I dati del Ministero dell’Università e della Ricerca pubblicati nelle ultime settimane raccontano un’università italiana in contrazione. Per la prima volta dal periodo post-Covid, le matricole diminuiscono: 327.468 nuovi iscritti nell’anno accademico 2025/2026 contro i 338.893 del precedente, con un calo del 3,3%, pari a oltre 11.000 matricole in meno. Un numero ancora provvisorio — i dati si riferiscono a febbraio 2026 — ma che fotografa una tendenza preoccupante in un Paese che già parte da una posizione di svantaggio rispetto agli altri stati europei per numero di laureati.
Capire cosa sta succedendo, e perché, è utile per chiunque stia scegliendo cosa fare dopo il diploma o stia ragionando sul proprio percorso universitario.
Un passo indietro: cosa diceva il decennio 2014-2024
Per leggere correttamente il calo attuale, serve un punto di riferimento. Secondo il quinto Rapporto dell’Osservatorio MHEO, tra il 2014/2015 e il 2024/2025 gli iscritti universitari italiani erano cresciuti del +18,9%, superando i 2 milioni di studenti nei 92 atenei italiani. Un numero che, in un Paese storicamente povero di laureati, sembrava indicare una svolta strutturale. Ne avevamo scritto a febbraio.
Ma quella crescita, guardandola nel dettaglio, era tutt’altro che uniforme. Le università statali erano cresciute appena del +2,7% in dieci anni. Le università non statali del +30,9%. Le università telematiche, invece, del +460,5%. In altre parole: la crescita complessiva del sistema era quasi interamente trainata dagli atenei online, mentre il sistema tradizionale era rimasto sostanzialmente fermo.
Il calo del 3,3% registrato nel 2025/2026 è quindi la prima inversione di tendenza dopo un lungo ciclo di espansione — ma colpisce soprattutto un sistema tradizionale che già non cresceva. Le telematiche, nel frattempo, continuano a espandersi: oltre 300.000 iscritti, +51% nel solo primo semestre 2025. I due fenomeni non si contraddicono: raccontano la stessa trasformazione da angolazioni diverse.
I numeri precisi: chi cresce e chi perde studenti
Il calo non riguarda tutti i corsi allo stesso modo. Leggere i dati nel dettaglio aiuta a capire in quale direzione si sta muovendo la domanda formativa dei giovani italiani.
Nell’area artistica, letteraria ed educazione il bilancio è misto. Educazione e Formazione è l’unico corso in crescita, da 17.312 a 18.258 iscritti. Calano invece Arte e Design (da 11.714 a 11.653), il gruppo Letterario-Umanistico (da 15.805 a 14.503, -8%) e Linguistico (da 14.703 a 13.092, -11%). Quest’ultimo è uno dei cali più significativi in percentuale dell’intera fotografia.
L’area economica, giuridica e sociale è quella che tiene meglio. Economia sale da 51.632 a 52.635 (+2%), Giurisprudenza da 25.866 a 26.307, Psicologia da 13.748 a 13.843. In lieve flessione Politico-Sociale e Comunicazione, da 28.463 a 28.386. Complessivamente l’area passa da 119.709 a 121.171 iscritti, diventando la più numerosa in assoluto con il 37% del totale delle matricole.
Il calo più pesante riguarda l’area sanitaria e agro-veterinaria. Agrario-Forestale e Veterinario perde quasi il 22%, passando da 6.653 a 5.202 iscritti. Scienze motorie e sportive scendono da 14.201 a 12.341 (-13%). Il gruppo Medico-Sanitario e Farmaceutico passa da 41.737 a 37.770 (-9%). Il totale dell’area scende da 62.591 a 55.313, con una perdita di circa 7.300 iscritti. Come vedremo, il dato su Medicina va però letto con cautela per via della riforma del semestre aperto.
Nell’area STEM il quadro è contraddittorio. Architettura e Ingegneria civile passano da 12.044 a 11.985, in sostanziale stallo. Informatica e Tecnologie ICT calano da 9.859 a 8.997 (-9%), un dato preoccupante. Il gruppo Scientifico — fisica, matematica, chimica — registra uno dei cali più marcati in assoluto: da 33.753 a 27.595, pari a -18%. L’unica eccezione positiva è Ingegneria industriale e dell’informazione, che cresce da 41.403 a 44.901 iscritti (+8%), il maggiore incremento in valore assoluto dell’intero sistema universitario.
Perché calano le matricole: demografia e non solo
Una parte del calo si spiega con fattori demografici. I maturandi erano 526.000 due anni fa e 524.000 nel 2025: numeri in calo strutturale per effetto della denatalità, che sta già riducendo le coorti in età universitaria. Secondo le proiezioni del rapporto Mediobanca, gli atenei italiani rischiano di perdere fino a 415.000 iscritti entro il 2041, pari al 21% degli attuali. Un calo che colpirà soprattutto il Sud — con punte superiori al 30% in Molise, Basilicata, Puglia e Sardegna — ma che interesserà anche il Nord (-18,6%) e il Centro (-19,5%).
Ma la demografia da sola non spiega tutto. In parallelo al calo delle università tradizionali, le università telematiche stanno crescendo a ritmi molto elevati: gli iscritti agli atenei online hanno superato i 300.000 nell’anno accademico 2024/2025, il doppio rispetto a cinque anni fa, con un aumento del 51% solo nel primo semestre del 2025. Si tratta in parte di studenti lavoratori o adulti in riorientamento, ma anche di giovani che scelgono percorsi più flessibili. È un cambiamento strutturale nel modo in cui si accede all’istruzione superiore, non un fenomeno temporaneo.
Medicina e il semestre filtro: un caso da leggere a parte
Il calo nell’area sanitaria è in parte legato alla riforma dell’accesso a Medicina. Dal 2025/2026 è stato introdotto il semestre aperto: chiunque voglia iscriversi a Medicina può farlo liberamente, frequentando il primo semestre insieme all’iscrizione a un altro corso affine. Al termine, chi supera le prove di valutazione può proseguire in Medicina; gli altri rimangono iscritti al corso parallelo.
Oltre 54.000 studenti hanno scelto Medicina nel semestre aperto, ma molti non risultano ancora conteggiati nelle statistiche sulle matricole, che per questo motivo vanno lette con cautela. Il calo visibile nelle statistiche attuali è quindi in parte un effetto tecnico della riforma. I numeri definitivi — quanti effettivamente entreranno in Medicina e quanti ricadranno su altri corsi — saranno disponibili solo nei prossimi mesi.
Il confronto europeo: dove si trova l’Italia
Per capire la portata reale del problema italiano, è necessario guardare al contesto europeo con dati aggiornati. Il punto di partenza è già sfavorevole: l’Italia ha 2 milioni di iscritti universitari su una popolazione di circa 60 milioni. La Germania ne ha 3,4 milioni su 83 milioni, la Francia 2,8 milioni su 65,5 milioni, la Spagna 2,3 milioni su 48,8 milioni. In rapporto alla popolazione, l’Italia è il fanalino di coda tra i grandi Paesi europei.
Il divario si allarga ulteriormente guardando ai laureati. Secondo l’Education and Training Monitor 2025 della Commissione Europea, la quota di laureati tra i 25 e i 34 anni ha raggiunto nell’UE una media del 44,1%, a un solo punto percentuale dall’obiettivo del 45% fissato per il 2030. Dieci Paesi europei hanno già superato il 50%, con l’Irlanda in testa al 65,2%. L’Italia si colloca significativamente al di sotto della media, con una quota di giovani laureati seconda per ritardo solo alla Romania.
Sul fronte delle discipline STEM il distacco è ancora più marcato. In Italia circa il 24,9% degli studenti universitari sceglie un percorso scientifico o tecnologico, contro una media europea del 26,6%. La Germania è al 35,8%, la Finlandia al 34,7%. Il punto critico specifico è l’ICT: in Italia i laureati in informatica e tecnologie digitali rappresentano appena l’1,5% del totale, il dato più basso d’Europa, contro il 6% della Germania e il 5% della Francia. In 13 Paesi dell’UE la quota di iscritti STEM è già in calo di almeno cinque punti percentuali rispetto a dieci anni fa — ma l’Italia parte da una base già più debole di quasi tutti.
Il problema demografico riguarda anche altri Paesi europei: secondo l’OCSE, in molte nazioni dell’Europa orientale la popolazione in età universitaria si ridurrà del 15% nel prossimo decennio. Ma i Paesi che partono da tassi di laureati più alti hanno margini di tenuta maggiori. L’Italia, che non ha mai raggiunto la media europea, non può permettersi ulteriori riduzioni senza conseguenze strutturali sulla competitività del sistema produttivo. Secondo le stime della Commissione Europea, il mismatch tra competenze disponibili e richieste costa già al nostro Paese tra il 3 e il 7% del PIL.
Cosa significa per chi deve scegliere
Guardare questi dati da chi sta per iscriversi all’università significa fare alcune considerazioni pratiche.
Ingegneria industriale cresce, e non è un caso. Con un +8% di iscritti, è il corso con il maggiore incremento in assoluto. Si inserisce in un mercato che cerca competenze e fatica a trovarle, con stipendi di ingresso tra i più alti tra le lauree italiane. Non è una garanzia automatica, ma è un vantaggio di partenza concreto.
Il calo di Informatica e Scientifico è un segnale da non ignorare. Informatica perde il 9%, il gruppo Scientifico addirittura il 18%. In un momento in cui la domanda di competenze digitali e scientifiche è in crescita strutturale, questo mismatch tra scelte degli studenti e bisogni del mercato è uno dei nodi più critici del sistema formativo italiano. Il tasso di occupazione tra i 30-34enni con laurea STEM è dell’88,9%, il più alto tra tutte le aree disciplinari.
Il calo delle matricole non è necessariamente una cattiva notizia per chi studia. Un sistema universitario con meno iscritti è incentivato a competere per attrarre studenti: questo può tradursi in maggiore attenzione ai servizi, ai tirocini, all’orientamento al lavoro. Vale la pena valutare l’ateneo anche su questi criteri, non solo sulla reputazione del titolo.
Le università telematiche non sono più solo un piano B. Con 300.000 iscritti e una crescita sostenuta, sono diventate una realtà formativa strutturata. Per chi lavora già, per chi vive lontano dai grandi centri universitari o per chi cerca flessibilità, possono essere una scelta razionale — a patto di verificare l’accreditamento e la qualità dell’offerta didattica.
Domande frequenti
Perché le iscrizioni all’università sono calate nel 2025/2026?
Il calo del 3,3% rispetto all’anno precedente dipende da più fattori combinati. Il principale è demografico: le coorti di maturandi si stanno riducendo per effetto della denatalità degli anni precedenti. A questo si aggiunge la crescita delle università telematiche, che intercettano una parte della domanda formativa, e la riforma del semestre aperto per Medicina, che ha spostato una parte delle iscrizioni in una fascia temporale non ancora completamente rilevata dai dati provvisori di febbraio 2026.
Quali corsi universitari sono cresciuti nonostante il calo generale?
Guardando ai dati MUR 2025/2026, i corsi in controtendenza sono Ingegneria industriale e dell’informazione (+8%, da 41.403 a 44.901 iscritti), Economia (+2%, da 51.632 a 52.635), Giurisprudenza, Psicologia ed Educazione e Formazione. L’area economico-giuridica nel suo complesso è l’unica macro-area in crescita, e rappresenta ora il 37% del totale delle matricole italiane.
Come si confronta l’Italia con gli altri Paesi europei per numero di laureati?
L’Italia è tra i Paesi con il minor numero di laureati in Europa. La media UE di giovani (25-34 anni) con un titolo universitario ha raggiunto il 44,1% nel 2024, mentre l’Italia si colloca significativamente al di sotto, seconda per ritardo solo alla Romania. In termini assoluti, la Germania conta 3,4 milioni di iscritti universitari su 83 milioni di abitanti; l’Italia ne conta 2 milioni su 60 milioni. Sul fronte STEM, la Germania è al 35,8% di studenti in percorsi scientifici, la Finlandia al 34,7%, l’Italia al 24,9%. Il gap sull’ICT è il più grave: solo l’1,5% dei laureati italiani ha una laurea in informatica o tecnologie digitali, il dato più basso d’Europa.
Il calo delle iscrizioni a Medicina è reale o dipende dalla riforma?
In larga parte dipende dalla riforma. Il nuovo semestre aperto, introdotto nell’anno accademico 2025/2026, consente di iscriversi a Medicina senza test di ingresso, frequentando il primo semestre in parallelo a un altro corso. Oltre 54.000 studenti hanno aderito, ma molti non risultano ancora conteggiati nelle statistiche provvisorie di febbraio 2026. Il calo apparente del gruppo Medico-Sanitario (-9%) è quindi in parte un artefatto statistico della riforma, non necessariamente una perdita di interesse reale per le professioni sanitarie. I dati definitivi chariranno il quadro nei prossimi mesi.
Le università italiane rischiano di perdere ulteriori iscritti in futuro?
Sì, le proiezioni sono chiare su questo punto. Secondo il rapporto Mediobanca, gli atenei italiani potrebbero perdere fino a 415.000 iscritti entro il 2041, pari al 21% degli attuali. Il Sud sarà la zona più colpita, con cali superiori al 30% in alcune regioni. La sfida non è solo numerica: è soprattutto qualitativa. L’Italia investe nell’istruzione universitaria il 1,5% del PIL, contro il 2,3% della media UE e il 2,7% della media OCSE. Senza un aumento degli investimenti e un miglioramento dell’attrattività degli atenei — anche per studenti internazionali — il calo strutturale rischia di aggravarsi.
I dati sulle immatricolazioni 2025/2026 sono provvisori e si riferiscono alle iscrizioni rilevate fino a febbraio 2026 dal Ministero dell’Università e della Ricerca. I dati definitivi potrebbero modificare alcune tendenze, in particolare per l’area sanitaria e per Medicina, dove la riforma del semestre aperto rende il confronto con l’anno precedente meno diretto.
Fonti: MUR, Education and Training Monitor 2025 (Commissione Europea), Osservatorio STEM Fondazione Deloitte, OCSE Education at a Glance 2025, rapporto Mediobanca sulle università italiane.









