Il primo Rapporto Censis-United sulla didattica digitale fotografa un settore che in dieci anni ha più che quadruplicato gli iscritti. Ma dietro i numeri c’è soprattutto una domanda di accesso allo studio che le aule tradizionali non riescono più a intercettare.
Negli ultimi dieci anni gli iscritti alle università telematiche italiane sono passati da poco più di 54.000 a oltre 309.000. Una crescita di quasi il 470%, a fronte di un misero +4,2% registrato dagli atenei in presenza nello stesso periodo. È la fotografia scattata dal primo Rapporto Censis-United sulla didattica digitale, presentato il 15 giugno alla Camera dei Deputati. Ma il dato che colpisce di più non è la crescita: è che per il 45,1% dei laureati online, senza la possibilità di studiare a distanza, la laurea sarebbe rimasta un obiettivo irraggiungibile.
L’indagine è stata realizzata su 3.993 laureati delle sette università telematiche associate a United (l’associazione degli atenei digitali italiani). Restituisce l’immagine di un modello formativo che, parole del segretario generale Censis Giorgio De Rita, ha conosciuto un’accelerazione «straordinaria» — e che ormai non è più un’alternativa di nicchia, ma una componente strutturale del sistema universitario.
I numeri di una crescita che non rallenta
Nell’anno accademico 2024/2025 gli iscritti agli atenei telematici hanno superato le 309.000 unità, pari al 15,3% del totale degli studenti universitari italiani, contro il 3,2% di dieci anni prima. Sul fronte dei laureati il salto è ancora più netto: +860% nello stesso decennio, fino ad arrivare a rappresentare il 18% di tutti i laureati italiani (erano il 2,5% nel 2014).
La traiettoria è costante, senza battute d’arresto. Secondo i dati USTAT-MUR e ANVUR rielaborati negli ultimi mesi, gli iscritti sono passati da circa 140.000 nel 2019/2020 agli oltre 300.000 del 2024/2025: raddoppiati in cinque anni. E il ritmo non accenna a scendere, con le iscrizioni cresciute del 51% nel solo primo semestre del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Se si guarda ai soli corsi di laurea attivabili sia online sia in presenza, il confronto diventa ancora più impressionante: quasi una laurea su quattro (24,3% nel 2024) arriva ormai da un ateneo telematico.
È esattamente il rovescio della medaglia rispetto a ciò che accade nelle aule tradizionali, dove nel 2025/2026 le matricole sono calate del 3,3%, il primo segno meno dal Covid. Ne abbiamo parlato nell’analisi sulle iscrizioni in calo nelle università italiane nel 2026: una parte di quella domanda formativa si sta semplicemente spostando online.
Chi sceglie l’online: il ritratto di chi si laurea
Il profilo dei laureati telematici aiuta a capire perché il fenomeno cresca così in fretta. Più della metà ha conseguito una laurea triennale (57,1%), il 53,7% è donna e quasi il 40% ha almeno 46 anni. Al momento dell’iscrizione, tre studenti su quattro (75,3%) erano già occupati e quasi la metà (48,4%) proveniva da percorsi di istruzione tecnica e professionale.
C’è poi una dimensione geografica significativa: oltre la metà degli intervistati (51,2%) risiedeva nel Mezzogiorno al momento dell’iscrizione. Dove gli atenei fisici sono più lontani o meno raggiungibili, l’online riduce concretamente i divari territoriali nell’accesso allo studio.
Da notare anche una svolta di genere ormai consolidata. Se nel 2019 le donne erano una minoranza tra i laureati telematici, oggi sono il 53,1%, un dato in linea con il sorpasso femminile già registrato tra gli iscritti a partire dal 2023/2024. La formazione digitale sta allargando le opportunità soprattutto per chi deve incastrare studio, lavoro e impegni familiari.
Cosa si studia (e cosa no) negli atenei online
Le scelte di corso raccontano un settore con una fisionomia ben precisa. Quasi uno studente telematico su due (46,9%) predilige le materie economiche, giuridiche e sociali, contro il 32% degli atenei tradizionali. Seguono l’area artistica, letteraria ed educativa (20,9%) e le discipline STEM (17,1%), che invece restano il terreno forte della didattica in presenza (28,1%). Chiude l’area sanitaria e agro-veterinaria (15,1%), penalizzata dal peso di laboratori e tirocini difficili da erogare a distanza.
Anche la tipologia di percorso è diversa: il 73,5% degli iscritti telematici sceglie una triennale di primo livello (contro il 60,1% degli atenei tradizionali), mentre la laurea magistrale a ciclo unico — più tipica di Medicina o Giurisprudenza — si ferma al 4,6% online, contro il 18,2% in presenza. Non a caso, l’area giuridica è una delle più frequentate: se stai valutando questo ambito, può tornare utile la nostra guida sulla differenza tra Giurisprudenza e Scienze dei Servizi Giuridici.
Un dato meno scontato riguarda la segregazione di genere, che online risulta persino più marcata: gli uomini sono il 77% degli iscritti nelle materie STEM telematiche (contro il 61% in presenza), le donne l’86% nell’area artistica, letteraria ed educativa (contro il 77,2%). La distanza, insomma, accentua scelte di campo già esistenti.
L’online come leva di accesso: per il 45% è stato decisivo
È il cuore del rapporto. Il 45,1% dei laureati dichiara che, senza la telematica, con ogni probabilità non avrebbe mai conseguito il titolo; un altro 39,4% ci sarebbe arrivato solo con tempi più lunghi. Solo il 15,5% si sarebbe laureato comunque, indipendentemente dalla modalità.
L’effetto «riscatto» è ancora più evidente in alcuni profili: l’opzione online è stata dirimente per chi proviene dall’istruzione tecnica (50,5%) e professionale (46,9%), per chi ha genitori con al massimo la licenza media (circa il 49%) e per chi descrive come «bassa» o «medio-bassa» la condizione economica della famiglia d’origine (48,8%). Si sono laureati grazie alla didattica digitale anche il 55,3% dei coniugati con figli e il 51,7% dei genitori single.
La motivazione resta sempre la stessa: conciliare studio e lavoro, indicata dal 73,7% dei laureati, seguita dalla gestione dei tempi familiari (55,5%). E la soddisfazione è alta — oltre 9 laureati su 10 si dichiarano contenti del percorso, e il 73,9% si reiscriverebbe allo stesso corso nello stesso ateneo. Tutto questo, è bene ricordarlo, non significa che studiare online sia più semplice: è una questione che abbiamo affrontato senza sconti nell’articolo «Università telematica facile?», dove proprio l’autonomia richiesta è spesso l’ostacolo più sottovalutato.
I nodi ancora aperti: riconoscimento, qualità ed esami online
Il quadro non è privo di ombre, e il rapporto non le nasconde. Il 57,2% dei laureati ritiene che le lauree telematiche non siano ancora adeguatamente valorizzate dal mercato del lavoro: il titolo ha pieno valore legale dal 2003, ma la percezione di alcuni datori resta indietro rispetto ai numeri.
C’è poi il tema della qualità e del controllo. Tutti gli undici atenei sono valutati periodicamente dall’ANVUR, ma il settore convive con un rapporto docenti-studenti molto più alto rispetto agli atenei tradizionali e con tassi di abbandono al primo anno superiori alla media statale. È lo stesso presidente di United, Paolo Miccoli, ad ammettere che «forse non tutti gli atenei sono pronti ad affrontare il tema dell’esame online» e a prevedere «una selezione in base alle capacità tecnologiche». Tradotto: non sono tutti uguali, e la differenza si gioca proprio sulla qualità dell’organizzazione.
Per questo, prima di iscriversi, conviene confrontare gli atenei su basi concrete — accreditamento ANVUR, qualità della didattica, gestione degli esami. Abbiamo raccolto i criteri utili nella classifica delle migliori università online e nel quadro completo delle 11 università telematiche riconosciute dal MUR.
Cosa significa per chi deve scegliere oggi
Le università telematiche non sono più un piano B. Con oltre 300.000 iscritti, una crescita che non rallenta e un mercato che in Italia vale ormai più di 3 miliardi di euro (terzo in Europa dopo Regno Unito e Germania), sono diventate un’opzione razionale per chi lavora, vive lontano dai grandi poli universitari o ha bisogno di gestire lo studio in autonomia.
Restano però una scelta da pesare con attenzione, non da fare a clic. Le variabili che contano davvero sono tre: la qualità reale dell’ateneo, i costi effettivi — comprese le spese d’esame e le possibili convenzioni, che abbiamo analizzato nella guida sull’università telematica più economica — e, soprattutto, la propria capacità di studiare con metodo senza la struttura di un’aula. Il rapporto Censis-United racconta un successo costruito sulla flessibilità: ma la flessibilità funziona solo per chi sa trasformarla in disciplina.









