Il ddl Valditara sul consenso informato in ambito scolastico è diventato legge. Il 4 giugno 2026 l’Aula del Senato ha dato il via libera definitivo con 78 voti favorevoli, 38 contrari e nessun astenuto, dopo l’approvazione già incassata alla Camera. Il testo, di iniziativa governativa, chiude un iter durato mesi e segnato da uno scontro politico molto acceso, di cui avevamo già ricostruito i passaggi nel nostro approfondimento e nell’aggiornamento di novembre.
Cosa prevede la legge
La norma, composta da tre articoli, fissa due regimi diversi a seconda del grado scolastico:
- Infanzia e primaria: divieto assoluto. Le tematiche legate alla sessualità non possono essere affrontate in alcuna forma progettuale o extracurricolare.
- Medie e superiori: le attività su sessualità e affettività restano possibili, ma solo per gli studenti i cui genitori (o gli studenti stessi se maggiorenni) abbiano firmato un consenso informato scritto e preventivo.
La richiesta di consenso deve esplicitare finalità, obiettivi, contenuti, temi e modalità delle attività, oltre all’eventuale presenza di esperti esterni. Va presentata entro il settimo giorno precedente lo svolgimento, e il materiale didattico deve essere reso disponibile alle famiglie per una visione anticipata. Per chi non partecipa, la scuola è tenuta a garantire attività formative alternative.
La posizione di Valditara
Il ministro dell’Istruzione e del Merito ha rivendicato una “riforma storica”, sostenendo che la legge tutela i minori “dalla confusione della propaganda gender” e restituisce “voce ai genitori” sulle tematiche dell’identità di genere. Valditara ha anche provato a smontare alcune delle critiche: l’educazione sessuale “in senso biologico” continuerà nei programmi di scienze in tutti i gradi, e per la prima volta — assicura — la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili entrerà nei programmi delle medie. Il governo, ha aggiunto, ha reso obbligatoria in tutti i gradi l’educazione “al rispetto, alle relazioni e all’empatia”.
Le reazioni
Le opposizioni hanno votato contro in modo compatto, denunciando un diritto negato a centinaia di migliaia di studenti che da tempo chiedono percorsi strutturati. Per le associazioni della rete Educare alle Differenze il consenso informato rischia di trasformare un diritto in un privilegio per chi ha famiglie informate e disponibili. Sul fronte opposto, associazioni come Pro Vita & Famiglia hanno parlato di “vittoria storica”, rivendicando la possibilità per i genitori di filtrare in anticipo i progetti ritenuti inappropriati.
Perché l’Italia resta un’anomalia in Europa
Con questa legge l’Italia conferma la sua posizione di minoranza nel quadro europeo. Nella quasi totalità dei Paesi dell’Unione l’educazione sessuale è materia obbligatoria e parte del curriculum di base, senza bisogno di autorizzazioni familiari, e dove i genitori sono coinvolti vale di norma il principio dell’opt-out (si può chiedere di non partecipare) e non dell’opt-in (si partecipa solo se autorizzati). Organizzazione Mondiale della Sanità e diversi studi internazionali associano l’educazione sessuale scolastica a una riduzione di gravidanze precoci, infezioni sessualmente trasmissibili e violenze di genere. Abbiamo analizzato nel dettaglio il confronto con gli altri Paesi europei nel nostro approfondimento dedicato.
Resta aperta la domanda di fondo che attraversa tutto il dibattito: come garantire a tutti gli studenti un’educazione sessuale e affettiva completa, scientifica e rispettosa, senza che diventi accessibile solo ad alcuni.









