Il 15 aprile 2026, a Bruxelles, Regno Unito e Unione Europea hanno firmato il testo legale che riporta Londra nel programma Erasmus+ a partire dal 2027. È la fine di un capitolo aperto cinque anni fa, quando l’allora governo di Boris Johnson decise di non rinnovare la partecipazione britannica al programma in coincidenza con la Brexit, sostituendolo con uno schema nazionale alternativo, il Turing Scheme, dedicato esclusivamente agli outgoing students britannici. La notizia, ufficializzata in via politica nel dicembre 2025 al vertice UE-Regno Unito e poi formalizzata con l’accordo di aprile, riguarda direttamente decine di migliaia di studenti italiani che torneranno a poter scegliere il Regno Unito come destinazione di mobilità con tutte le agevolazioni economiche e di riconoscimento dei crediti tipiche di Erasmus+.
Cosa è successo finora? Il vuoto lasciato dalla Brexit
Per comprendere la portata di questo rientro, è utile partire dai numeri. Tra il 2014 e il 2020, quando il Regno Unito faceva parte a pieno titolo del programma, circa diecimila studenti italiani avevano trascorso un periodo di studio o tirocinio in università britanniche, mentre cinquemilacinquecento britannici avevano fatto il percorso inverso, scegliendo l’Italia. Il Regno Unito era, soprattutto, la seconda meta preferita dagli studenti italiani per i tirocini, dato che riflette il forte legame tra formazione e mercato del lavoro anglosassone, particolarmente attrattivo nei settori della finanza, della comunicazione, del design e della ricerca scientifica.
Nel ciclo successivo, quello 2021-2027 senza il Regno Unito, lo stesso tragitto è stato percorso da meno di trecento studenti italiani: un crollo del novantasette per cento. Chi voleva ugualmente studiare oltre Manica ha dovuto farlo come studente internazionale a tutti gli effetti, sostenendo tasse universitarie che per i corsi di laurea possono superare le 30.000 sterline all’anno, oltre a visto, assicurazione sanitaria e costi di vita interamente a carico, con la sola eccezione di alcuni accordi bilaterali tra singoli atenei che hanno tenuto in vita scambi parziali a condizioni agevolate. Il risultato è stato un progressivo allontanamento, soprattutto degli studenti provenienti da famiglie con redditi medio-bassi, da una destinazione che fino al 2020 era pienamente accessibile.
L'accordo: tempi, contenuti, copertura
L’accordo firmato nell’aprile 2026 prevede l’ingresso effettivo del Regno Unito nel programma a partire dal 2027, con la prima call di finanziamento attesa a fine 2026 per l’anno accademico 2027/28. Il governo britannico ha annunciato che oltre 100.000 persone, tra studenti universitari, apprendisti, allievi della formazione professionale e personale educativo, dovrebbero beneficiare del programma già nel primo anno. La gestione operativa lato britannico sarà affidata di nuovo al British Council, che aveva ricoperto il ruolo di agenzia nazionale fino al 2020. Sul piano finanziario, Londra contribuirà al programma con circa 570 milioni di sterline per il 2027, beneficiando di uno sconto del 30% sulla quota di adesione prevista dal Trade and Cooperation Agreement, in considerazione delle specifiche condizioni negoziate.
L’accordo copre tutte le azioni chiave di Erasmus+: mobilità per studio universitario da due a dodici mesi, mobilità per tirocinio della stessa durata, scambi nella formazione professionale, mobilità del personale educativo, scambi giovanili e progetti di cooperazione tra istituzioni. Lo Youth Mobility Scheme, accordo separato che dovrebbe affiancare Erasmus+ con visti facilitati per gli under 30, è oggetto di un negoziato distinto e procede su un binario parallelo. È importante chiarire un punto: l’accordo non ripristina la libertà di circolazione pre-Brexit, ma riapre uno specifico canale di mobilità accademica strutturata, con regole chiare e riconoscimenti automatici dei crediti.
Cosa cambia concretamente per gli studenti italiani
Per uno studente iscritto a un’università italiana, il ritorno del Regno Unito in Erasmus+ significa poter candidarsi, attraverso il proprio ateneo, a un periodo di studio o tirocinio in un’università britannica alle stesse condizioni di una mobilità a Madrid, Berlino o Parigi. La struttura del programma resta quella consolidata: candidatura tramite l’ufficio Erasmus dell’ateneo, accordo bilaterale tra le due istituzioni, Learning Agreement che garantisce il riconoscimento dei crediti, borsa di mobilità mensile calibrata sul costo della vita del Paese ospitante, ed eventuali integrazioni per studenti con ISEE basso. Il Regno Unito rientrerà tra i Paesi della cosiddetta fascia ad alto costo della vita, insieme a Danimarca, Irlanda, Islanda e altri Paesi nordici, con borse mensili indicativamente più elevate rispetto alla media europea, anche se gli importi precisi saranno comunicati dall’Agenzia nazionale Indire in vista della call 2027.
La differenza rispetto a un’iscrizione diretta come studente internazionale è sostanziale: nessuna tassa aggiuntiva da pagare all’università ospitante britannica, riconoscimento integrale degli esami sostenuti, supporto amministrativo da parte dell’ateneo italiano, possibilità di accedere alle agevolazioni Erasmus per studenti con esigenze speciali o background svantaggiati. Resta da chiarire definitivamente la questione del visto, che con ogni probabilità sarà mantenuta per soggiorni superiori ai sei mesi ma con procedure semplificate per i partecipanti al programma, secondo lo schema già adottato per altri Paesi extra-UE associati a Erasmus+ come Norvegia, Islanda e Turchia. Per i tirocini, particolarmente significativi nel rapporto Italia-UK pre-Brexit, il rientro nel programma riapre l’accesso a un mercato del lavoro anglosassone che gli studenti italiani avevano largamente perso negli ultimi anni.
Le prospettive: ripresa graduale, non automatica
È bene calibrare le aspettative. Il 2027 segna la riapertura ufficiale, ma il riallineamento dei flussi richiederà tempo. Gli atenei italiani dovranno rinegoziare gli accordi bilaterali interistituzionali con le università britanniche, in molti casi interrotti o congelati dal 2020, e ricostruire la rete di partnership per i tirocini. Il British Council dovrà completare il riassetto operativo prima della prima call. Le università britanniche, dal canto loro, dovranno aggiornare le loro mobility offices, ricostituire team dedicati e rivedere i propri programmi di accoglienza. Studi precedenti citati dal governo del Regno Unito indicano che chi ha svolto un’esperienza di mobilità accademica ha tassi di occupazione e prospettive di carriera mediamente più alti rispetto a chi non l’ha fatta, un effetto particolarmente marcato per gli studenti provenienti da contesti socioeconomici meno favoriti.
Per chi inizia l’università nel 2026 o 2027, dunque, vale la pena considerare il Regno Unito come destinazione realisticamente disponibile dal terzo anno in poi, e iniziare per tempo a verificare quali partnership il proprio ateneo sta costruendo. Per chi è già in mobilità o sta partendo nei prossimi mesi, il quadro per il 2025/26 e il 2026/27 resta quello attuale, con il Turing Scheme da parte britannica e accordi bilaterali residui, prima del passaggio pieno al nuovo regime. L’accordo è una notizia importante anche sul piano simbolico: dopo cinque anni di scollamento, la mobilità studentesca torna a essere un terreno di cooperazione concreta tra Bruxelles e Londra, e gli studenti italiani sono tra i principali beneficiari di questo riavvicinamento. Per approfondire come valorizzare al meglio un’esperienza Erasmus+ nel proprio percorso, vale la pena iniziare a ragionarci già ora, ben prima di partire. Aggiornamenti operativi su tempistiche, importi e procedure saranno pubblicati progressivamente da Indire, l’agenzia nazionale italiana per Erasmus+, nei mesi che precederanno la call 2027.

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