di maggioranza, con il 55,88% delle iscrizioni. Quasi sei studenti su dieci, al momento di scegliere la scuola secondaria di secondo grado, punta ancora su un percorso liceale. In superficie sembra una continuità rassicurante. In profondità, è una storia più complicata.
Basta guardare il trend degli ultimi anni per capirlo:
| Anno scolastico | Licei (%) | Classico (%) |
|---|---|---|
| 2023/24 | 57,1 | 5,80 |
| 2024/25 | 55,63 | 5,34 |
| 2025/26 | 55,99 | 5,37 |
| 2026/27 | 55,88 | 5,20 |
I licei hanno perso oltre un punto percentuale negli ultimi quattro anni. E il dato del 2026/27 — sostanzialmente stabile rispetto al precedente — nasconde movimenti interni significativi: dentro quel 55,88%, non tutti gli indirizzi vanno nella stessa direzione. Alcuni salgono, altri scendono. Capire quali, e perché, è quello che conta davvero per chi deve orientarsi.
Serie storica: Allegato MIM a.s. 2025/26
Il liceo classico: una crisi lunga, e non ancora finita
È il dato che fa più rumore ogni anno, e il 2026 non fa eccezione. Il liceo classico scende al 5,20%, in calo rispetto al 5,37% dell’anno scorso. Potrebbe sembrare un’oscillazione minima. Ma se si allarga la prospettiva, il quadro diventa inequivocabile.
Nel 2016, il classico raccoglieva il 6,1% delle iscrizioni. Nel 2018/19 era ancora al 6,8%. In meno di dieci anni ha perso oltre un punto e mezzo — che in termini assoluti significa decine di migliaia di studenti in meno. Nel 2010, otto studenti su cento di terza media sceglievano il ginnasio. Oggi lo fa poco più di uno su venti.
Il Ministero stesso ha istituito un tavolo di lavoro dedicato al rilancio del classico. La soglia del 5% è considerata una soglia d’allerta: se venisse superata al ribasso, l’esistenza di molti istituti — specie nelle grandi città del Nord — sarebbe a rischio.
La geografia aggrava il quadro. In Lombardia il classico è ormai al 3,2% delle iscrizioni totali. In Veneto e Emilia-Romagna non si discosta molto. In alcune province del Nord si è già scesi sotto il 3%. Al contrario, nel Lazio il classico raccoglie ancora l’8,6% degli studenti — quasi tre volte tanto — e nelle regioni del Sud e del Centro conserva una presenza più robusta.
Perché questo divario? Non è solo questione di tradizione culturale. Al Nord, la forte presenza di tessuto produttivo industriale rende più immediata — e percepita come più “concreta” — la scelta verso indirizzi tecnici e scientifici. Al Sud e nel Centro, la scuola viene ancora vissuta come trampolino di lancio verso l’università, e il classico mantiene il suo prestigio simbolico.
Cosa ci dice questo sulle scelte di orientamento?
Il calo del classico non è un’emergenza culturale nel senso romantico del termine — “gli studenti non amano più Virgilio”. È invece il segnale di qualcosa di molto più pragmatico: le famiglie italiane scelgono in base alla percezione delle sbocchi, reali o immaginati. E il classico fatica a comunicare con chiarezza cosa offre, concretamente, a chi lo sceglie. Vale la pena ricordare che, secondo i dati Almalaurea, i diplomati del classico che proseguono agli studi universitari hanno tassi di occupazione solidi — ma questa informazione raramente arriva alle famiglie in modo efficace durante il processo di orientamento.
Lo scientifico: la divisione interna che nessuno nomina
Il liceo scientifico è ancora, con il 13,16% delle iscrizioni, il singolo indirizzo più scelto in Italia. Ma anche qui, il trend è in discesa: era al 13,53% l’anno scorso, al 13,74% nel 2024/25, e al 14,1% nel 2023/24.
La vera storia, però, è quella che accade dentro il macrocampo dello “scientifico”: la versione tradizionale con il latino continua a perdere terreno, mentre la versione con le scienze applicate — senza latino, con più informatica — si attesta al 9,75%. Nel 2010, lo scientifico tradizionale raccoglieva il 21,1% degli studenti, mentre il nuovo indirizzo scienze applicate, appena introdotto, si fermava al 3,8%. Oggi la distanza tra i due si è ridotta enormemente, e secondo alcune proiezioni potrebbe annullarsi del tutto nei prossimi anni.
Il messaggio è chiaro: gli studenti vogliono ancora una formazione scientifica solida, ma chiedono sempre meno il latino. La componente umanistica “pesante” diventa un ostacolo percepito, non un valore aggiunto. Questo ha implicazioni dirette per chi si orienta: scegliere lo scientifico classico o quello delle scienze applicate non è più una scelta di nicchia, ma una biforcazione strategica che vale la pena analizzare con cura prima di decidere.
Il grande ascendente delle scienze umane
Se c’è un indirizzo che negli ultimi anni ha raccolto vento in poppa, è il liceo delle scienze umane, che nel 2026/27 sfiora l’8% delle iscrizioni con un incremento di +0,47 punti rispetto all’anno precedente. Non solo: la sua variante Economico-Sociale (OES) sale al 4,55% (+0,24), con una crescita che nel lungo periodo è addirittura raddoppiata rispetto ai valori di un decennio fa.
Perché questa crescita? Diverse le ragioni plausibili. Il liceo delle scienze umane è percepito da molte famiglie come un percorso equilibrato, meno “ostico” del classico ma più “completo” del linguistico. L’opzione OES in particolare — che privilegia diritto ed economia rispetto a pedagogia e filosofia — intercetta chi vuole un’apertura verso il mondo professionale senza rinunciare alla forma mentis liceale.
C’è però un aspetto che vale la pena problematizzare: questa crescita è davvero frutto di una scelta consapevole, o in parte riflette una scelta per esclusione? Diversi studi sull’orientamento scolastico in Italia — inclusi quelli del CISIA — mostrano che molti studenti scelgono il proprio indirizzo per eliminazione, non per costruzione. “Non voglio il classico, non voglio il tecnico, quindi scelgo le scienze umane” è una logica frequente. Non è necessariamente sbagliata — ma merita di essere esaminata con maggiore consapevolezza.
Il liceo linguistico: stabile, ma sottovalutato
Il liceo linguistico si attesta al 7,69% delle iscrizioni, in leggera crescita rispetto all’anno precedente (era 8,01% nel 2025/26 ma 7,86% nel 2024/25). È uno degli indirizzi più stabili del panorama liceale, e forse anche uno dei più sottovalutati nell’orientamento: le competenze linguistiche avanzate — in un mercato del lavoro sempre più internazionalizzato — offrono sbocchi concreti che non sempre vengono comunicati alle famiglie in modo adeguato durante gli open day.
Made in Italy: un’idea che fatica a decollare
Il liceo del Made in Italy, introdotto dal governo Meloni per valorizzare le eccellenze italiane riconosciute a livello internazionale, si attesta allo 0,14% delle iscrizioni — in crescita del 32,5% rispetto all’anno scorso (quando era allo 0,09%), ma ancora lontanissimo da numeri significativi. Meno di due studenti su mille lo scelgono.
Il dato è sintomatico di una difficoltà strutturale: presentare un nuovo indirizzo al mercato richiede tempo, comunicazione efficace e — soprattutto — una percezione chiara dei suoi sbocchi concreti. I genitori chiedono: cosa fa, nella vita, chi frequenta il liceo del Made in Italy? La risposta, per ora, non è abbastanza forte da convincere le famiglie a scommettere su un percorso ancora poco conosciuto.
Tecnici e professionali: il lento riequilibrio
Gli istituti tecnici si attestano al 30,84%, in calo di quasi mezzo punto rispetto all’anno scorso (31,32%). È un trend che, nel lungo periodo, riflette la perdita di attrattività di questi percorsi iniziata negli anni Novanta: nel 1989, i tecnici raccoglievano il 45% degli studenti. Oggi sono sotto il 31%.
Diverso il discorso per i professionali, che segnano invece un piccolo ma significativo rimbalzo: 13,28%, in aumento di 0,59 punti rispetto al 12,69% del 2025/26. È la prima inversione di tendenza dopo anni di continuo declino. Un segnale da seguire con attenzione, anche se troppo presto per parlare di inversione strutturale.
Il tema dei tecnici e dei professionali è uno dei più sensibili nell’orientamento italiano. Storicamente, questi percorsi sono stati percepiti come “di serie B” — la scelta di chi non è abbastanza bravo per il liceo, più che la scelta di chi ha inclinazioni concrete e pratiche. Questa narrativa è sbagliata, e i dati sul mercato del lavoro lo dimostrano: i diplomati tecnici spesso trovano lavoro più rapidamente dei liceali e, in molti settori industriali, sono molto ricercati. Ma cambiare una percezione radicata nel tempo — e nelle famiglie — è impresa lenta.
La novità più grande: la filiera 4+2 raddoppia
Il dato che ha attirato maggiore attenzione nel comunicato ufficiale del Ministero è senza dubbio quello della filiera tecnologico-professionale 4+2: i percorsi quadriennali collegati agli ITS Academy hanno raccolto 10.532 iscrizioni nell’anno scolastico 2026/27, quasi raddoppiando rispetto ai circa 5.500 dell’anno precedente.
Vale la pena capire di cosa si tratta. La filiera 4+2 è un modello formativo in cui si frequenta un percorso tecnico-professionale di quattro anni invece dei canonici cinque, per poi proseguire — per chi lo desidera — in un biennio presso un ITS Academy, la filiera di formazione tecnica superiore che in Italia sta crescendo significativamente. Il modello si ispira ai sistemi duali tedeschi e austriaci, che combinano formazione scolastica e inserimento nel mondo del lavoro in modo molto più stretto rispetto alla scuola italiana tradizionale.
La crescita è reale, ma va contestualizzata: 10.532 studenti su un totale di diverse centinaia di migliaia di iscritti rimangono una percentuale ancora molto piccola del sistema. Il punto è la direzione: con 532 nuovi percorsi autorizzati per il 2026/27 — per un totale di oltre 700 istituti che offrono questa opzione, di cui circa 400 la attivano per la prima volta — il sistema si sta strutturando in modo rapido.
Particolarmente rilevante è il boom al Mezzogiorno: le iscrizioni alla filiera 4+2 nel Sud Italia sono cresciute in misura superiore alla media nazionale. È un dato interessante, perché il Sud è storicamente l’area dove i licei dominano in modo più marcato. L’apertura verso percorsi tecnici qualificanti potrebbe segnalare un cambiamento culturale significativo, anche se da verificare nei prossimi anni.
Una cautela necessaria
Il lancio della filiera 4+2 non è privo di criticità. Come ha segnalato il sindacato Gilda degli insegnanti, la riforma non è ancora accompagnata da tutti i decreti attuativi che dovrebbero definire i quadri orari dei singoli indirizzi e gli effetti sull’organizzazione didattica. Molti dirigenti scolastici si trovano a gestire l’avvio di percorsi nuovi senza un quadro normativo completo. È un limite strutturale che le famiglie in fase di orientamento dovrebbero tenere presente.
Il divario Nord-Sud: due scuole in uno stesso Paese
I dati regionali raccontano un’Italia profondamente divisa nelle sue scelte formative. Nel Lazio, quasi sette studenti su dieci scelgono un percorso liceale (record assoluto a livello nazionale). Il classico nel Lazio raccoglie l’8,6% delle iscrizioni. In Calabria e Sicilia, l’affluenza ai licei è simile.
Nelle regioni del Nord la situazione è rovesciata. In Veneto, i licei raccolgono solo il 44% delle preferenze. In Emilia-Romagna il 46%. In Lombardia sono ancora sotto al 50%, e il classico è al 3,2% — meno di un terzo del dato laziale.
Questa frattura non è neutra rispetto all’orientamento. Riflette differenze strutturali reali: il tessuto industriale del Nord-Est offre sbocchi concreti e immediati per i diplomati tecnici, rendendo razionale la scelta di un percorso professionalizzante. Al Sud, dove il mercato del lavoro locale è più ristretto e il percorso universitario viene visto come passaggio quasi obbligato per una carriera, il liceo mantiene il suo ruolo di “scuola di trampolino”. Nessuno dei due modelli è intrinsecamente sbagliato: ma entrambi rischiano di essere seguiti in modo automatico, senza una vera riflessione sulle inclinazioni individuali dello studente.
Cosa cambierà nel 2026/27: le novità da conoscere
Oltre ai dati sulle iscrizioni, vale la pena segnalare alcune novità strutturali che entreranno in vigore dal prossimo anno scolastico e che chi si orienta oggi dovrebbe conoscere.
La riforma degli istituti tecnici partirà dalle classi prime del 2026/27, con una revisione dei quadri orari e degli indirizzi. I dettagli normativi sono ancora in via di definizione, il che introduce un elemento di incertezza per chi si iscrive a un tecnico nell’anno di transizione.
La piattaforma Unica del Ministero si arricchisce di strumenti: tra le novità dell’anno, il servizio “What’s Next: l’orientamento nel Metaverso” — un ambiente immersivo per esplorare i percorsi formativi. L’apprezzamento delle famiglie per la procedura digitale è ormai consolidato: il 94,7% degli utenti si è detto soddisfatto della piattaforma.
L’E-Portfolio dello studente, integrato nella piattaforma Unica, diventa sempre più centrale: raccoglie il consiglio di orientamento dei docenti, le competenze trasversali, le esperienze PCTO. Non è vincolante per l’iscrizione, ma rappresenta uno strumento che, se usato bene, può aiutare studenti e famiglie a costruire una scelta più consapevole.
I dati non bastano: il problema dell’orientamento reale
C’è un paradosso evidente in tutti questi numeri. Il sistema scolastico italiano produce ogni anno dati dettagliatissimi sulle iscrizioni — percentuali per indirizzo, confronti regionali, trend decennali. Eppure, secondo il report Orientarsi dopo la scuola 2025 del CISIA, più della metà degli studenti italiani riceve le prime attività di orientamento scolastico solo in quinta superiore. E molti di loro dichiarano che è stato troppo tardi.
Come si concilia questo? Da un lato, un sistema che monitora in modo sofisticato cosa scelgono i ragazzi. Dall’altro, ragazzi che spesso non sanno davvero cosa stanno scegliendo.
I dati sulle iscrizioni non ci dicono se quella scelta sia stata consapevole. Non ci dicono quanti studenti hanno scelto il classico perché amano davvero la cultura umanistica, e quanti lo hanno fatto perché “era quello che facevano i genitori”. Non ci dicono quanti hanno scelto le scienze umane per passione verso la psicologia e l’educazione, e quanti per esclusione. Non ci dicono quanti si iscrivono a un tecnico convinti, e quanti sentendosi “non adatti” al liceo.
Le scelte che si riflettono nelle statistiche ministeriali sono il risultato di un processo di orientamento — più o meno efficace, più o meno guidato. E l’Italia ha ancora molta strada da fare su questo fronte.
Cosa significa tutto questo per chi deve scegliere adesso
Se sei un genitore o uno studente che si trova ad affrontare la scelta della scuola superiore, questi dati ti offrono uno sfondo utile — ma non una risposta. Qualche considerazione pratica, alla luce di quello che i numeri ci dicono:
Il liceo rimane una scelta solida, ma non è automaticamente la scelta “migliore”. Vale la pena chiedersi: qual è l’obiettivo dopo il diploma? Università? Un percorso tecnico-superiore? Inserimento diretto nel lavoro? La risposta orienta la scelta dell’indirizzo in modo molto più efficace della classifica di “prestigio” percepito.
Il classico non è morto, ma richiede una scelta genuina. È un percorso che sviluppa competenze cognitive e linguistiche di alto livello, ma chiede impegno significativo e non offre “scorciatoie” verso sbocchi immediati. Chi lo sceglie consapevolmente ne trae spesso un vantaggio intellettuale duraturo; chi lo sceglie per inerzia rischia di viverlo come un peso.
La crescita delle scienze umane merita attenzione critica: è un indirizzo che offre una formazione ampia, ma i cui sbocchi lavorativi diretti sono limitati. Chi lo sceglie dovrebbe avere già in mente un percorso universitario complementare (psicologia, scienze dell’educazione, sociologia, scienze politiche).
La filiera 4+2 è un’opportunità reale, ma ancora in costruzione. Prima di iscriversi, vale la pena verificare la solidità del progetto specifico offerto dalla scuola scelta — i partenariati con le imprese, il collegamento con gli ITS Academy del territorio, la qualità dell’offerta didattica.
I tecnici non sono “di serie B”: i diplomati degli istituti tecnici del settore tecnologico trovano lavoro con tassi e tempi molto competitivi rispetto ai liceali. Il problema è che questa informazione raramente viene comunicata in modo efficace alle famiglie durante l’orientamento.









