L’Italia forma più medici che mai. Il problema è dove andranno

Con il decreto di agosto i posti a Medicina toccano il massimo storico, ma i dati dicono che di medici l’Italia non è mai stata a corto: il nodo è che un terzo lavora fuori dal servizio pubblico e intere specialità restano deserte. Cosa significa l’espansione per chi si iscrive oggi — e cosa conviene sapere prima di scegliere.

di Gabriele Capasso
8 agosto 2026
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Ad agosto la ministra Bernini ha firmato il decreto che porta i posti di Medicina a 27.001. Mai così tanti: oltre 11.000 in più rispetto al 2022/2023, obiettivo dichiarato 30.000 entro fine legislatura. La giustificazione è sempre la stessa: mancano i medici. I numeri dicono altro. Vediamoli, perché per chi si iscrive a Medicina adesso la domanda decisiva non è quanti medici formiamo, ma dove andranno a lavorare quelli che stiamo formando.

I medici non mancano

Partiamo dal totale. Al 31 dicembre 2024 i medici iscritti all’Albo sono 415.868: 7 ogni 1.000 abitanti. In Europa solo la Svezia ne ha di più. La Germania è a 4,6, la Spagna a 4,7, la Francia a 3,4. Se si contano solo i medici attivi secondo i criteri OCSE, come fa la Fondazione Gimbe, si scende a 315.000: 5,4 per 1.000 abitanti, secondo posto su 31 Paesi, contro una media OCSE di 3,9 e una media europea di 4,1.

Nemmeno i laureati mancano: 16,6 ogni 100.000 abitanti, sopra la media OCSE, quasi 100.000 nuovi medici nell’ultimo decennio. Della questione ci eravamo già occupati in questo approfondimento. La sintesi non cambia: l’Italia ha più medici di quasi tutti.

Da 7 a 1,6: dove finiscono

Allora perché al pronto soccorso si aspettano ore e per una visita col SSN passano mesi? Basta fare la sottrazione, come hanno fatto Gabanelli e Ravizza nel Dataroom del Corriere della Sera sui dati FNOMCeO.

Iscritti all’Albo: 415.868. Togliamo 89.228 pensionati — di cui 41.623 lavorano ancora, ma nel privato. Restano 326.640. Togliamo chi sta fuori dal SSN: 38.985 all’estero, 40.588 liberi professionisti puri, 19.146 solo nel privato. Restano 227.921. Togliamo medici di famiglia (37.860), pediatri di libera scelta (6.681), continuità assistenziale, 118, ruoli territoriali. Negli ospedali e ambulatori pubblici restano 127.344 medici. Gli specialisti sono 95.159.

Risultato: da 7 medici ogni 1.000 abitanti a 1,6 specialisti ospedalieri effettivamente al lavoro nel servizio pubblico, e il 42% di loro fa anche libera professione a pagamento, per compensare stipendi sotto la media europea. Gimbe arriva alla stessa conclusione da un’altra strada: 93.000 medici, il 29,4% del totale, non lavorano nel SSN né come dipendenti né come convenzionati. Il problema non è quanti sono. È che fuggono dal pubblico.

Le specialità che nessuno vuole

Seconda distorsione: la carenza è selettiva. Concorso di specializzazione 2025/2026, contratti disponibili: 14.493. Assegnati: l’85%, ma dentro quella media ci sono due mondi. Dermatologia, Chirurgia plastica, Ortopedia, Ginecologia, Pediatria, Cardiologia: borse esaurite, 100%. Sono le specialità che aprono al mercato privato. Poi ci sono le altre. Microbiologia e virologia: deserto il 79,6% dei posti. Radioterapia: 64,7%. Medicina d’emergenza-urgenza, quella dei pronto soccorso: 43,7%. Percentuali simili in Medicina di comunità, cure palliative, specialità di laboratorio. Sono le discipline che tengono in piedi il sistema pubblico: turni pesanti, rischio legale alto, zero sbocchi nel privato.

Intanto sul territorio mancano oltre 5.500 medici di medicina generale, e altri andranno in pensione nei prossimi anni. La carenza vera è tutta qui. Non nel numero dei camici bianchi.

Come ci siamo arrivati: due errori in sequenza

Questa situazione non è caduta dal cielo. È il risultato di due errori di programmazione, in due momenti diversi.

Il primo: il blocco del turnover. Tra il 2005 e il 2019, per contenere la spesa, le Regioni in piano di rientro hanno smesso di sostituire i medici che andavano in pensione. Gli organici si sono svuotati, l’età media è salita — oggi oltre la metà dei medici del SSN ha più di 55 anni — e il carico di lavoro su chi restava è diventato una delle ragioni della fuga verso privato ed estero.

Il secondo: l’imbuto formativo. Tra il 2010 e il 2019 lo Stato ha finanziato molte meno borse di specializzazione dei laureati che uscivano dalle università: oltre 11.000 neolaureati sono rimasti bloccati con una laurea in mano e nessun posto in specialità, quindi senza poter esercitare pienamente. Molti se ne sono andati all’estero, a completare la formazione — e spesso a restarci. Formarli era costato all’erario circa 100.000 euro a testa.

Tenete a mente questo secondo errore, perché sta per tornare.

Cosa risolve l’aumento dei posti? Poco

Aumentare gli ingressi a Medicina non sposta un solo medico verso le specialità deserte e non trattiene nessuno di quelli che se ne vanno. Agisce sulla parte del sistema che funziona già — la formazione — e non tocca quella rotta: l’attrattività del servizio pubblico. Gimbe, in un’analisi pubblicata a dicembre, ha definito la riforma “superflua” rispetto ai problemi reali del personale sanitario. C’è anche una questione di tempi: chi inizia Medicina oggi arriva sul mercato del lavoro tra 9 e 11 anni, tra laurea e specializzazione. Quando la “gobba pensionistica” — il picco di uscite concentrato intorno al 2025 — sarà già alle spalle.

Le proiezioni ANAO Assomed, il sindacato dei medici dirigenti, mettono le date. Il sorpasso delle lauree sui pensionamenti avviene già nel 2026. Poi la forbice si allarga ogni anno: verso il 2032, circa 25.000 lauree l’anno contro meno di 8.000 pensionamenti. Lo studio più recente del sindacato quantifica l’esito: entro il 2032 fino a 60.000 medici in cerca di lavoro.

L’imbuto di cui sopra, intanto, è già tornato visibile: 27.000 ingressi a Medicina, 14.500 contratti di specializzazione banditi nell’ultimo concorso. Quasi il doppio degli ingressi rispetto alle borse. Se queste non cresceranno di pari passo, il film del 2010-2019 si ripete, amplificato.

Che la leva giusta non siano i numeri, del resto, lo dimostra un esperimento già fallito. Per trattenere i medici in corsia, il governo ha alzato a 72 anni l’età massima per restare nel SSN, su base volontaria. Risultato: adesioni irrisorie. Chi va in pensione preferisce continuare a lavorare nel privato, dove le stesse prestazioni vengono pagate anche il triplo, senza turni, notti e festivi. Se non resta chi c’è già, il problema non è quanti ne entrano.

Non sarebbe nemmeno la prima pletora. Tra gli anni Ottanta e Novanta l’Italia ha già formato più medici di quanti il sistema potesse assorbirne: svalutazione professionale, sottoccupazione, lavoro sottopagato. Il surplus di oggi rischia di finire dove finisce tutto il resto: nel privato. In una sanità dove il pubblico arretra, il privato avanza e — come racconta il Dataroom — le cure senza pagare arrivano tardi.

Cosa deve sapere chi si iscrive adesso

Nessuna di queste cose dice che iscriversi a Medicina sia sbagliato. Dicono che il valore della laurea dipenderà sempre meno dal titolo e sempre più dal percorso. In concreto.

1. Entrare è più facile, il collo di bottiglia si sposta dopo. Con 18.889 posti in graduatoria e candidati in calo, l’accesso col semestre filtro non è mai stato così ampio (qui tutti i numeri del decreto), ma più laureati significa più concorrenza su specializzazioni, concorsi, posizioni. Il filtro non sparisce: si sposta dall’ingresso all’uscita.

2. La specialità conta più della laurea. Emergenza-urgenza, medicina di laboratorio, radioterapia, cure primarie: le discipline deserte di oggi sono quelle dove la domanda resterà alta e la concorrenza bassa. Sceglierle significa andare controcorrente rispetto ai colleghi, e nella direzione in cui il sistema cerca gente.

3. Il medico di famiglia non è un ripiego. Mancano oltre 5.500 MMG, il corso di formazione dura 3 anni contro i 4-5 delle specializzazioni ospedaliere. È una delle strade più rapide per lavorare, e più richieste dei prossimi anni.

4. La variabile vera è il contesto. Stipendi, condizioni di lavoro, attrattività del pubblico rispetto a privato ed estero: orienteranno le carriere della prossima generazione più di qualsiasi decreto sugli accessi. Chi si orienta oggi dovrebbe guardare questi indicatori, non solo i posti a bando.

Domande frequenti

In Italia mancano davvero i medici?

No, non in termini assoluti: 7 per 1.000 abitanti contando gli iscritti all’Albo, 5,4 contando gli attivi secondo i criteri OCSE, tra i valori più alti d’Europa. La carenza è selettiva: servizio pubblico (1,6 specialisti ospedalieri per 1.000 abitanti), alcune specialità essenziali, medicina del territorio.

Perché allora i pronto soccorso sono in crisi?

Perché la Medicina d’emergenza-urgenza è tra le specialità meno scelte: il 43,7% delle borse resta scoperto. Turni pesanti, rischio legale alto, nessuno sbocco nel privato — in un sistema dove il 42% degli specialisti pubblici arrotonda con l’attività a pagamento.

Aumentare i posti a Medicina risolverà il problema?

Da solo no: agisce sulla formazione, non sull’attrattività del pubblico. I nuovi medici arriveranno sul mercato tra 9 e 11 anni, a gobba pensionistica esaurita. Le proiezioni ANAO Assomed stimano fino a 60.000 medici in cerca di lavoro entro il 2032, e già oggi gli ingressi sono quasi il doppio dei contratti di specializzazione.

Conviene comunque iscriversi a Medicina?

Sì, se la scelta è consapevole. L’accesso non è mai stato così ampio e la professione resta tra le più solide, ma il valore del percorso dipenderà dalla specialità e dalla disponibilità a lavorare dove il sistema ha bisogno, non dal titolo in sé.

SULL'AUTORE
Gabriele Capasso è un giornalista, consulente e produttore di contenuti con una lunga esperienza nel giornalismo digitale. Ha lavorato per quasi vent’anni in Blogo.it, dove ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità: da managing editor dell’area sport a vicedirettore, fino a diventare direttore responsabile dal 2020 al 2025. In questi anni ha coordinato team editoriali, gestito strategie SEO, pianificazione a lungo termine e attività di formazione, con particolare attenzione all’evoluzione del giornalismo online e ai modelli di business.
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