Ranking università europee 2026: cosa racconta davvero la classifica QS sugli atenei italiani

Dati alla mano, la QS Europe 2026 mostra un sistema universitario molto presente, ma poco competitivo nelle fasce alte. Vediamo perché.

di Gabriele Capasso
30 gennaio 2026
1 MIN READ

Ogni nuova classifica universitaria internazionale produce lo stesso riflesso condizionato: guardare chi sale, chi scende, chi “vince”. La pubblicazione della QS World University Rankings: Europe 2026 non fa eccezione. I titoli parlano di un’Italia quarta in Europa per numero di atenei presenti, ma anche di un sistema che perde attrattività e fatica a trattenere laureate e laureati.

È una lettura corretta, ma incompleta.
Per capire cosa racconta davvero questa classifica – e soprattutto come usarla in modo sensato – bisogna fare tre cose: guardare chi domina il vertice europeo, leggere come sono distribuite le università italiane, e confrontare QS con altri strumenti di orientamento già disponibili su Alphaorienta. Solo così il ranking smette di essere un elenco e diventa una chiave di lettura.

Il vertice europeo: una competizione chiusa

La prima informazione utile non riguarda l’Italia, ma l’Europa nel suo insieme. La top ten europea della QS Europe 2026 è occupata quasi interamente da università anglosassoni e dell’area germanofona: Oxford, Cambridge, Imperial College London, UCL, LSE, ETH Zurigo, EPFL Losanna, Technical University of Munich, LMU Munich, King’s College London.

Non è una sorpresa. È l’effetto diretto dei criteri usati da QS: reputazione accademica internazionale, citazioni scientifiche, capacità di attrarre docenti e studenti dall’estero, integrazione nei grandi network della ricerca globale. Tutti ambiti in cui questi atenei investono da decenni, con risorse finanziarie e strutture che il sistema universitario italiano non ha mai avuto.

Questo serve a chiarire un punto essenziale: la QS non è una classifica “neutrale”, né una gara in cui tutti partono alla pari. È una fotografia di rapporti di forza già consolidati. L’Italia entra in questa mappa non come outsider in ascesa, ma come sistema che cerca di difendere posizioni intermedie.

Le università italiane nella QS Europe 2026: una presenza ampia, un peso limitato

Se si guarda alla QS World University Rankings: Europe 2026 nel suo complesso, il dato che emerge con maggiore chiarezza è la forte presenza numerica delle università italiane, accompagnata però da una debolezza strutturale nelle fasce più alte della classifica. I 65 atenei italiani inclusi coprono quasi tutto lo spettro del ranking europeo, ma sono distribuiti in modo molto sbilanciato.

Nella top 100 europea trovano spazio soltanto quattro università italiane. Il Politecnico di Milano è l’ateneo meglio posizionato, al 45° posto, seguito dall’Università di Bologna al 59°, dalla Sapienza Università di Roma al 77° e dall’Università di Padova al 92°. È un gruppo ristretto, stabile negli anni, che rappresenta l’area di massima visibilità internazionale del sistema italiano, ma che resta comunque distante dal vertice occupato in modo strutturale dalle università britanniche, svizzere e tedesche.

Subito sotto si apre la fascia che potremmo definire medio-alta, compresa tra la 101ª e la 200ª posizione, ed è qui che l’Italia concentra una parte significativa del proprio peso. In questa zona troviamo atenei come l’Università di Pisa (141ª), l’Università di Torino (155ª), l’Università di Trento (174ª), l’Università di Pavia (178ª), insieme a Milano Statale, Firenze, Napoli Federico II, Roma Tor Vergata, Cattolica e Politecnico di Torino. È una fascia molto affollata, in cui i punteggi sono ravvicinati e le variazioni di posizione annuali sono frequenti: un segnale che QS, a questo livello, restituisce più una competizione relativa che un giudizio netto di qualità.

Scendendo oltre la 200ª posizione, la classifica diventa ancora più popolata di atenei italiani. Tra il 200° e il 300° posto compaiono università come Siena (262ª), Ferrara, Parma, Modena e Reggio Emilia, Perugia, Trieste, Udine, Verona, Brescia, Bergamo, Piemonte Orientale, Salento, Cagliari e Sassari. In questa fascia QS tende già a perdere granularità: le università sono presenti, ma spesso con punteggi simili e con un peso ridotto negli indicatori che determinano la parte alta del ranking.

La parte più numerosa del contingente italiano si colloca però oltre il 300° posto, spesso in fasce aggregate. Qui troviamo molte università del Centro-Sud e atenei di dimensione medio-piccola: Calabria, Basilicata, Molise, Foggia, Macerata, Urbino, Cassino e Lazio Meridionale (491ª), Camerino (488ª), Insubria (496ª) e Campania “Luigi Vanvitelli” (482ª). In questi casi la posizione in classifica dice relativamente poco sulle attività didattiche o sul ruolo territoriale di questi atenei, ma segnala con chiarezza la loro scarsa integrazione nei network accademici europei che QS privilegia.

Nel complesso, la distribuzione delle università italiane nella QS Europe 2026 restituisce l’immagine di un sistema esteso, diffuso e capillare, ma con un baricentro spostato verso le fasce medio-basse della competizione europea. L’Italia riesce a presidiare numericamente la classifica, ma fatica a collocare i propri atenei nelle posizioni che contano davvero in termini di reputazione, attrattività internazionale e capacità di influenzare l’agenda accademica europea. È un dato che non riguarda il valore intrinseco delle singole università, ma il modo in cui il sistema nel suo insieme viene misurato – e penalizzato – dai criteri adottati da QS.

Nord, Centro, Sud: cosa cambia davvero

Letta territorialmente, la classifica restituisce un’immagine ancora più netta.

Il Nord Italia è l’area che concentra i migliori risultati QS. Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte ospitano quasi tutti gli atenei italiani nelle prime duecento posizioni. Qui si trovano università con una forte integrazione nei network europei della ricerca, maggiore capacità di attrarre fondi e una relazione più stretta con il tessuto produttivo. Non a caso, molte di queste università performano bene anche negli indicatori di occupabilità internazionale.

Il Centro Italia mostra una situazione più polarizzata. Roma, con Sapienza e Tor Vergata, resta un polo rilevante, ma al di fuori della capitale la visibilità QS si riduce. Alcuni atenei storici mantengono una buona reputazione accademica, ma faticano a competere su internazionalizzazione e ricerca collaborativa.

Il Sud e le isole sono la parte del sistema più penalizzata dal ranking QS. Molte università sono presenti solo nelle fasce basse o aggregate, nonostante svolgano un ruolo cruciale per il diritto allo studio e la coesione territoriale. QS registra la loro debolezza sul piano internazionale, ma non misura il valore sociale e formativo che queste università hanno nei contesti in cui operano.

Questo divario territoriale non è un’anomalia statistica. È il riflesso di politiche di finanziamento, infrastrutture e opportunità profondamente diseguali, come emerge anche da analisi di sistema come il Report Ocse sull’istruzione 2025.

Cosa misura QS e perché l’Italia parte svantaggiata

La QS Europe 2026 si basa su dodici indicatori, ma il nucleo resta invariato: reputazione accademica, reputazione presso i datori di lavoro, produzione scientifica, citazioni, internazionalizzazione. Sono metriche che misurano il posizionamento nel sistema accademico europeo, non la qualità dell’esperienza di studio.

Nei dati italiani questo emerge chiaramente. Alcuni atenei brillano su singoli indicatori – la Sapienza sugli esiti occupazionali, Padova sulla sostenibilità, la Cattolica sulla mobilità studentesca – ma il sistema nel suo complesso soffre su attrattività internazionale e integrazione con il mercato del lavoro europeo. QS registra questi limiti, ma non ne spiega le cause strutturali: sottofinanziamento cronico, carriere accademiche lente e precarie, difficoltà ad attrarre docenti dall’estero.

Perché QS racconta una storia diversa dalla classifica Censis

Per chi si orienta, il confronto più utile non è tra QS e un’altra classifica internazionale, ma tra QS e la classifica Censis delle università italiane 2025/2026, analizzata su Alphaorienta
👉 https://www.alphaorienta.it/universita/migliori-universita-italiane-classifica-censis-2025-2026

Censis valuta servizi, borse di studio, strutture, comunicazione, internazionalizzazione e occupabilità nel contesto italiano. Non sorprende che in Censis emergano università che in QS restano invisibili: sono due strumenti che rispondono a domande diverse. QS chiede “quanto conti in Europa”, Censis chiede “come si studia qui”.

Lo stesso vale per il diritto allo studio. Le università che garantiscono più borse e supporto economico, analizzate qui
👉 https://www.alphaorienta.it/universita/migliori-universita-italiane-per-borse-di-studio-classifica-censis-2025-2026
non vengono premiate da QS, perché questo tipo di dato semplicemente non rientra nella metodologia.

Occupabilità: due metriche, due mondi

Anche sull’occupabilità le differenze sono nette. QS utilizza indicatori legati alla reputazione presso i datori di lavoro e agli esiti occupazionali internazionali. Censis, invece, guarda alla capacità di trovare lavoro in Italia, incrociando dati Almalaurea e sistema produttivo nazionale.

Alphaorienta ha dedicato un approfondimento specifico a questo tema
👉 https://www.alphaorienta.it/universita/migliori-universita-per-trovare-lavoro-classifica-occupabilita
che aiuta a capire perché un buon posizionamento QS non garantisce automaticamente migliori opportunità lavorative nel contesto italiano.

Il messaggio di fondo della QS Europe 2026

Il dato più rilevante non è che un’università salga o scenda di qualche posizione. È un altro: l’Italia è molto presente, ma poco competitiva nelle fasce alte del sistema universitario europeo. QS mostra un sistema diffuso e resiliente, ma senza atenei in grado di competere stabilmente con i vertici continentali.

Non è un problema dei singoli atenei. È un problema di politiche pubbliche, finanziamenti, visione di lungo periodo. QS non lo spiega, ma i numeri lo rendono evidente.

Come usare questa classifica senza fraintenderla

La QS World University Rankings: Europe 2026 è utile se serve a capire la visibilità internazionale di un ateneo, il suo peso nella ricerca europea, la sua capacità di stare dentro grandi network accademici. È molto meno utile per valutare la qualità della didattica, dei servizi o delle condizioni materiali di studio.

Per orientarsi davvero, va letta insieme ad altre fonti: classifiche nazionali come Censis, dati sull’occupabilità, analisi di sistema. Usata da sola rischia di diventare un feticcio. Usata bene, aiuta a capire non solo dove stanno le università italiane, ma perché stanno lì.

Ed è questo, alla fine, il senso dell’orientamento. Non indicare un vincitore, ma dare strumenti per scegliere consapevolmente.

SULL'AUTORE
Gabriele Capasso è un giornalista, consulente e produttore di contenuti con una lunga esperienza nel giornalismo digitale. Ha lavorato per quasi vent’anni in Blogo.it, dove ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità: da managing editor dell’area sport a vicedirettore, fino a diventare direttore responsabile dal 2020 al 2025. In questi anni ha coordinato team editoriali, gestito strategie SEO, pianificazione a lungo termine e attività di formazione, con particolare attenzione all’evoluzione del giornalismo online e ai modelli di business.
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