Medici, numero chiuso e riforma Bernini: mancano davvero o fuggono dal SSN?

L’Italia ha più medici per abitante della Francia e dei Paesi Bassi. Eppure i pronto soccorso sono al collasso. Come funziona davvero la carenza, cosa ha cambiato la riforma Bernini e cosa aspetta chi si iscrive oggi a medicina.

di Gabriele Capasso
17 marzo 2026
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La notizia ha girato ovunque: entro il 2030 in Italia si laureeranno circa 81.000 nuovi medici mentre ne andranno in pensione poco più di 51.000, con un saldo attivo di 30.000 unità. A prima vista sembra un ottimo motivo per iscriversi a medicina. Ma il quadro reale è molto più complicato — e per certi versi più preoccupante — di quanto questi numeri lascino intendere.

Tre domande tornano in continuazione tra chi sta pensando a questa facoltà: la carenza di medici è davvero colpa del numero chiuso? La riforma del test di ingresso voluta dalla ministra Bernini risolverà qualcosa? E chi si iscrive oggi, tra dieci anni troverà lavoro o si ritroverà in mezzo a una generazione di medici senza posto? Proviamo a rispondere con i dati, andando oltre la retorica delle ultime campagne politiche.

Il paradosso italiano: troppi medici e ospedali al collasso

Il primo dato sorprende: l’Italia non è un Paese con pochi medici. È quasi l’opposto. Secondo i dati OCSE aggiornati a dicembre 2025, nel 2023 in Italia erano attivi 315.720 medici, pari a 5,4 ogni 1.000 abitanti — un valore nettamente superiore sia alla media OCSE (3,9) che a quella europea (4,1), che colloca il nostro Paese al secondo posto in Europa, dopo l’Austria. Anche sul fronte della formazione, i laureati in Medicina e Chirurgia nel 2023 sono stati 16,6 ogni 100.000 abitanti, sopra la media OCSE (14,3) e in linea con quella europea (16,3).

Eppure i pronto soccorso sono in crisi, i medici di base scarseggiano in molte province, alcune specialità ospedaliere non riescono a coprire i turni. Come è possibile?

La risposta sta in un numero che il dibattito pubblico tende a ignorare: quasi 93.000 medici non lavorano nel Servizio Sanitario Nazionale. Come spiega il presidente della Fondazione GIMBE Nino Cartabellotta, il problema italiano non è la mancanza di medici in termini assoluti, ma il loro progressivo abbandono del SSN e carenze selettive, perché sempre meno giovani scelgono la medicina generale e alcune specialità cruciali ma poco attrattive. L’Italia forma medici in abbondanza rispetto agli standard europei. Il problema è che non riesce a tenerli nella sanità pubblica.

Le cause vere della carenza: vent’anni di errori di programmazione

Per decenni il numero chiuso a medicina è stato indicato come il principale colpevole. Ha avuto certamente un ruolo, ma è solo uno dei tasselli di un problema sistemico ben più profondo.

Una programmazione strutturalmente sbagliata

Il vero errore si è consumato tra gli anni Duemila e metà anni Dieci. Nel 2017 i posti a medicina erano solo 9.100, nel 2019 poco più di 10.000. I fabbisogni venivano calcolati al ribasso, attraverso un meccanismo contestato anche in sede giudiziaria: la principale motivazione che ha portato studenti a vincere ricorsi al TAR è stata proprio il fabbisogno falsato, con i giudici che hanno riconosciuto il numero di medici previsto dalle Regioni come troppo esiguo rispetto alle esigenze reali.

A questo si è aggiunto l’imbuto formativo: per anni i posti nelle scuole di specializzazione post-laurea sono stati ridotti al punto da creare una generazione di laureati in medicina che non riuscivano a specializzarsi. Sui 30.452 contratti di specializzazione finanziati nelle ultime due tornate analizzate da Anaao, il 13% non è stato assegnato e un ulteriore 5% è stato abbandonato durante il percorso. Il dato più emblematico riguarda la medicina d’emergenza-urgenza: il 60,7% dei contratti stanziati non viene accettato o viene lasciato a metà strada.

La gobba pensionistica: un problema reale ma in esaurimento

Un fattore oggettivo nella carenza degli ultimi anni è stata la concentrazione di pensionamenti in un periodo ristretto. I dati della Federazione degli Ordini dei Medici (FNOMCeO) mostrano che la fascia più numerosa degli iscritti è quella tra i 70 e i 74 anni (circa 60.000 professionisti), seguita da quella 65-69 anni (52.000). Il 2025 ha però segnato il picco di questo fenomeno: da qui in poi i pensionamenti caleranno progressivamente, passando da circa 14.000 nel 2025 a circa 8.000 nel 2030.

La fuga dal SSN: il nodo che nessuna riforma universitaria può sciogliere

Questo è il cuore del problema, quello che una riforma delle facoltà universitarie non può risolvere da sola. In sei anni il numero di medici dimessisi dal SSN è triplicato: nel 2016 erano 1.564, nel 2022 erano 4.349. Tra il 2021 e il 2024, le borse di specializzazione rifiutate dai neo-medici sono passate dal 10% al 29%.

Le ragioni sono prevalentemente economiche. Gli stipendi dei medici italiani sono sotto media sia rispetto ai Paesi OCSE che a quelli europei: in Danimarca, Irlanda e Germania i medici guadagnano fino a 100.000 euro in più l’anno. Anche durante la specializzazione la differenza è netta: in Germania una borsa garantisce circa 3.200 euro netti al mese, in Italia circa 1.600. Secondo i dati AMSI, tra il 2023 e l’ottobre 2024 oltre 13.550 professionisti della sanità hanno formalmente richiesto informazioni su come trasferirsi all’estero, con una crescita del 33% nell’ultimo anno rilevato. Pur rappresentando lo 0,2% dei contribuenti italiani, i medici dipendenti del SSN versano il 2% dell’intero ammontare IRPEF: un carico fiscale che, sommato agli stipendi bassi rispetto all’Europa, rende la professione nel pubblico sempre meno attraente per le nuove generazioni.

Come sintetizza il rapporto FNOMCeO-Censis, il problema non è la scarsità assoluta di medici, ma la perdita di attrattività del SSN rispetto alle opportunità libero-professionali e all’estero. Il sottofinanziamento strutturale aggrava tutto: tra il 2012 e il 2024 la spesa per il personale sanitario si è ridotta virtualmente di oltre 33 miliardi di euro.

Le specialità che nessuno vuole più

Non tutta la carenza è uguale. Accanto a specialità molto ambite (dermatologia, oftalmologia, cardiologia), esistono intere aree del sistema sanitario dove i posti di formazione rimangono vuoti per mancanza di candidati. Il dato più critico riguarda i medici di base: al 1° gennaio 2024 la Fondazione GIMBE stima una carenza di 5.575 medici di medicina generale, distribuita in 17 Regioni. Le situazioni peggiori si registrano in Lombardia (-1.525), Veneto (-785), Campania (-652) ed Emilia Romagna (-536). Il problema è destinato ad aggravarsi nel breve periodo: tra il 2024 e il 2027, ben 7.345 medici di medicina generale raggiungono o hanno già raggiunto il limite d’età per la pensione.

La riforma Bernini: cosa è cambiato (davvero) con il semestre filtro

Nel 2025 il governo ha introdotto una riforma radicale dell’accesso alle facoltà di medicina. Il cambiamento voluto dalla ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha abolito il tradizionale test a crocette e lo ha sostituito con il semestre filtro.

Come funziona

Dal settembre 2025, l’iscrizione al primo semestre di medicina, odontoiatria e veterinaria è libera: nessun test preliminare. La selezione avviene alla fine del semestre, in base agli esami sostenuti. Durante i tre mesi di lezioni gli studenti affrontano tre insegnamenti fondamentali — Chimica e propedeutica biochimica, Fisica e Biologia — per un totale di 18 crediti formativi. La graduatoria nazionale viene poi compilata in base ai voti ottenuti nei due appelli d’esame (novembre e dicembre).

Sul fronte numerico, l’effetto è evidente: nel 2025 i posti totali per medicina sono arrivati a 24.026, contro i 18.721 del 2024 — un incremento del 28% in un solo anno. Negli ultimi tre anni accademici i posti sono cresciuti di oltre il 51%.

Va detto chiaramente una cosa che spesso viene fraintesa: il numero chiuso non è stato abolito. Cambia il momento e il metodo della selezione — non il fatto che esista.

Un debutto piuttosto turbolento

Il primo anno di applicazione ha sollevato polemiche su polemiche. I risultati del primo appello del 20 novembre 2025 hanno mostrato che meno del 15% dei candidati è riuscito a superare tutte e tre le prove: in pratica, circa nove studenti su dieci non hanno passato il filtro alla prima tornata. In alcune sedi il dato era ancora più estremo — a Bologna, Milano Statale e Bari ha superato l’esame di Fisica circa uno studente su dieci. Qui su Alpha Orienta abbiamo analizzato nel dettaglio perché si è arrivati a percentuali così basse, confrontando il nuovo sistema con il vecchio test e il peso sproporzionato che ha assunto la Fisica.

Con le regole originarie, il numero di studenti idonei ad accedere alla graduatoria sarebbe stato inferiore ai posti disponibili. La ministra Bernini è intervenuta pubblicando a dicembre un nuovo decreto che allargava significativamente la platea degli ammissibili: le regole per formare la graduatoria sono state cambiate a giochi già fatti, consentendo l’accesso anche a chi aveva superato uno o due esami su tre, con obbligo di recupero successivo. Come abbiamo scritto nell’analisi del DM 1115/2025, si è trattata di una correzione reattiva — non di una riforma ripensata — e il cambio di regole in corsa ha aperto a sua volta nuove criticità e un fronte di ricorsi.

Il risultato finale: gli idonei sono stati 22.688, a fronte di 17.278 posti disponibili al primo giro di assegnazioni. Migliaia di studenti che avevano superato la soglia minima si sono ritrovati comunque fuori.

Troppi o troppo pochi? Cosa aspetta chi si laurea tra dieci anni

Questa è la domanda che più interessa chi oggi si iscrive o ci pensa su. La risposta dipende molto da dove si guarda.

Le proiezioni numeriche

Le previsioni convergono: entro il 2030 il saldo sarà positivo. Secondo i dati dell’Associazione Liberi Specializzandi (ALS), nei prossimi cinque anni si laureeranno circa 81.000 nuovi medici mentre ne andranno in pensione circa 51.000. Lo studio Anaao Assomed va oltre e stima che entro il 2032 potrebbero esserci circa 60.000 medici in cerca di lavoro. La Fondazione GIMBE aggiunge un elemento temporale cruciale: i nuovi medici formati con la riforma attuale entreranno nel mercato del lavoro non prima di 9-11 anni, proprio quando il picco pensionistico sarà già esaurito.

Il rischio pletora: non per tutti allo stesso modo

La sovrabbondanza non sarà un fenomeno generalizzato. Il rischio si concentra in alcune specialità, mentre in altre la carenza potrebbe permanere a lungo. Come spiega il segretario Anaao Pierino Di Silverio, avremo molti medici ma non abbastanza posti nelle scuole di specializzazione per le discipline meno ambite — quelle dove oggi i contratti vengono rifiutati o abbandonati. Il paradosso è che l’emergenza-urgenza, la medicina generale, la radioterapia, la medicina nucleare e le cure palliative potrebbero continuare a mancare di professionisti anche quando il mercato complessivo sarà in surplus.

Va ricordato, inoltre, che il percorso è lungo: dopo la laurea (6 anni) servono altri 4-5 anni per la specializzazione ospedaliera o 3 per la medicina di famiglia. L’impatto sul mercato del lavoro sarà graduale, non immediato.

Un cambio della guardia che cambierà anche il volto della professione

Dietro i numeri sui pensionamenti e sulle iscrizioni c’è una trasformazione più profonda, che i dati della Federazione degli Ordini dei Medici rendono visibile in modo quasi plastico. Tra i medici iscritti all’ordine con più di 75 anni, le donne sono appena il 18%. Nella fascia 45-49 anni sono già il 63%. Tra i 25 e i 29 anni, il 60%. L’Associazione Liberi Specializzandi stima che le iscritte a medicina nell’anno accademico 2025-26 arrivino al 66% del totale — il doppio dei colleghi maschi.

Non si tratta di una curiosità statistica. È la fotografia di una professione che si sta trasformando strutturalmente, e che nel giro di un decennio avrà una composizione demografica e di genere radicalmente diversa da quella attuale.

La velocità di questo ricambio solleva però una questione che va oltre i numeri. Come ha osservato Filippo Anelli, presidente FNOMCeO, un tempo chi entrava nella professione era accompagnato da colleghi più esperti e anziani che in qualche modo lo formavano e lo facevano crescere. Con un avvicendamento così rapido si rischia di perdere questa dinamica. I carichi di lavoro negli ospedali e sul territorio sono sempre più alti, e i giovani potrebbero trovarsi a gestire da subito un numero elevato di pazienti senza quella rete di supporto informale che ha sempre affiancato la formazione sul campo. Anelli indica nell’intelligenza artificiale — in particolare per il monitoraggio della letteratura scientifica e il supporto alla diagnosi — uno degli strumenti per colmare questo vuoto.

Il ritmo del cambiamento, anno per anno, è leggibile nei dati elaborati da Anaao sul rapporto tra nuovi laureati e pensionamenti: nel 2025 il saldo era ancora negativo di circa 3.900 unità, nel 2026 torna in pareggio, nel 2027 supera le 3.000 unità in attivo, nel 2028 quasi 5.000, fino ad arrivare a oltre 12.000 nel 2030. Una curva che sale rapidamente, e che spiega perché il problema di oggi — troppo pochi medici nel SSN — rischia di trasformarsi nel problema di domani in modo altrettanto repentino.

Il problema reale resta il SSN

Lo scenario più preoccupante non è quello di troppi medici in assoluto, ma quello di un SSN che continua a svuotarsi mentre aumenta il numero di laureati che lo evitano. Come osserva la Fondazione GIMBE, senza interventi mirati la riforma rischia di usare risorse pubbliche per formare medici destinati al libero mercato o all’estero, in una sanità dove il pubblico arretra e il privato avanza. Il rapporto spesa sanitaria/PIL del 2025 è del 6,12%, in calo rispetto al 2024 (6,28%) e ben al di sotto di Francia e Germania, che viaggiano intorno al 10-11%. Formare più medici senza rendere il SSN un posto dove vale la pena lavorare non cambia la sostanza del problema.

Cosa significa tutto questo per chi vuole iscriversi a medicina oggi

Il semestre filtro richiede una preparazione diversa rispetto al vecchio test. Non si tratta più di simulare quiz a crocette sotto pressione in un pomeriggio, ma di affrontare veri esami universitari su un programma denso in pochi mesi. La Fisica, in particolare, si è rivelata l’ostacolo più selettivo del primo anno di applicazione. Le regole per il 2026 potrebbero cambiare ancora — la ministra Bernini ha già annunciato interventi su durata dei corsi e modalità degli esami — quindi conviene tenersi aggiornati.

I posti sono aumentati, ma la competizione non è sparita. Il salto dai circa 15.000 posti del 2022-23 ai 24.026 del 2025-26 è reale e aumenta le probabilità di accesso rispetto al passato. Ma la graduatoria resta competitiva: nel 2025 gli idonei erano quasi il doppio dei posti disponibili al primo giro di assegnazioni.

La specializzazione resta il collo di bottiglia. Laurearsi in medicina non basta per lavorare nella maggior parte degli ambiti del SSN. Il numero di borse di specializzazione non crescerà automaticamente in proporzione all’aumento degli iscritti, e alcune discipline continueranno a essere poco ambite. Chi sceglie medicina sapendo già che vuole fare emergenza, medicina generale o discipline territoriali si troverà in una posizione molto più solida di chi punta alle specialità più affollate.

Il medico di famiglia è una opportunità concreta, non un piano B. Con oltre 5.500 MMG mancanti al 2024 e migliaia in uscita entro il 2027, il percorso da medico di medicina generale — 3 anni di formazione specifica dopo la laurea, non 4-5 come per le specializzazioni ospedaliere — è uno dei più rapidi per entrare nel mercato del lavoro e uno dei più richiesti nei prossimi anni.

Le regole cambiano ancora. Il debutto del semestre filtro ha dimostrato che il sistema è ancora in costruzione: studenti, docenti e ordini professionali continuano a sollevare dubbi su equità, uniformità tra atenei e prevedibilità del percorso. Chi si prepara per il 2026 dovrà monitorare gli aggiornamenti normativi con attenzione.

SULL'AUTORE
Gabriele Capasso è un giornalista, consulente e produttore di contenuti con una lunga esperienza nel giornalismo digitale. Ha lavorato per quasi vent’anni in Blogo.it, dove ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità: da managing editor dell’area sport a vicedirettore, fino a diventare direttore responsabile dal 2020 al 2025. In questi anni ha coordinato team editoriali, gestito strategie SEO, pianificazione a lungo termine e attività di formazione, con particolare attenzione all’evoluzione del giornalismo online e ai modelli di business.
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