Come si diventa ostetrici: percorso, abilitazione e sbocchi

Una laurea abilitante, un terzo del tempo dedicato al tirocinio clinico e un mercato del lavoro che cerca personale: tutto quello che serve sapere su una delle professioni sanitarie più ambite e meno conosciute.

di Daniele Particelli
25 maggio 2026
1 MIN READ

Ostetricia è uno dei corsi di laurea triennale a numero programmato più competitivi d’Italia: per i 1.261 posti messi a bando nell’anno accademico 2025/2026 si sono presentati oltre 5.000 candidati, un rapporto di 4,1 aspiranti per posto, secondo solo a quelli di Fisioterapia e Logopedia. Eppure, nonostante questa popolarità, di cosa faccia davvero un’ostetrica nella sua giornata di lavoro si sa molto meno di quanto sembri. L’idea che si tratti di “chi fa partorire” è una semplificazione che racconta una piccola parte della professione, e finisce per nascondere un campo di competenze, di autonomia clinica e di scelte professionali molto più articolato.

Vale la pena partire da qui per capire perché questa professione, citata anche nel pezzo Alpha Orienta sulle 22 professioni sanitarie come “ruolo chiaro e molto identitario”, oggi è in cima alle classifiche di occupazione ma anche delle difficoltà di accesso alla laurea.

Cosa fanno davvero gli ostetrici

La definizione normativa è contenuta nel Decreto Ministeriale 14 settembre 1994, n. 740, ed è ancora la pietra di riferimento. Vi si legge che l’ostetrica/o “assiste e consiglia la donna nel periodo della gravidanza, durante il parto e nel puerperio, conduce e porta a termine parti eutocici con propria responsabilità e presta assistenza al neonato”. È una formulazione sintetica che, letta nel dettaglio, contiene il punto chiave della professione: il parto eutocico — cioè fisiologico, senza complicazioni — viene condotto dall’ostetrica con propria responsabilità, in totale autonomia clinica. È una caratteristica importante, e relativamente rara nelle professioni sanitarie: l’ostetrica non opera in dipendenza da una prescrizione medica, ma in autonomia su tutto l’ambito della fisiologia.

Il perimetro della professione, però, è molto più largo del momento del parto. L’ostetrica/o segue la gravidanza fisiologica dalle prime settimane, conduce visite ed esami, assiste il puerperio e l’allattamento, lavora nei consultori familiari, esegue pap test e tamponi nella prevenzione dei tumori della sfera genitale femminile, organizza e tiene corsi di accompagnamento alla nascita, accompagna le donne nella menopausa, si occupa di riabilitazione del pavimento pelvico, fa educazione sessuale e affettiva. Il suo campo, in sostanza, copre la salute della donna in tutte le fasi del ciclo vitale, dall’adolescenza alla menopausa.

C’è una differenza importante che vale la pena sottolineare per non confondere ruoli: l’ostetrica si occupa principalmente di fisiologia, non di patologia. La sua azione è preventiva, di accompagnamento, educativa. Quando una situazione esce dalla fisiologia — gravidanza a rischio, parto distocico, complicazioni ginecologiche — entra in collaborazione con il medico ginecologo, che assume la regia del percorso clinico. È in questo equilibrio tra autonomia (sulla fisiologia) e collaborazione (sulla patologia) che si gioca la specificità della professione.

Il percorso di studi: la laurea triennale L/SNT1

Per diventare ostetrica/o serve la laurea triennale in Ostetricia, classe L/SNT1 (“Professioni sanitarie infermieristiche e professione sanitaria ostetrica”). Tre anni, 180 crediti formativi universitari, accesso a numero programmato nazionale ai sensi della Legge 264/1999.

La caratteristica più singolare del percorso è il peso del tirocinio clinico: 64 dei 180 CFU complessivi, cioè più di un terzo dell’intero impegno didattico. Si svolge in ospedale e in altre strutture sanitarie — sale parto, reparti di ostetricia e ginecologia, consultori, neonatologia, pronto soccorso ostetrico — e segue gli standard della Direttiva europea 2005/36/CE, che fissa un numero minimo di parti che lo studente deve assistere durante il percorso. Per arrivare alla laurea, in altre parole, non basta studiare: bisogna aver praticato sul campo, sotto supervisione, un volume preciso di attività cliniche. È un aspetto che rende il corso particolarmente intenso e, di fatto, incompatibile con un lavoro a tempo pieno parallelo.

Le materie del corso ruotano attorno a un nucleo costante: anatomia e fisiologia della riproduzione, scienze ostetriche, ginecologia, neonatologia, farmacologia, patologia della riproduzione, scienze umane, etica e deontologia, psicologia della relazione di aiuto. Si aggiungono poi insegnamenti specifici su statistica medica, metodologia della ricerca, organizzazione dei servizi sanitari.

L’accesso è regolato dal test di Professioni sanitarie, che si tiene nazionalmente a settembre (l’8 settembre nel 2025; per il 2026 la data sarà comunicata dal Ministero nei mesi precedenti). La prova è composta da 60 domande a risposta multipla in 100 minuti, con materie sovrapponibili a quelle del test di Medicina: cultura generale, ragionamento logico, biologia, chimica, fisica e matematica. Su come prepararsi e su quanto è davvero difficile la prova, vale la pena leggere l’analisi Alpha Orienta sul test di ingresso per le professioni sanitarie.

Il corso è attivo in oltre trenta atenei italiani, ben distribuiti sul territorio: dalle grandi sedi del Nord (Milano, Padova, Bologna, Torino) a quelle del Centro (La Sapienza e Tor Vergata a Roma, Pisa, Firenze) e del Sud (Bari, Napoli, Palermo, Catania). I posti per ogni singola sede, però, sono pochi: indicativamente fra 15 e 40 per ateneo. Per orientarsi sulla geografia dell’offerta, è utile la guida Alpha Orienta sulle professioni sanitarie 2025-26, che mostra come la scelta della sede sia tutt’altro che secondaria nelle strategie di iscrizione.

L'abilitazione e l'iscrizione all'Albo

Una particolarità della laurea in Ostetricia, condivisa con le altre professioni sanitarie, è il fatto di essere già abilitante: dal 1994 l’esame di laurea include la prova abilitante all’esercizio della professione, e con il diploma si può subito chiedere l’iscrizione all’Albo. Non c’è un esame di Stato separato, come accade per altre professioni regolamentate.

L’iscrizione all’Albo professionale, però, è obbligatoria per chiunque voglia esercitare. L’Albo è tenuto dagli Ordini provinciali o interprovinciali, coordinati a livello nazionale dalla FNOPO — Federazione Nazionale degli Ordini della Professione di Ostetrica. L’obbligo riguarda tutti, indipendentemente dal regime di lavoro: dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, di strutture private, libere professioniste. Esercitare la professione senza iscrizione configura il reato di esercizio abusivo (articolo 348 del Codice Penale), che dopo la riforma della Legge 3/2018 prevede pene fino a tre anni di reclusione e multe fino a 50.000 euro.

Il quadro normativo della professione si è costruito per stratificazioni. Oltre al D.M. 740/1994 sul profilo professionale, le tappe principali sono la Legge 42/1999 (che ha eliminato la storica definizione di “professione sanitaria ausiliaria” trasformando l’ostetrica in professione sanitaria a pieno titolo), la Legge 251/2000 (che ne ha disciplinato l’esercizio), la Legge 43/2006 (istituzione degli ordini), il D.Lgs. 206/2007 (riconoscimento delle qualifiche europee) e la Legge 3/2018, che ha riordinato l’intero sistema degli ordini sanitari.

Gli sbocchi: SSN, privato, libera professione

Le strade per esercitare sono fondamentalmente tre. La più frequente è il lavoro nel Servizio Sanitario Nazionale in regime di dipendenza: ospedali, sale parto, consultori familiari, dipartimenti materno-infantili. Si entra per concorso pubblico, e i bandi sono frequenti perché molti enti sanitari registrano una carenza strutturale di personale. Un solo bando aggregato della Regione Veneto, nel 2026, ha messo a concorso 48 posti complessivi; la Gazzetta Ufficiale Serie Concorsi pubblica regolarmente bandi per due, cinque, dieci, fino a quindici posti in ASL e aziende ospedaliere di tutta Italia.

La seconda strada è il privato accreditato e non accreditato: cliniche, case di cura, poliambulatori. La selezione passa per colloqui anziché concorsi, e i contratti sono più flessibili. In alcuni casi le retribuzioni risultano superiori al pubblico, ma con minore stabilità.

La terza strada è la libera professione, in studio professionale, a domicilio, in case maternità, oppure in convenzione con strutture pubbliche e private. È una modalità in ripresa: dopo decenni di calo seguiti allo spostamento del parto dall’ambito domestico a quello ospedaliero, le ostetriche con partita IVA attiva sono oggi circa 624 a livello nazionale, secondo i dati FNOPO 2024. Non sono molte, ma il trend è in crescita, soprattutto in Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte, Veneto e Toscana, dove esiste una domanda di assistenza più personalizzata. Le prestazioni libero-professionali tipiche includono l’assistenza alla gravidanza fisiologica, i corsi di accompagnamento alla nascita, l’assistenza al parto a domicilio, le visite e le consulenze, i pap test e i tamponi, il sostegno all’allattamento, la riabilitazione del pavimento pelvico, le consulenze in menopausa.

Sul piano dell’occupabilità, i dati AlmaLaurea collocano l’area infermieristico-ostetrica all’85,1% di occupazione a un anno dalla laurea (rilevazione 2023, in crescita di oltre sette punti rispetto all’anno precedente). È uno dei dati più alti del sistema universitario italiano, in linea con quanto raccontato nel pezzo Alpha Orienta sul perché le professioni sanitarie sono l’area più occupabile in Italia.

Per quanto riguarda le retribuzioni, lo stipendio iniziale per un’ostetrica nel SSN si aggira sui 1.500-1.700 euro netti mensili, con turni e indennità che possono portare la cifra a 1.800-2.000 dopo i primi anni. È utile sapere che esistono differenziali importanti su base territoriale (più alti al Nord) e che la professione, in base ai dati AlmaLaurea, registra una delle quote più alte di laureati che si spostano per lavoro, anche all’estero: in Germania, Regno Unito e Paesi nordici uno stipendio medio annuo per un’ostetrica può aggirarsi sui 40.000 euro, contro i circa 22-25.000 lordi italiani a inizio carriera.

Magistrale, master e cosa guardare prima di scegliere

Dopo la laurea triennale è possibile proseguire con la laurea magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche (classe LM/SNT1), biennale, anch’essa a numero programmato nazionale e con un concorso di ammissione molto selettivo (l’Università di Bari nel 2024-2025 metteva a bando 30 posti con 354 domande, oltre 11 candidati per posto). La magistrale non approfondisce le competenze cliniche — già acquisite nel triennio — ma forma a ruoli gestionali, di coordinamento, di docenza universitaria e di ricerca: dirigenza sanitaria nelle ASL, coordinamento di reparti, formazione del personale.

Esistono poi numerosi master di primo e secondo livello in aree specialistiche: ecografia ostetrico-ginecologica, riabilitazione del pavimento pelvico, salute perinatale, allattamento (con la formazione internazionale IBCLC), cure palliative perinatali, sessuologia clinica. Dopo la magistrale è possibile accedere al dottorato di ricerca in scienze infermieristiche e ostetriche.

Per chi sta orientandosi adesso, prima di affrontare il test di ammissione, vale la pena farsi alcune domande concrete. La prima è se si è davvero attratti dalla fisiologia: è la dimensione tipica del lavoro ostetrico, e chi cerca soprattutto l’intervento clinico in situazioni acute potrebbe trovarsi più a suo agio in un’altra professione sanitaria. La seconda riguarda i turni: il lavoro in sala parto significa notti, festivi, reperibilità, e questo aspetto pesa concretamente sulla qualità della vita. La terza è il rapporto educativo: una grande parte del lavoro consiste nell’accompagnare le donne, ascoltarle, informarle, aiutarle a fare scelte consapevoli, e questo richiede una predisposizione che non tutti hanno. La quarta è la disponibilità a spostarsi, sia in fase di laurea (i posti per sede sono pochi) sia in fase di lavoro (i bandi non sono uniformemente distribuiti sul territorio).

Per chi non riuscisse a entrare al primo tentativo, la guida Alpha Orienta sulle alternative senza perdere CFU spiega come valutare percorsi affini — Infermieristica, Tecniche sanitarie, scienze biologiche — che possono offrire una transizione coerente, anche se Ostetricia, per il peso dei tirocini specifici, è meno permissiva di altre professioni sanitarie nel riconoscimento dei crediti.

Quel che resta, alla fine, è il quadro di una professione molto richiesta dal mercato, con sbocchi diversificati e un margine di autonomia clinica che ne fa qualcosa di più di una “alternativa a Medicina”. È una scelta che funziona bene per chi ha una vocazione precisa, e che meno bene si presta a chi la sceglie come ripiego. Le porte di ingresso sono strette, ma il percorso, una volta dentro, dà solidità.

SULL'AUTORE

Cresciuto a pane e tecnologia, muove i primi passi nell'editoria digitale dopo la laurea in cinema e nuovi media, specializzandosi nel raccontare le nuove tecnologie a 360 gradi e il loro impatto nella società, dall'alimentazione all'intrattenimento, dalla scienza all'ambiente.

Giornalista pubblicista, SEO Specialist e Social Media Manager, sempre pronto ad ampliare i propri orizzonti e con la valigia sempre pronta per scoprire il mondo con uno sguardo geek.

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