Medicina “pubblica”, tasse da privata: com’è possibile che succeda nel sistema del semestre filtro
Il dettaglio che rende questa storia indigesta non è l’Albania. È l’etichetta “pubblico” appiccicata a un percorso che, al momento decisivo, si comporta come tutt’altro.
Con la graduatoria nazionale dell’8 gennaio, 220 studenti del semestre filtro sono stati assegnati a Roma Tor Vergata – Tirana: lezioni in italiano, titolo italiano, ma frequenza in Albania e una contribuzione da 9.650 euro l’anno. Molti di loro sono finiti lì perché collocati nelle posizioni più basse della graduatoria: in tanti casi con una sola sufficienza su tre prove. È qui che la vicenda si incastra perfettamente nel meccanismo reale del semestre filtro: allargare l’accesso formale, rinviare la selezione alle fasi successive, comprimere tempi e decisioni in un passaggio ad altissima pressione.
In questo assetto, la scelta della sede non è un atto ponderato: è un’operazione difensiva, fatta mentre si cerca di non uscire dal gioco. È anche così che si finisce a “barrare una casella” senza avere piena consapevolezza di cosa comporti davvero.
Il racconto degli studenti — “pensavo fosse Roma, invece era Tirana” — non va liquidato come distrazione individuale. Le informazioni, va detto con onestà, esistevano: la sede di Tirana era indicata nei decreti ministeriali, compariva su Universitaly come “Roma Tor Vergata (sede di Tirana)” ed era descritta sul sito dell’ateneo come un joint degree con l’università albanese. Anche la contribuzione era pubblicata, nero su bianco.
Il punto, però, non è solo se l’informazione fosse disponibile. È come fosse inserita dentro il sistema.
La procedura chiedeva agli studenti di interpretare correttamente una dicitura minimale, senza alcun avviso esplicito sul fatto che si trattasse di una sede estera, con regime contributivo radicalmente diverso da quello delle università statali italiane. Nessun alert, nessuna distinzione grafica o concettuale, nessun passaggio che obbligasse a una presa d’atto consapevole. In un contesto già saturo di stress cognitivo — prove nazionali appena concluse, punteggi da decifrare, scadenze ravvicinate — l’errore non è un incidente: è un esito prevedibile.
Il prezzo come punto di rottura del modello
Poi c’è l’elemento che fa saltare tutto: il prezzo.
Non stiamo parlando del costo della vita a Tirana o di un sacrificio logistico. Stiamo parlando di una retta che, per una università statale italiana, è fuori scala. E infatti è qui che nascono i ricorsi. Non solo perché la cifra è elevata, ma perché introduce un doppio regime difficilmente difendibile.
Da un lato, la sede di Tirana entra a pieno titolo nella graduatoria nazionale pubblica, beneficiando di una procedura ministeriale di selezione. Dall’altro, applica una contribuzione assimilabile a quella delle università private, senza i limiti previsti per il sistema statale. Pubblico quando conviene per l’accesso, privato quando si incassa. È questa asimmetria — più che il costo in sé — a rendere il meccanismo fragile sul piano del diritto allo studio.
Il “dietrofront” di Bernini e la domanda che resta: dov’era il Ministero prima?
Quando il caso esplode, la ministra Anna Maria Bernini interviene con toni netti: definisce “sbagliata” la scelta di Tor Vergata, convoca il rettore, parla di contribuzione sproporzionata e incompatibile con il diritto allo studio. Sul piano dei principi, è difficile darle torto. Una retta di questo tipo, agganciata a un’assegnazione pubblica, pone un problema serio di equità.
Il punto critico è un altro: questa storia non nasce all’improvviso.
I 220 posti della sede di Tirana erano inseriti nel decreto ministeriale che definiva l’offerta complessiva. Erano noti da mesi. La natura di joint degree e la contribuzione richiesta erano pubblicate sul sito dell’ateneo. Nulla è emerso all’ultimo minuto. Per questo la reazione politica rischia di apparire come una gestione del danno: si prende distanza quando il caso diventa mediatico, si concentra la responsabilità sull’ateneo, si attiva il richiamo istituzionale.
Ma qui non siamo davanti a una scelta isolata di un’università periferica. Siamo dentro il cuore del nuovo modello di accesso a Medicina, un modello normato, governato e corretto in corsa dal Ministero, con decreti approvati a ridosso degli esami e regole riscritte mentre gli studenti le stavano già subendo. In questo quadro, la responsabilità non può essere ridotta a un singolo ateneo.
La critica, allora, non è politica in senso polemico. È una critica di governo del sistema. Se oggi la contribuzione di Tirana è giudicata incompatibile con il diritto allo studio, la domanda legittima è una sola: perché questa incompatibilità non è stata affrontata prima dell’assegnazione dei posti?
La toppa: rateizzazione in tre tranche
Dopo le proteste arriva la rateizzazione: non più un’unica soluzione, ma tre tranche. È un tentativo di rendere la scelta meno impraticabile, e va riconosciuto come tale. Ma non tocca il nodo centrale.
Il problema non è quando paghi. È cosa ti viene chiesto di pagare. Anche rateizzando, si chiede a studenti assegnati tramite una procedura pubblica una cifra che, per moltissime famiglie, equivale a una rinuncia. E rinunciare, in questo contesto, non è una scelta neutra: significa perdere il posto, spesso perdere l’anno, o finire nel grande imbuto delle alternative forzate.
Perché questa storia riguarda tutti
Il caso Albania non è una bizzarria esotica nella cronaca universitaria. È un sintomo.
Arriva dopo un semestre filtro già segnato da correttivi d’urgenza come il DM 1115/2025, da regole cambiate a giochi fatti, da una graduatoria che amplia gli idonei ma non i posti, e da un’ondata di ricorsi che cresce perché studenti e famiglie hanno la sensazione — spesso fondata — di dover inseguire regole che cambiano mentre le vivi.
Dentro questo quadro, Tirana rende visibile ciò che altrove resta implicito: se il sistema è pubblico, deve esserlo fino in fondo. Se invece apre porte pubbliche e poi presenta un conto privato, il problema non è solo di trasparenza. È di modello.
Tor Vergata ha una responsabilità diretta, certo. Ma chi governa la filiera, firma i decreti sui posti e disegna la procedura non può limitarsi a dire “scelta sbagliata dell’ateneo” quando il danno è ormai fatto. Se la politica vuole davvero difendere il diritto allo studio, deve farlo prima. Quando scrive le regole, non quando prova a spegnere l’incendio.









